Sintesi
Ieri 16 settembre Ursula von der Leyen ha invitato le forze europeiste a unirsi contro attacchi ibridi, sabotaggi, disinformazione e ingerenze russe. La presidente della Commissione ha proposto un protocollo europeo di emergenza, un Consiglio di sicurezza aperto anche a Paesi alleati e un rapporto privilegiato con il Canada. L’Europa vuole organizzare una risposta comune alle minacce che non arrivano soltanto dai campi di battaglia.

Oggi 17 settembre la Commissione europea è attesa alla presentazione del Kids Act: niente social sotto i 13 anni; tra 13 e 15 anni soltanto profili controllati dai genitori e utilizzabili per un’ora al giorno; dai 15 ai 18 anni servizi progettati con maggiori garanzie. Il divieto non è ancora in vigore e dovrà affrontare l’iter legislativo europeo. Una proibizione isolata rischierebbe comunque di spostare i minori verso ambienti meno controllati.

Putin ha chiamato i russi alle urne dal 18 al 20 settembre, presentando il voto per la Duma come una dimostrazione di unità nazionale e sostegno alle truppe. Intanto, il Dipartimento di Giustizia statunitense ha incriminato 5 persone accusate di avere lavorato per una presunta rete dei servizi russi incaricata di sorvegliare e uccidere dissidenti e organizzare attentati in Europa. Sono accuse giudiziarie ancora da provare.

In Medio Oriente l’Arabia Saudita ha attribuito agli Houthi un drone diretto verso Mecca, che sarebbe stato intercettato prima di entrare nello spazio aereo della città santa. I ribelli hanno negato e hanno invece rivendicato l’abbattimento di un F-15 saudita, senza conferme indipendenti. La crisi coinvolge anche il petrolio, il Mar Rosso e gli equilibri fra Stati Uniti, Cina e Iran. Il conflitto locale sta producendo conseguenze mondiali.

Articolo
L’Europa prepara una risposta agli attacchi ibridi
“Il destino dell’Europa deve restare nelle mani degli europei”. È questo il messaggio politico centrale del discorso sullo Stato dell’Unione pronunciato Ieri 16 settembre a Strasburgo da Ursula von der Leyen (presidente della Commissione europea, esponente del Partito popolare europeo). La presidente ha descritto un’Unione più forte rispetto al passato, ma anche esposta a guerre, dipendenze economiche, attacchi informatici, sabotaggi, droni, disinformazione e pressioni esercitate dall’esterno e dall’interno.
Von der Leyen ha indicato negli ultranazionalisti, negli antieuropeisti, nelle ingerenze russe e nei “burattini degli autoritari” forze differenti accomunate, a suo giudizio, dal tentativo di indebolire le democrazie e spezzare l’unità europea. Ha quindi chiesto ai partiti europeisti, dai Popolari ai Socialisti, dai Liberali ai Verdi fino alla componente più moderata dei Conservatori, di “serrare i ranghi”.
La proposta più rilevante per la sicurezza è un Protocollo europeo di emergenza contro le minacce ibride, concepito sul modello dell’articolo 4 dell’Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord (NATO). Quest’ultimo permette a un alleato di chiedere consultazioni quando ritiene minacciate la propria sicurezza o integrità territoriale. Non equivale all’articolo 5 sulla difesa collettiva e non determina automaticamente una risposta militare.
Nel modello indicato dalla presidente, uno Stato dell’Unione europea (UE) colpito da un sabotaggio, da un’incursione di droni, da un attacco informatico o da un’altra operazione ostile potrebbe convocare gli altri Paesi per concordare rapidamente una risposta comune, ridurre i danni e scoraggiare nuove azioni. A questo dovrebbe affiancarsi un Consiglio di sicurezza europeo, esteso anche a Regno Unito, Norvegia, Ucraina, Canada e altri alleati.
Non si tratta ancora di un organismo istituito né di un meccanismo giuridicamente operativo. La Commissione dovrà definire composizione, competenze, rapporto con il Consiglio europeo e coordinamento con la NATO. La novità politica consiste nel riconoscere che molte aggressioni contemporanee rimangono deliberatamente sotto la soglia della guerra dichiarata, rendendo più difficile stabilire quando e come reagire.
Il tema era stato già approfondito da Mediterranea24 nell’analisi delle minacce russe contro Londra: cyberattacchi (attacchi contro reti e sistemi informatici), sabotaggi, pressioni clandestine, interferenze elettorali e campagne di disinformazione sono attualmente considerate più probabili di un’aggressione militare diretta contro un Paese della NATO.
Il Canada possibile primo membro associato
Von der Leyen ha inoltre proposto di lavorare affinché il Canada diventi il primo membro associato dell’Unione europea. La definizione non corrisponde a uno status attualmente previsto dai Trattati europei e dovrà quindi essere tradotta in una nuova formula politica e giuridica.
L’obiettivo sarebbe approfondire la collaborazione con Ottawa ( capitale del Canada) in materia di difesa, intelligenza artificiale (IA), cybersicurezza, Artico, energia, batterie e materie prime strategiche. Il primo ministro canadese Mark Carney (economista, banchiere, manager e politico canadese, 24º Primo ministro del Canada dal 14 marzo 2025 e leader del Partito Liberale del Canada dal precedente 9 marzo, in seguito alle elezioni interne del partito), presente nell’Eurocamera, è stato accolto da un lungo applauso.
La proposta ha però suscitato critiche anche in Italia. Nicola Procaccini (capodelegazione di Fratelli d’Italia al Parlamento europeo e copresidente del gruppo dei Conservatori e Riformisti europei) ha definito “imbarazzante” quello che ha considerato un inchino politico a Carney, chiedendo perché non sia stato attribuito un ruolo prioritario al Regno Unito. Procaccini ha condiviso soprattutto il richiamo alla semplificazione burocratica e ha contestato che la decarbonizzazione rimanga una priorità assoluta.
Nel campo socialista, Nicola Zingaretti (capodelegazione del Partito democratico al Parlamento europeo) ha accusato la Commissione di non avere concretizzato diversi impegni, citando la tassa europea sui servizi digitali annunciata nel 2020 e successivamente arrestatasi. Dietro gli applausi dell’Aula resta quindi una Maggioranza europea attraversata da divisioni su clima, spesa comune, politica industriale, rapporti con gli Stati Uniti e difesa.
Il 2027 renderà queste tensioni ancora più rilevanti perché sono previste consultazioni politiche, tra gli altri Paesi, in Italia, Francia, Spagna, Polonia e Finlandia. La Germania non dovrebbe invece affrontare elezioni federali ordinarie, ma il Governo continua a subire la pressione esercitata dalla crescita di AfD (Alternative für Deutschland – Alternativa per la Germania).
Il Kids Act e il rischio di un divieto facile da aggirare
Il passaggio più direttamente destinato a incidere sulla vita delle famiglie riguarda il Kids Act, il pacchetto europeo per la protezione dei minori sulle piattaforme digitali. Nel discorso ufficiale, von der Leyen ha annunciato che la Commissione lo avrebbe presentato oggi 17 settembre.
La proposta prevede: nessun accesso ai social media sotto i 13 anni; tra 13 e 15 anni soltanto mini account creati e sorvegliati dai genitori o dai tutori, con funzioni limitate e un tempo massimo di utilizzo di un’ora al giorno; tra 15 e 18 anni l’obbligo per le piattaforme di adottare una progettazione sicura, cioè servizi costruiti fin dall’origine per ridurre contenuti pericolosi, dipendenza, contatti indesiderati e sfruttamento dei dati.
La Commissione vuole anche rovesciare l’onere della prova: non dovrebbero più essere le Autorità a dimostrare soltanto che una piattaforma è pericolosa, ma le imprese digitali a provare che i loro servizi sono sicuri per i minori. Il pacchetto dovrebbe coordinarsi con il Digital Services Act (Regolamento europeo sui servizi digitali) e con il futuro Digital Fairness Act (legge europea sull’equità digitale), rivolto anche contro le tecniche che inducono adulti e ragazzi a rimanere connessi.
Il Kids Act non è ancora una legge applicabile. Dopo la proposta della Commissione saranno necessari l’esame del Parlamento europeo e il confronto tra i 27 Stati membri. Dovranno essere precisati anche i sistemi di verifica dell’età, la quantità di dati richiesti e le garanzie contro la sorveglianza eccessiva degli utenti.
Il dubbio sul proibizionismo rimane fondato, sebbene il modello europeo non preveda di criminalizzare i minori e intenda imporre obblighi soprattutto alle piattaforme. La storia dimostra che un divieto, quando non è accompagnato da controlli efficaci, educazione e alternative sicure, può essere aggirato e spostare il fenomeno verso ambienti meno regolamentati. Età false, profili intestati agli adulti, reti private virtuali (sistemi che possono mascherare il luogo dal quale ci si collega) e piattaforme clandestine potrebbero ridurre l’efficacia della misura e offrire nuovi spazi a truffatori e sfruttatori.
La protezione sarebbe quindi più credibile se al limite anagrafico si aggiungessero verifiche rispettose della riservatezza, educazione digitale nelle scuole, sostegno alle famiglie, contrasto agli algoritmi che creano dipendenza e responsabilità effettive per le imprese. Vietare può ridurre l’esposizione immediata, ma non sostituisce la capacità dei ragazzi di riconoscere manipolazioni, adescamenti, falsità e violenze online.
Mediterranea24 ha già ricostruito gli obblighi e le sanzioni europee riguardanti intelligenza artificiale, chatbot e contenuti artificiali. Il Kids Act allargherebbe questa impostazione alla sicurezza digitale dei minorenni.
Putin trasforma il voto in una prova di unità nazionale
Ieri 16 settembre Vladimir Putin (presidente della Federazione Russa) ha rivolto un breve discorso televisivo ai cittadini in vista delle elezioni per la Duma di Stato (camera bassa del Parlamento russo), previste da venerdì 18 a domenica 20 settembre.
Putin ha collegato la partecipazione al voto al sostegno per i militari impegnati in Ucraina e ha affermato che nessuno riuscirà a dividere o intimidire il popolo russo. Ha presentato le elezioni come una risposta a quanti, secondo il Cremlino, vorrebbero indebolire la Russia, rallentarne lo sviluppo e privarla della sovranità.
Saranno eletti i 450 componenti della Duma. È la prima consultazione parlamentare dall’invasione su vasta scala dell’Ucraina, iniziata nel febbraio 2022. Russia Unita, il partito che sostiene Putin, è considerato il favorito in un sistema politico fortemente controllato, nel quale la maggior parte delle candidature apertamente contrarie alla guerra è stata esclusa.
Mosca organizzerà il voto anche nelle parti occupate delle regioni ucraine di Donetsk, Luhansk, Zaporizhzhia e Kherson, che la Federazione Russa sostiene di avere annesso dopo i referendum del settembre 2022. L’Ucraina e gran parte della comunità internazionale non riconoscono né le consultazioni né le annessioni e continuano a considerare quei territori parte dello Stato ucraino.
Gli Stati Uniti accusano una presunta rete russa di omicidi e attentati
Sul fronte opposto, il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti ha annunciato il 15 settembre l’incriminazione di 5 persone, accusate di avere operato per una presunta rete dei servizi d’intelligence della Federazione Russa attiva almeno dal 2024.
Gli imputati sono i cittadini russi Yuri Khrameev, 63 anni, e Kirill Khrameev, 27; i cittadini cubani Oemis Romagoza Durruthy e Yaidel Delgado Suarez, entrambi di 35 anni; il cittadino venezuelano Angel Eduardo Castro, 22 anni. Secondo l’accusa statunitense, alcuni sarebbero stati membri o collaboratori di alto livello dei servizi russi, mentre altri avrebbero cercato persone disposte a sorvegliare e uccidere dissidenti.
Il procedimento riguarda presunti progetti contro un oppositore russo residente nell’area di Washington e un altro dissidente in Lituania. Le somme indicate nei documenti giudiziari variano da 200 dollari per una fotografia fino a 40.000 dollari per un omicidio. La rete avrebbe inoltre affidato a complici attentati o tentativi di attentato contro infrastrutture civili e militari in Paesi europei considerati vicini all’Ucraina.
I 5 accusati risultano latitanti. Tutti devono essere considerati innocenti fino a una condanna definitiva. L’incriminazione contiene le contestazioni della Procura federale e non costituisce la prova giudiziaria conclusiva delle responsabilità personali o del coinvolgimento dello Stato russo.
Dmitry Peskov (portavoce del Cremlino) ha risposto che Mosca non commenterà fino alla presentazione di prove considerate convincenti. Le accuse arrivano mentre Donald Trump (presidente degli Stati Uniti, Repubblicano) ha mantenuto contatti con Putin attraverso gli inviati Steve Witkoff e Jared Kushner e mentre il direttore della Central Intelligence Agency (CIA, Agenzia centrale d’intelligence statunitense) John Ratcliffe ha visitato Mosca.
Un drone verso Mecca, le smentite degli Houthi e la crisi del petrolio
Nella Penisola arabica si è intanto aperto un nuovo fronte. L’Arabia Saudita ha dichiarato di avere intercettato, nella notte tra il 15 e il 16 settembre, un drone lanciato dagli Houthi (movimento armato yemenita sostenuto dall’Iran) in direzione di Mecca (città dell’Arabia Saudita che ospita il principale luogo santo dell’Islam).
Turki al-Maliki (portavoce della coalizione guidata da Riad) ha affermato che il velivolo è stato distrutto prima di entrare nello spazio aereo sottoposto a restrizioni. La coalizione ha definito la sicurezza delle due Sacre Moschee, quella della Mecca e quella di Medina, e dei pellegrini una “linea rossa”.
Gli Houthi hanno negato di avere diretto droni contro la città santa e hanno definito la ricostruzione saudita una falsità. Il gruppo ha invece rivendicato l’abbattimento di un caccia F-15 saudita, ma questa affermazione non ha trovato conferme indipendenti. Ha inoltre annunciato attacchi contro la base aerea di Khamis Mushait e impianti della compagnia petrolifera Saudi Aramco.
Riad ha promesso misure di deterrenza e nuove ritorsioni. Il conflitto, iniziato nel 2015 dopo la conquista della capitale yemenita Sanaa da parte degli Houthi, era stato attenuato dalla tregua promossa dalle Nazioni Unite nel 2022, ma si è nuovamente aggravato nel 2026 con la contesa per la costa yemenita, il Mar Rosso e lo stretto di Bab el-Mandeb (passaggio strategico tra Mar Rosso e golfo di Aden).
Le conseguenze economiche sono già rilevanti. Ad agosto l’Arabia Saudita ha comunicato all’Organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio (OPEC) una produzione di 6,238 milioni di barili al giorno, il livello più basso dal 1990. Gli attacchi contro l’oleodotto Est-Ovest, attribuiti da Riad a milizie irachene sostenute dall’Iran, hanno inoltre bloccato parte delle spedizioni dal terminale di Yanbu sul Mar Rosso. Alcuni carichi destinati all’Europa sono stati cancellati e la Polonia ha acquistato forniture alternative.
Il quadro si inserisce nella più vasta crisi delle rotte energetiche già ricostruita da Mediterranea24: le difficoltà nello Stretto di Hormuz e la nuova pressione su Bab el-Mandeb restringono contemporaneamente i 2 principali passaggi marittimi utilizzati per il trasporto dell’energia mediorientale.
Cina e Stati Uniti evitano per ora un nuovo intervento diretto
Ieri 16 settembre Abbas Araghchi (ministro degli Esteri iraniano) ha incontrato a Pechino Wang Yi (ministro degli Esteri cinese). La Cina ha confermato la volontà di tutelare i “legittimi diritti e interessi” dell’Iran, ma ha contemporaneamente invitato Teheran e Washington alla moderazione, alla riapertura dello Stretto di Hormuz e alla ripresa dei negoziati.
Gli Stati Uniti, secondo le ricostruzioni finora disponibili, hanno invece respinto la richiesta saudita di intervenire direttamente contro gli Houthi, pur continuando a fornire collaborazione informativa e mantenendo la propria presenza militare nella regione. Washington vuole evitare l’apertura di un ulteriore fronte mentre resta fragile la tregua con l’Iran.
Pechino sostiene diplomaticamente Teheran ma chiede di non interrompere le rotte energetiche; Washington rimane alleata di Riad ma non vuole entrare nuovamente nella guerra yemenita. Arabia Saudita, Iran, Houthi e Paesi del Golfo cercano sostegni esterni, mentre Stati Uniti e Cina provano a difendere interessi strategici differenti senza assumersi interamente il costo di una nuova guerra.
Nell’immagine di copertina, Ursula von der Leyen durante il discorso sullo Stato dell’Unione; la campagna per le elezioni della Duma a Mosca; i pellegrini riuniti attorno alla Kaaba nella Grande Moschea della Mecca.

Giornalista pubblicista, ex direttore di una precedente testata e attuale direttore di Mediterranea24.








