Sintesi
A Moncalieri Roberto Bocchiardi, 75 anni e malato oncologico, avrebbe ucciso la sorella Rosella, 78 anni, per poi togliersi la vita. L’ipotesi investigativa più accreditata collega il gesto al peggioramento delle sue condizioni e alla paura di lasciare sola la sorella, che dipendeva da lui per numerose incombenze quotidiane. È l’ultimo episodio di una sequenza che negli ultimi 2 anni presenta numerose caratteristiche comuni.

Il precedente siciliano più vicino risale al 6 dicembre 2025 a Corleone, dove Lucia Pecoraro, 78 anni, ha ucciso la figlia Giuseppina Milone, 47 anni, con autismo e gravi difficoltà motorie, per poi suicidarsi. Otto mesi prima era morto il marito, con il quale aveva condiviso per una vita l’assistenza della figlia. Familiari, volontari e servizi sociali erano presenti, ma ciò non è bastato a intercettare il cedimento che stava maturando. Questo rende la vicenda ancora più complessa: un aiuto formalmente esistente non sempre equivale a una presa in carico capace di prevenire la crisi.

Dalla Toscana all’Emilia-Romagna, dal Piemonte alla Puglia, dalla Lombardia alle Marche, la ricognizione dei 2 anni precedenti Moncalieri ha individuato almeno 20 episodi analoghi o strettamente connessi, comprendendo anche casi nei quali il suicidio è stato tentato o il movente resta ancora oggetto di accertamento. Alzheimer, demenza, disabilità, malattie gravi e timore di non riuscire più ad assistere il familiare ricompaiono con impressionante frequenza. Non costituiscono una spiegazione unica né automatica, ma formano un contesto che non può essere ignorato.

Mentre l’assistenza psicologica viene indicata come necessaria in quasi ogni programma sanitario e sociale, la disponibilità concreta resta molto più problematica. Nel 2024 soltanto il 7,4% degli oltre 10 milioni di interventi territoriali dei Dipartimenti di salute mentale è consistito in attività psicologica o psicoterapeutica. In Sicilia lo psicologo delle cure primarie è stato istituito nel 2023 e annunciato come operativo nel novembre 2024, ma l’Asp di Palermo soltanto il 31 luglio 2026 ha avviato la procedura per formare il proprio elenco provinciale dei professionisti. Sulla carta il sostegno esiste; nella vita quotidiana di troppe famiglie rischia ancora di restare lontano proprio quando servirebbe prima che la sofferenza diventi ingestibile.

C’è inoltre un’altra contraddizione nel sistema. Lo stesso Bonus psicologo, pur chiamandosi così, non può essere utilizzato con un qualsiasi psicologo abilitato, ma esclusivamente per sedute di psicoterapia effettuate da professionisti iscritti nell’elenco degli psicoterapeuti. E anche nei concorsi ordinari per dirigente psicologo del Servizio sanitario nazionale la sola laurea e l’iscrizione all’Albo non bastano: è richiesta una specializzazione nella disciplina prevista dal bando.
Per esercitare la psicoterapia occorrono almeno altri 4 anni di formazione dopo il percorso universitario e, negli istituti non universitari riconosciuti dal MUR, le rette possono complessivamente superare 20.000 euro. Neppure il percorso universitario pubblico è gratuito: a Messina, per il 2025/2026, la specializzazione in Psicologia della Salute costa 1.800 euro l’anno, mentre a Catania la contribuzione, rapportata anche all’ISEE, può arrivare a circa 2.300 euro annui. Il problema, dunque, non è soltanto la distinzione tra pubblico e privato: resta un ulteriore percorso quadriennale, selettivo e impegnativo dopo la laurea, la cui accessibilità economica varia sensibilmente in base alla sede, al reddito e all’eventuale disponibilità della borsa.
Dal 2024, inoltre, il Ministero ha ripristinato come regola la didattica in presenza, con limitate eccezioni. Da un lato si chiede più assistenza psicologica, mentre per un altro verso una parte degli strumenti pubblici e degli sbocchi professionali restringe l’accesso proprio attraverso un ulteriore percorso lungo, costoso e territorialmente non sempre vicino.
Anche i contributi economici mostrano la distanza tra stanziamento e disponibilità effettiva: in Sicilia oltre 2 milioni di euro riferiti al Fondo caregiver dell’annualità 2022 sono arrivati alla fase di ripartizione e liquidazione ai Distretti soltanto nel 2026. Il denaro è indispensabile, ma non sostituisce assistenza domiciliare, sollievo, accompagnamento e sostegno psicologico continuativo. Una famiglia può ricevere un contributo e continuare ugualmente a sentirsi sola davanti a 24 ore di cura quotidiana.
Articolo
Moncalieri, la paura di lasciare sola la sorella
Li hanno trovati nella stessa stanza nell’appartamento di Moncalieri (Comune della Città metropolitana di Torino). Rosella Bocchiardi, 78 anni secondo la ricostruzione successiva dell’ANSA, era morta da alcuni giorni; il fratello Roberto, 75 anni, si era tolto la vita. Un biglietto attribuito all’uomo conteneva l’ammissione dell’omicidio e l’intenzione di suicidarsi. Roberto era malato di tumore ai polmoni, le sue condizioni si erano aggravate ed era stato recentemente sottoposto a un intervento chirurgico. Secondo una delle ipotesi ritenute più attendibili dagli investigatori, avrebbe temuto che la propria morte lasciasse la sorella senza il suo principale punto di riferimento.
Rosella era vedova e non aveva figli. Una vicina, sua amica da circa 30 anni, ha raccontato che i 2 fratelli andavano d’accordo e che Roberto si occupava anche delle pratiche e delle incombenze della sorella. È stata proprio la donna a dare l’allarme dopo non avere più ricevuto risposte e avere avvertito un forte odore provenire dall’appartamento. La paura che sembra affiorare da questa vicenda è semplice quanto terribile: “se non ci sono più io, chi si prenderà cura di lei?”. È un interrogativo che ricompare, con circostanze diverse, in numerosi precedenti.
Corleone, il precedente siciliano
Il 6 dicembre 2025 a Corleone (Comune della Città metropolitana di Palermo) Lucia Pecoraro, 78 anni, ha ucciso la figlia Giuseppina Milone, 47 anni, affetta da autismo, per poi togliersi la vita. Otto mesi prima era morto Salvatore Milone, marito di Lucia ed ex infermiere, che per anni aveva condiviso con lei l’assistenza della figlia. Negli ultimi tempi Giuseppina aveva sviluppato anche gravi difficoltà nel camminare e nell’alzarsi, rendendo ancora più impegnativa la cura quotidiana. In una lettera Lucia ha scritto di non farcela più e ha chiesto perdono.
Ma proprio Corleone impone di evitare spiegazioni semplicistiche. Il sindaco Walter Rà ha riferito che dopo la morte del marito i servizi sociali si erano attivati, mentre familiari e volontari erano vicini alle due donne e i parenti passavano quotidianamente. La situazione appariva sotto controllo. È quindi improprio trasformare il caso nella prova di un totale abbandono istituzionale. La domanda, più difficile, riguarda invece la qualità, l’intensità e la capacità preventiva dell’aiuto: essere seguiti non significa necessariamente disporre ogni giorno del sostegno sufficiente a reggere un’assistenza lunga anni.
Dopo quella tragedia Federica Badami (segretaria generale della Cisl Palermo-Trapani) richiamò la necessità di prevenzione, psicologi e maggiore assistenza domiciliare. Rosi Pennino (fondatrice di ParlAutismo) spostò invece l’attenzione dal solo “dopo di noi” al “durante di noi”, chiedendo risposte mentre i genitori sono ancora vivi e stanno quotidianamente accudendo i figli. È probabilmente uno dei punti centrali: non soltanto stabilire cosa accadrà alla persona fragile quando il caregiver non ci sarà più, ma impedire che chi oggi la assiste arrivi a non vedere altra possibilità.
I precedenti del 2024
La ricognizione limitata ai soli 2 anni precedenti Moncalieri comincia il 29 settembre 2024 a Mercatale di Vernio (frazione di Vernio, provincia di Prato, in Toscana), dove una donna di 82 anni ha ucciso il marito coetaneo, affetto da Alzheimer, e ha poi tentato di suicidarsi. La Procura non aveva ancora accertato il movente, ma fra le prime ipotesi venne considerata plausibile l’esasperazione determinata dalla grave malattia e dalle difficoltà dell’assistenza. Il 4 dicembre, ad Altedo di Malalbergo (Comune della Città metropolitana di Bologna), Luciano Baraldi, 71 anni, ha ucciso la moglie Marina Bassoli, 64 anni, malata da tempo, e poi sé stesso; un’infermiera si recava nell’abitazione per cure domiciliari e un biglietto lasciato dalla coppia descriveva una situazione sanitaria divenuta progressivamente insostenibile. Il 13 dicembre, a Castellamonte (Comune della Città metropolitana di Torino), un pensionato di 71 anni ha ucciso la moglie settantenne, affetta da Alzheimer, e si è suicidato; secondo la prima ricostruzione dei Carabinieri soffriva di depressione collegata alla malattia della donna.
Il 2025, dalla disabilità alla paura di non poter più assistere
Il 24 aprile 2025 a Marzaglia (frazione di Modena) Gian Carlo Salsi, 83 anni, ha ucciso la moglie Claudia Santunione, 79 anni, malata da tempo, e il figlio Stefano, 48 anni, disabile e non autosufficiente, quindi si è tolto la vita. Aveva da poco appreso di avere a sua volta un problema di salute. Secondo la ricostruzione raccolta dagli investigatori e dai familiari, la paura di non riuscire più ad accudirli e il pensiero del loro futuro senza di lui avrebbero avuto un peso determinante. È uno dei casi che più direttamente richiama quello di Moncalieri.
Il 16 maggio a Otranto (Comune della provincia di Lecce, in Puglia) Aldo Brigante, 85 anni, ha sparato alla moglie Mariateresa Parata, 81 anni, prima di suicidarsi; la donna è morta 2 giorni dopo. Entrambi erano affetti da patologie e nei fogli lasciati dall’uomo compariva esplicitamente la volontà di non lasciare sola la moglie. A Empoli (Comune della Città metropolitana di Firenze), il 9 giugno, Mauro Caparrini ha ucciso la moglie Piera Ulivelli, 83 anni, malata di Alzheimer, tentando poi di togliersi la vita. La donna era assistita dal marito e dalle figlie e lo stesso Caparrini era malato da tempo. Nel maggio 2026 è stato rinviato a giudizio per omicidio volontario aggravato.
Il 16 giugno, nell’ospedale di Angera (Comune della provincia di Varese, in Lombardia), Giuseppe Rizzotti, 91 anni, ha ucciso la moglie Anna Adele Castoldi, 86 anni, ricoverata da settimane per una grave patologia, e poi sé stesso. La donna avrebbe dovuto essere dimessa pochi giorni dopo per continuare la riabilitazione a casa. La malattia costituisce un elemento certo della vicenda, mentre il movente non è stato definitivamente accertato. Il 23 giugno a Villa di Tirano (Comune della provincia di Sondrio, in Lombardia) un uomo ha invece ucciso la madre anziana, inferma da tempo, e poi si è suicidato.
Il 3 luglio a Napoli i fratelli Franco e Raffaele Poce, entrambi anziani e malati, sono morti in quello che gli investigatori hanno ricostruito come un omicidio-suicidio. Franco viveva solo in condizioni difficili e veniva seguito dal fratello. Secondo diverse testimonianze raccolte nel quartiere, Raffaele avrebbe scoperto di essere anch’egli malato e avrebbe temuto di non essere più in grado di occuparsi di Franco. È una spiegazione testimoniale e non una conclusione giudiziaria, ma richiama ancora la medesima paura.
Il 26 luglio a Castiraga Vidardo (Comune della provincia di Lodi, in Lombardia) un uomo di 89 anni ha ucciso la moglie Luisa Trabucchi, 80 anni, da molto tempo in sedia a rotelle, e ha poi tentato di suicidarsi. Una ventina di giorni prima si era recato in Municipio per chiedere informazioni su come adattare l’abitazione alle necessità della consorte. La sindaca Emma Perfetti ha precisato che non aveva chiesto un intervento dei servizi sociali, ma informazioni tecniche; lo ricordava tuttavia come un uomo apparso stanco e disperato. Anche questo particolare mostra quanto sia difficile distinguere una necessità pratica da un possibile segnale di cedimento.
Dopo Corleone, il 7 ottobre a Castelfranco Emilia (Comune della provincia di Modena, in Emilia-Romagna) un uomo di 92 anni ha ucciso la moglie di 88, affetta da Alzheimer, e si è suicidato. Appena 4 giorni dopo, a Mirandola (Comune della provincia di Modena), un uomo di 86 anni ha ucciso la moglie di 89 anni, affetta da demenza senile, e poi si è tolto la vita. Il 16 ottobre, a San Benedetto del Tronto (Comune della provincia di Ascoli Piceno, nelle Marche), Mario Cutella, 79 anni, ha ucciso la compagna Vanda Venditti, 80 anni, gravemente malata e da quasi un anno ospitata in una struttura per persone non autosufficienti, e poi sé stesso. Anche lui era malato e la coppia non aveva figli. La Tgr Marche definì il caso una “tragedia della solitudine”.
Il 2026 e una sequenza che continua
Il 13 gennaio 2026 a Cameri (Comune della provincia di Novara, in Piemonte) un uomo di 88 anni ha ucciso la moglie di 83, malata da tempo, e si è poi suicidato. Il 3 luglio a Lido di Camaiore (frazione di Camaiore, provincia di Lucca, in Toscana) un uomo di 86 anni ha ucciso in ospedale l’ex moglie di 67 anni, ricoverata per gravi problemi neurologici, e si è tolto la vita. Anche in questo caso la patologia è un fatto accertato, mentre non può essere trasformata automaticamente nel movente.
A Savona, il 6 luglio, Dino Marassio, 98 anni, ha sparato alla moglie Pia Cavalotto, 86 anni, affetta da una grave forma di demenza, e ha poi tentato di suicidarsi; la donna è morta successivamente. A Bologna, l’11 luglio, Roberto Rizzioli, 81 anni secondo una delle ricostruzioni ANSA, ha ucciso la moglie Gianna Galletti, 86 anni, gravemente malata, e poi sé stesso. Gli accertamenti e un testo contenente le ultime volontà dell’uomo hanno portato gli investigatori a collegare il quadro della tragedia alle gravi condizioni di salute della donna.
Il 25 luglio a Cunardo (Comune della provincia di Varese, in Lombardia) un anziano è andato, come faceva abitualmente, nella struttura sanitaria nella quale la moglie era ricoverata da tempo in condizioni critiche, l’ha uccisa e si è suicidato. Le prime informazioni investigative hanno indicato come probabile il proposito di porre fine alle sofferenze della donna. Anche questa resta un’ipotesi e non deve trasformare un omicidio in un atto di pietà: la sofferenza può aiutare a comprendere un contesto, ma non cambia la natura irreversibile della violenza esercitata sulla vittima.
Il 31 agosto a Pietralata, quartiere di Roma, Luca Abbasciano, Valentina Pambianco e la figlia Bianca, 5 anni e con una grave disabilità, sono stati trovati morti nella loro abitazione. Gli investigatori stanno ricostruendo responsabilità e dinamica dell’omicidio-suicidio ipotizzato. Anche qui è emerso un punto importante: la famiglia risultava seguita dai servizi sociali territoriali. Mediterranea24 aveva già raccontato questa tragedia nella recente ricostruzione dei casi familiari di Pietralata e delle altre cronache italiane, sottolineando che la disabilità non può essere indicata semplicisticamente come causa di un omicidio-suicidio.
Almeno 20 casi, ma non una statistica e non un unico movente
Nel periodo compreso tra il 10 settembre 2024 e il 9 settembre 2026 questa ricognizione ha dunque individuato almeno 20 episodi analoghi o strettamente collegati prima di Moncalieri, partendo dalla Sicilia e verificando poi il resto d’Italia. Nel numero sono compresi casi di omicidio seguito da suicidio, casi nei quali il suicidio è rimasto un tentativo e Pietralata, dove alcuni passaggi sono ancora oggetto di accertamento. Non è una statistica ufficiale nazionale né dimostra l’esistenza di una causa unica. È però una successione sufficientemente ampia da rendere difficile liquidare come episodica la ricorrenza di malattie gravi, demenze, disabilità, non autosufficienza e paura del futuro.
Proprio nei primi giorni di settembre, dopo 4 omicidi-suicidi o presunti tali avvenuti a breve distanza, Ivan Iacob (segretario dell’Associazione Unitaria Psicologi Italiani) ha richiamato la necessità di intercettare il profondo malessere prima che sia troppo tardi e prendere in carico l’intero nucleo familiare, soprattutto quando sono presenti persone con disabilità. Ha inoltre invitato a considerare con prudenza un possibile effetto emulativo nel modo in cui simili tragedie vengono raccontate. Anche questa è soltanto una possibile componente e non una spiegazione generalizzabile.
L’assistenza psicologica proclamata e quella che si riesce davvero a trovare
È proprio qui che emerge una contraddizione difficile da ignorare. La necessità dell’assistenza psicologica viene ormai affermata nella scuola, negli ospedali, nelle carceri, nelle emergenze, nella disabilità, nell’oncologia, nelle dipendenze e nel sostegno ai caregiver, ma il passaggio dal principio alla disponibilità continuativa sul territorio resta molto più fragile. Il Rapporto sulla salute mentale pubblicato dal Ministero della Salute nell’aprile 2026 registra per il 2024 oltre 10.061.000 prestazioni dei servizi territoriali dei Dipartimenti di salute mentale: il 33,9% riguarda attività infermieristica domiciliare e territoriale, il 25,4% attività psichiatrica e soltanto il 7,4% attività psicologica o psicoterapeutica.
Dire comunque che la psicologia pubblica sia letteralmente inesistente sarebbe inesatto: esistono professionisti, servizi aziendali, consultori e strutture di salute mentale. Il problema è un altro e forse ancora più serio. Per una persona anziana che assiste il coniuge con Alzheimer, per un genitore che da decenni si occupa di un figlio non autosufficiente o per un fratello che improvvisamente scopre di essere gravemente malato, il sostegno deve essere vicino, semplice da raggiungere, continuativo e possibilmente capace di individuare il problema prima che sia l’interessato, già allo stremo, a dover chiedere aiuto. Se tutto questo manca, un servizio esistente sulla carta può divenire pressoché invisibile nella quotidianità di chi ne avrebbe più bisogno.
C’è poi un paradosso anche dentro la stessa organizzazione dell’assistenza. Il cosiddetto Bonus psicologo non finanzia genericamente prestazioni rese dagli psicologi: l’INPS definisce come professionista utilizzabile per la misura lo specialista regolarmente iscritto nell’elenco degli psicoterapeuti dell’Albo degli psicologi e rimborsa esclusivamente sedute di psicoterapia. Significa che uno psicologo regolarmente abilitato e iscritto all’Albo, pur potendo esercitare le attività proprie della professione psicologica, non può erogare le prestazioni coperte da questo contributo se non possiede anche la specializzazione in psicoterapia. E il problema si ripropone, con caratteristiche diverse, nell’accesso al Servizio sanitario nazionale: il D.P.R. n. 483 del 1997 stabilisce che per i concorsi della dirigenza psicologica occorre, oltre alla laurea e all’iscrizione all’Albo, la specializzazione nella disciplina oggetto del concorso; nei numerosi bandi per la disciplina di psicoterapia è quindi necessario il relativo titolo o una specializzazione equipollente o affine.
La legge consente di conseguirlo presso scuole universitarie oppure presso istituti riconosciuti dal Ministero dell’Università e della Ricerca. Resta per entrambi un percorso di almeno 4 anni successivo alla laurea. E neppure la strada universitaria pubblica equivale necessariamente a una formazione gratuita. Il bando 2025/2026 dell’Università di Messina stabilisce per la Scuola di specializzazione in Psicologia della Salute 1.800 euro annui tra tasse e contributi; all’Università di Catania, dove la Scuola di Psicologia clinica abilita alla psicoterapia, agli specializzandi vengono applicate le fasce ordinarie di contribuzione e, per chi ricade nella fascia massima, tra contributo, tassa regionale e bollo si può arrivare a circa 2.300 euro l’anno. Per 4 anni significa, agli importi attuali, rispettivamente circa 7.200 e 9.200 euro, prima degli eventuali costi di spostamento. Il percorso pubblico può quindi essere considerevolmente meno oneroso per chi ottiene la borsa, ma rimane comunque un ulteriore quadriennio formativo dopo la laurea e l’abilitazione.
I costi degli istituti privati riconosciuti possono essere considerevoli. Tra gli esempi attualmente pubblicati, una scuola di Palermo indica 4.000 euro l’anno, circa 16.000 euro nel quadriennio oltre ad alcune quote aggiuntive; un istituto di Roma indica 5.250 euro annui, quindi 21.000 euro in 4 anni; una scuola di Bergamo arriva a 6.000 euro l’anno, cioè 24.000 euro nel quadriennio. A Messina, per il 2025/2026, la specializzazione in Psicologia della Salute nella struttura pubblica costa 1.800 euro l’anno, mentre a Catania la contribuzione, rapportata anche all’ISEE, può arrivare a circa 2.300 euro annui. Non sono una media nazionale, ma dimostrano documentalmente che la formazione può superare i 20.000 euro prima ancora di considerare viaggi, vitto e, quando necessario, pernottamenti.
A rendere il percorso ancora meno agevole per chi vive lontano dalle sedi formative c’è un ulteriore elemento. Il MUR ha ripristinato dall’aprile 2024 l’obbligo della didattica in presenza negli istituti di specializzazione in psicoterapia riconosciuti, prevedendo almeno l’80% della frequenza della didattica frontale e il 100% del tirocinio; la modalità online resta prevista soltanto in specifiche situazioni documentate, tra cui determinate condizioni di fragilità.
Le scuole autorizzate sono inoltre legate a sedi fisiche determinate: in Sicilia, per esempio, l’elenco ministeriale mostra corsi concentrati soprattutto in città quali Palermo, Catania, Messina e Siracusa, per cui chi vive in altri territori può dover aggiungere alla retta anni di spostamenti, costi e tempo sottratto al lavoro e alla vita personale. Dopo un percorso universitario quinquennale, oggi culminante nella laurea magistrale LM-51 abilitante alla professione di psicologo, possono dunque rendersi necessari altri 4 anni per acquisire un titolo che diventa decisivo per la psicoterapia e per numerose opportunità nella sanità pubblica. La contraddizione merita almeno una domanda: se il Paese denuncia continuamente la carenza di assistenza psicologica, è ragionevole mantenere un percorso di accesso a una parte essenziale del sistema così lungo, costoso e poco conciliabile con la distanza geografica, senza affiancargli un’offerta pubblica e territorialmente più accessibile?
Sicilia, 3 anni tra la legge e gli elenchi ancora da formare
La Sicilia offre un esempio documentale particolarmente chiaro. La legge regionale n. 18 del 20 ottobre 2023 ha istituito il Servizio di psicologia delle cure primarie, prevedendo almeno 2 psicologi ogni 50.000 abitanti e affidandogli proprio il compito di intercettare i bisogni psicologici dei cittadini. Successivi atti parlamentari hanno richiamato esplicitamente anche l’obiettivo di intercettare i bisogni inespressi. Nel novembre 2024 la Presidenza della Regione annunciò che lo psicologo di base diventava “operativo”, con il decreto destinato a stabilire criteri, competenze e formazione degli elenchi provinciali.
Eppure il 31 luglio 2026, quasi 3 anni dopo la legge e oltre 20 mesi dopo quell’annuncio, l’Asp di Palermo ha pubblicato l’avviso per costituire il proprio elenco provinciale degli psicologi delle cure primarie, con domande aperte dall’1 al 20 agosto. Questo non significa che nell’intera provincia non esistessero altri servizi psicologici; significa però che la specifica rete territoriale presentata come nuova risposta di prossimità è ancora in una fase essenziale di costruzione dell’elenco dei professionisti.
I fondi ci sono, ma il calendario racconta un’altra parte della storia
Analoga distanza emerge quando si guardano i tempi del sostegno economico. Il 16 luglio 2026 la Regione Siciliana ha annunciato 2.035.212,87 euro destinati ai 55 Distretti socio-sanitari per i caregiver familiari, ma le risorse riguardano l’annualità 2022: 1.322.888,37 euro per chi assiste persone con disabilità grave e 712.324,50 per la disabilità gravissima. Il decreto di accertamento regionale delle somme è datato 5 giugno 2026. Una misura può quindi essere finanziata e formalmente esistente, ma il tempo che passa tra annualità di riferimento, atti amministrativi, avvisi locali e pagamento effettivo resta decisivo per chi assiste ogni giorno.
Mediterranea24 lo ha già documentato seguendo i fondi caregiver 2022 nei Distretti siciliani: al 26 agosto il Distretto D26 di Messina aveva già accertato dal 30 luglio la propria quota di 108.447,99 euro, mentre non risultava ancora reperibile il nuovo avviso rivolto ai beneficiari. La testata aveva inoltre approfondito la non autosufficienza e i ritardi strutturali dell’assistenza, evidenziando come gran parte del carico continui a ricadere sulle famiglie.
Anche sul piano nazionale il riconoscimento organico del caregiver resta incompleto. La proposta di legge C.114, presentata nell’ottobre 2022 e abbinata a numerose altre iniziative sullo stesso tema, risulta ancora all’esame della Commissione Affari sociali della Camera. Intanto la cura non aspetta l’iter parlamentare: si svolge di notte e di giorno, nei giorni festivi, quando chi assiste sta bene e quando comincia ad ammalarsi a sua volta.
Non basta contare stanziamenti, bisogna misurare chi viene realmente raggiunto
È su questo terreno che la politica dovrebbe essere giudicata con criteri verificabili. Non basta annunciare fondi, inaugurare servizi, organizzare convegni o moltiplicare iniziative pubbliche se poi non si misura quante famiglie siano effettivamente raggiunte, dopo quanto tempo, con quante ore di assistenza domiciliare, quanti momenti di sollievo e quale sostegno psicologico continuativo. Esiste il diritto dei cittadini a conoscere quali priorità vengano date alla spesa pubblica e quali risultati concreti producano le risorse destinate alla fragilità.
I casi di Corleone, Angera e Pietralata dimostrano anche qualcosa di più scomodo: familiari, volontari, servizi sociali, ospedali o strutture possono essere presenti e una persona può ugualmente precipitare in una sofferenza estrema. Per questo la domanda non può fermarsi a “c’era un servizio?”. Deve diventare: quante volte incontrava quella famiglia, chi valutava lo stato psicologico del caregiver, chi verificava che riuscisse ancora a dormire, uscire, curarsi e immaginare il proprio futuro, e quale alternativa concreta gli veniva offerta se non era più in grado di continuare?
Il filo che collega i casi più simili non è dunque una generica diagnosi di caregiver burnout (esaurimento fisico ed emotivo della persona che presta assistenza), che nessuno può attribuire retrospettivamente senza valutazione clinica. È una domanda molto più elementare che ritorna da Marzaglia a Otranto, da Napoli a Corleone fino a Moncalieri: “Quando io non potrò più occuparmene, che cosa accadrà a lui o a lei?”. Una società e soprattutto uno Stato che vuole definirsi capace di proteggere le persone fragili dovrebbe riuscire a dare una risposta concreta molto prima che quella domanda diventi disperazione.
Nell’immagine di copertina, Moncalieri malato oncologico uccide la sorella sordo muta di 79 anni e si suicida, Carabinieri e soccorsi davanti all’abitazione della tragedia di Corleone; esterni dell’abitazione di Marzaglia dove è morta la famiglia Salsi.

Giornalista pubblicista, ex direttore di una precedente testata e attuale direttore di Mediterranea24.









