Dalla famiglia agli algoritmi: così si costruisce la nostra visione dell’esistenza e del mondo. Le sovrastrutture

Oggi il cittadino riceve informazioni orientate, viene persuaso politicamente e spinto al consumo, mentre famiglia, scuola, confessioni, tradizioni, ideologie e propaganda si intrecciano sempre più con algoritmi e IA

Sintesi

La mente umana non si è sviluppata in isolamento. Fin dall’infanzia, la famiglia e l’ambiente sociale hanno trasmesso il linguaggio, le prime regole di comportamento, i valori morali e le modalità con cui interpretare emozioni, autorità, relazioni e conflitti. In termini semplici, prima ancora di poter scegliere consapevolmente, ciascuno ha imparato a guardare il mondo attraverso le categorie ricevute dalle persone e ciò che lo ha circondato.

La scuola, l’università, le confessioni, i riti e le consuetudini hanno successivamente aggiunto ulteriori livelli di formazione. Queste istituzioni hanno organizzato il sapere, rafforzato l’appartenenza al gruppo e fornito spiegazioni sulla società, sul bene, sul male, sulla giustizia e sul significato dell’esistenza. In parole povere, la cultura non si è limitata a comunicarci informazioni, ma ha anche indicato quali comportamenti considerare normali, rispettabili oppure riprovevoli.

Nel 1859, per opera di Karl Marx, nella prefazione “Per la critica dell’economia politica, dove ha distinto la struttura economica della società dalla sovrastruttura giuridica, politica e culturale, il concetto di “sovrastruttura” ha assunto un preciso significato filosofico e politico, riferito alle istituzioni, al diritto e alle forme della coscienza sociale che si sono sviluppate sopra una determinata base economica. Nel corso del tempo il termine è stato adoperato in modo più esteso per descrivere l’insieme delle idee e delle rappresentazioni collettive che hanno influenzato una comunità. In pratica, si è cercato di spiegare come economia, potere, cultura e pensiero si siano condizionati reciprocamente.

Nel Novecento la stampa, la radio, il cinema e soprattutto la televisione hanno ampliato enormemente la capacità di costruire un immaginario condiviso. La politica, la pubblicità e il consumismo hanno collegato prodotti, stili di vita e appartenenze ideologiche all’identità personale, facendo apparire alcuni desideri come necessità quotidiane. In sostanza, il cittadino è diventato nello stesso tempo destinatario di informazioni, elettore da persuadere e consumatore da conquistare.

Con l’espansione di internet e dei social network, la comunicazione ha smesso di seguire soltanto un percorso uguale per tutti. Le piattaforme hanno raccolto le tracce lasciate dagli utenti e hanno cominciato a selezionare contenuti differenti in base agli interessi, alle relazioni, alle reazioni e alle abitudini osservate. In termini semplici, persone che vivono nello stesso luogo possono ormai ricevere rappresentazioni molto diverse della realtà, pur consultando la medesima piattaforma.

L’intelligenza artificiale ha reso la selezione più rapida, precisa e adattabile, ma non ha cancellato la libertà individuale né determina automaticamente le opinioni. Gli algoritmi possono rafforzare convinzioni già presenti e limitare l’esposizione a posizioni differenti, mentre altri studi hanno mostrato che contano anche le scelte personali, le relazioni sociali e la struttura delle comunità digitali. In parole povere, la tecnologia può indirizzare l’attenzione, ma non controlla inevitabilmente ogni pensiero.

Quando informazioni, dati e sistemi intelligenti vengono utilizzati deliberatamente per indebolire la capacità di giudizio, alterare le percezioni o condizionare decisioni collettive, si entra nel campo della guerra cognitiva. Questa nozione non coincide con la normale pubblicità personalizzata, ma riguarda strategie organizzate e spesso ostili rivolte contro persone, istituzioni e società. In pratica, l’obiettivo è influenzare ciò che le persone credono vero e spingerle a prendere determinate decisioni o a comportarsi in un certo modo.

Articolo

La mente umana potrebbe essere descritta come un punto d’incontro fra esperienza individuale e influenze collettive. Ogni persona possiede capacità di riflessione, memoria, immaginazione e scelta, ma queste facoltà si formano all’interno di un ambiente già popolato da parole, valori, simboli e rapporti di autorità. Non esiste quindi un pensiero completamente separato dalla società, così come non esiste una società capace di eliminare del tutto la libertà e l’originalità del singolo.

Il primo livello è rappresentato dalla famiglia e dall’ambiente nel quale si cresce. Attraverso l’educazione, l’imitazione e le relazioni affettive vengono apprese le categorie fondamentali con cui si riconoscono il pericolo, la fiducia, l’amore, l’obbedienza, il conflitto e la solidarietà. Il linguaggio non serve soltanto a indicare gli oggetti, ma permette di ordinare l’esperienza, nominare le emozioni e stabilire ciò che una comunità considera accettabile. La socializzazione consiste proprio nella trasmissione e nell’apprendimento di valori, norme, comportamenti e modelli culturali fra generazioni e ambienti differenti.

La scuola e l’università hanno aggiunto un’organizzazione più strutturata del sapere. Hanno insegnato metodi di analisi, conoscenze scientifiche, discipline professionali e forme di convivenza, ma hanno anche rispecchiato le priorità delle diverse epoche. Ogni sistema educativo seleziona infatti ciò che deve essere studiato, il modo in cui deve essere valutato e le competenze considerate utili per l’inserimento sociale e lavorativo. Ciò non significa che l’istruzione sia soltanto uno strumento di conformismo: può offrire anche le capacità necessarie per criticare le idee ricevute e sottoporle a verifica.

Le confessioni, i riti e le tradizioni hanno depositato altri strati nella coscienza individuale. Hanno fornito un senso di continuità, appartenenza e orientamento spirituale, collegando la vita presente alle generazioni precedenti. Possono sostenere solidarietà e coesione, ma possono anche irrigidire ruoli e convinzioni quando vengono sottratte al confronto. Le nostalgie collettive agiscono in modo simile: ricostruiscono il passato selezionandone alcuni elementi e possono trasformarlo in un modello idealizzato da contrapporre alla complessità del presente.

Il termine “sovrastruttura” non è nato come sinonimo generico di qualsiasi influenza mentale. Karl Marx (filosofo, economista e militante comunista tedesco) lo ha utilizzato nella prefazione del 1859 a “Per la critica dell’economia politica” per distinguere la base economica e i rapporti di produzione dalle forme giuridiche, politiche e culturali sviluppatesi su di essa. Nella stessa tradizione teorica, tuttavia, la relazione non è stata intesa come completamente meccanica, perché struttura materiale e dimensione culturale hanno esercitato influenze reciproche.

Applicare oggi quella parola alla famiglia, alla scuola, ai media, alle ideologie e agli algoritmi può risultare utile per evidenziare i rapporti fra potere e rappresentazione, purché non venga trasformata in una spiegazione unica. Queste realtà non costituiscono un blocco compatto diretto da un solo soggetto. Sono ambienti differenti, attraversati da interessi in contrasto, resistenze, errori, innovazioni e possibilità di emancipazione. Un mezzo capace di diffondere propaganda può anche rendere accessibili conoscenze prima riservate a pochi.

Nel corso del Novecento, stampa, radio, cinema e televisione hanno portato la comunicazione di massa nelle abitazioni e hanno creato un immaginario nazionale e internazionale condiviso. La propaganda politica ha utilizzato immagini, ripetizioni, paure e speranze per orientare il consenso. La pubblicità ha collegato beni materiali, successo, bellezza e riconoscimento sociale, mentre il consumismo ha progressivamente trasformato numerosi desideri in esigenze considerate indispensabili.

L’oggetto acquistato ha smesso così di essere soltanto uno strumento ed è diventato un segnale identitario. Il marchio ha promesso appartenenza, giovinezza, sicurezza oppure prestigio. La comunicazione commerciale non ha inventato dal nulla ogni bisogno, ma ha imparato a intercettare desideri esistenti, associandoli a prodotti e stili di vita. Anche la politica moderna ha adottato tecniche analoghe, semplificando problemi complessi attraverso parole d’ordine, slogan ad effetto, immagini riconoscibili, contrapposizioni emotive e rappresentazioni personalizzate dei leader.

Internet ha successivamente modificato la direzione del processo. Nei mezzi tradizionali, uno stesso messaggio raggiungeva contemporaneamente un pubblico molto vasto. Sulle piattaforme digitali, invece, ciascun utente riceve un feed (flusso personalizzato di contenuti), chat collettive, gruppi, community e stanza, costruiti attraverso sistemi di contenuti che una piattaforma ti suggerisce automaticamente, come notizie, video, post o prodotti, in base a ciò che hai cercato, guardato o apprezzato in precedenza. Questi programmi ordinano notizie, video, fotografie e annunci sulla base di numerosi segnali, fra i quali ricerche, visualizzazioni, tempi di permanenza, condivisioni, relazioni e reazioni precedenti.

La profilazione non equivale alla lettura diretta della mente. L’intelligenza artificiale, indicata con l’acronimo IA, non comprende desideri e paure come farebbe una persona, ma calcola probabilità ricavate dai dati disponibili. Può stimare che un determinato contenuto abbia maggiori possibilità di suscitare curiosità, acquisto, indignazione o coinvolgimento. Il suo scopo commerciale più comune è accrescere l’engagement (coinvolgimento dell’utente), prolungare la permanenza sulla piattaforma e migliorare l’efficacia della pubblicità.

Secondo l’Osservatorio pubblicato nel 2026 dall’AGCOM (Autorità per le garanzie nelle comunicazioni), nel primo semestre 2025 internet è stato la principale fonte informativa per il 55,8% degli italiani, mentre la televisione si è attestata al 43,2%; i social network sono stati indicati dal 25,1% e i motori di ricerca dal 24,7%; il 50,8% di chi ha utilizzato i social per informarsi ha appreso per la prima volta una notizia proprio attraverso queste piattaforme; il 41% della popolazione dai 14 anni in poi non ha dichiarato consapevolezza dell’esistenza degli algoritmi di raccomandazione, con una percentuale salita dal 26,7% fra i giovani adulti al 64,1% fra gli anziani. I dati hanno mostrato che la selezione automatizzata è ormai parte della vita quotidiana, mentre la comprensione del suo funzionamento rimane disuguale.

La personalizzazione può generare una filter bubble (bolla di filtraggio), cioè un ambiente nel quale l’utente incontra prevalentemente materiali compatibili con i propri interessi. Può inoltre favorire una echo chamber (camera dell’eco), nella quale convinzioni simili vengono ripetute e rafforzate all’interno di una comunità. Le 2 dinamiche non sono però inevitabili né dipendono esclusivamente dalla tecnologia. Alcune ricerche hanno rilevato che i sistemi di raccomandazione possono avvicinare i contenuti alle preferenze precedenti, mentre altri studi hanno evidenziato il peso delle scelte individuali, dei contatti selezionati e della polarizzazione già esistente nella società.

L’effetto più concreto non consiste quindi nel controllo assoluto del pensiero, ma nella gestione dell’attenzione. Una notizia ripetuta, collocata in primo piano e accompagnata da reazioni emotive può apparire più importante o credibile di un’informazione meno visibile. La realtà percepita diventa parziale non perché tutto sia falso, ma perché alcuni frammenti vengono mostrati con maggiore frequenza e intensità rispetto ad altri.

Questo flusso continuo produce anche affaticamento mentale. La quantità di notifiche, immagini, commenti e richieste di reazione riduce il tempo disponibile per confrontare le fonti. L’emozione più rapida può precedere la valutazione razionale e la condivisione può avvenire prima della lettura completa. La difficoltà principale diventa allora distinguere ciò che nasce da un’elaborazione personale da ciò che è stato suggerito attraverso ripetizione, pressione del gruppo o selezione automatizzata.

L’IA generativa ha aggiunto un ulteriore passaggio. I sistemi contemporanei possono produrre testi, immagini, audio e video verosimili in pochi secondi. Un deepfake (falso digitale realistico) può attribuire a una persona parole o comportamenti mai avvenuti. Anche quando non esiste una volontà fraudolenta, una risposta automatica può risultare linguisticamente plausibile ma contenere errori, perché la capacità di generare una formulazione convincente non garantisce da sola la verità del contenuto.

Luciano Floridi (filosofo italiano dell’informazione, docente universitario e studioso dell’etica digitale) ha sostenuto in una recente intervista che l’intelligenza artificiale non deve essere considerata un destino o un’imposizione inevitabile, ma uno strumento che gli esseri umani possono progettare, governare e indirizzare. Il problema centrale non è dunque attribuire alla macchina un potere misterioso, bensì individuare chi stabilisce gli obiettivi, quali dati vengono impiegati e chi risponde delle conseguenze.

Il concetto di cognitive warfare (guerra cognitiva) riguarda un livello diverso e più grave. La NATO (Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord) lo ha riferito a strategie dirette a colpire o degradare la razionalità, sfruttare vulnerabilità psicologiche e indebolire la capacità decisionale di individui, istituzioni e comunità. In questo ambito possono confluire disinformazione, manipolazione emotiva, operazioni coordinate sui social, automazione, analisi dei dati e produzione artificiale di contenuti.

Non ogni pubblicità mirata o raccomandazione automatica costituisce quindi una guerra cognitiva. Quest’ultima presuppone una strategia deliberata, sistematica e finalizzata a modificare percezioni, fiducia o decisioni in funzione di un interesse politico, militare oppure geopolitico. I medesimi strumenti tecnologici possono essere adoperati per scopi differenti: vendere un prodotto, promuovere una campagna, diffondere una falsa narrazione, dividere un gruppo sociale oppure rendere più resistente una comunità alle manipolazioni.

Le istituzioni hanno cominciato a intervenire sul nuovo ambiente informativo. Il DSA (Digital Services Act, regolamento sui servizi digitali) dell’UE (Unione europea) ha introdotto obblighi di trasparenza sui principali criteri impiegati dai sistemi di raccomandazione e, per le piattaforme di dimensioni molto grandi, la disponibilità di almeno un’opzione non fondata sulla profilazione. L’obiettivo è consentire agli utenti di comprendere meglio perché ricevono determinati contenuti e ridurre alcuni rischi sistemici legati alla disinformazione e alla manipolazione.

L’AI Act (regolamento europeo sull’intelligenza artificiale) è entrato in vigore il 1° agosto 2024 ed è diventato generalmente applicabile dal 2 agosto 2026, con alcune disposizioni già operative e altre soggette a scadenze successive. Le regole vietano determinate pratiche manipolative o di sfruttamento considerate incompatibili con l’autonomia e i diritti fondamentali. Dal 2 agosto 2026 sono divenuti applicabili anche specifici obblighi di trasparenza per alcuni contenuti generati artificialmente, compresa l’etichettatura dei falsi digitali realistici.

In Italia è stata inoltre approvata la legge 23 settembre 2025, n. 132, dedicata all’intelligenza artificiale, mentre il 27 maggio 2026 l’Autorità nazionale delle comunicazioni ha istituito un tavolo tecnico per tutelare il pluralismo e il diritto d’autore sulle piattaforme che utilizzano questi sistemi. L’organismo deve favorire buone pratiche e modalità condivise per contrastare la disinformazione e le lesioni dell’integrità informativa.

Giacomo Lasorella (giurista e presidente dell’Autorità nazionale delle comunicazioni) ha richiamato nel 2026 la necessità di salvaguardare il pluralismo, l’indipendenza dei mezzi di informazione e una direzione umana nell’impiego delle tecnologie. Il punto non è fermare l’innovazione, ma evitare che la selezione delle notizie, la produzione dei contenuti e la distribuzione delle risorse economiche dipendano esclusivamente da sistemi opachi o da pochi operatori dominanti.

La difesa della libertà mentale non può essere affidata soltanto alle leggi. Richiede alfabetizzazione mediatica, conoscenza del funzionamento delle piattaforme, protezione dei dati, verifica dei fatti, confronto fra fonti differenti e tempo per riflettere prima di reagire. Significa anche distinguere una notizia documentata da un contenuto emozionale, riconoscere la pubblicità, controllare l’origine di fotografie e filmati e interrogarsi sul motivo per cui un determinato messaggio è comparso sullo schermo.

La mente contemporanea è quindi attraversata da livelli antichi e nuovi. Famiglia, scuola, confessioni, tradizioni, ideologie, consumismo, politica e propaganda non sono stati sostituiti dagli algoritmi, ma si sono intrecciati con essi. L’intelligenza artificiale ne ha aumentato velocità, precisione e capacità di adattamento individuale. La questione decisiva non è stabilire se ogni essere umano sia totalmente libero oppure completamente manipolato, ma creare le condizioni affinché possa riconoscere le influenze, confrontarle e scegliere con maggiore consapevolezza.