L’ultimo spettacolo di Roberto Lipari, andato in scena ieri sera al Teatro Antico di Taormina nell’ambito del Festival Taormina Arte, appartiene a quella categoria di spettacoli che, dietro un titolo apparentemente definitivo, nascondono una domanda molto più umana: che cosa accadrebbe se sapessimo che questa è davvero l’ultima volta?

L’ultima volta su un palcoscenico. L’ultima occasione per fare una scelta. L’ultima possibilità di dire qualcosa che abbiamo continuato a rimandare.

Lipari parte proprio da questa idea e la trasforma nel filo conduttore di un monologo personale, nel quale la comicità diventa il modo per attraversare dubbi, sogni, contraddizioni e paure. La sua cifra rimane quella che il pubblico conosce: osservare la realtà, coglierne i paradossi e restituirli con una lingua diretta, siciliana nel ritmo e nel modo di guardare le cose, ma capace di andare ben oltre i confini dell’Isola.

Ed è forse proprio questo uno degli aspetti più riusciti dello spettacolo.

La sicilianità di Lipari non è una cartolina e non viene mai esibita come un elemento decorativo. È piuttosto un modo di stare davanti alla realtà. Una prospettiva che gli permette di prendere anche le situazioni più complicate e cercare, dentro le loro contraddizioni, quel punto da cui è ancora possibile sorridere.
Perché L’ultimo spettacolo non è soltanto una successione di battute.
Al centro c’è soprattutto il tempo. Il tempo che passa mentre siamo concentrati sul lavoro, sui progetti, sugli obiettivi da raggiungere. Il tempo che, prima o poi, ci costringe a guardarci indietro e a chiederci cosa abbiamo fatto, cosa avremmo voluto fare e, soprattutto, quanto delle nostre scelte sia stato davvero nostro e quanto invece sia dipeso dalle aspettative degli altri.
A quel punto la domanda sull’ultima esibizione smette di riguardare soltanto un artista.
Riguarda tutti noi.
Perché nella vita ci sono continuamente delle “ultime volte”, anche quando non ce ne accorgiamo. Un ultimo giorno, un ultimo incontro, una possibilità che non tornerà, una fase della nostra vita che finisce senza mandarci alcun avviso.
Ed è proprio qui che Lipari trova un equilibrio interessante. Non prova a trasformare queste riflessioni in una lezione e nemmeno cerca di dare risposte definitive. Preferisce attraversarle con l’ironia.
Una scelta che funziona perché la risata, in questo caso, non serve soltanto a sdrammatizzare. Serve anche ad avvicinarsi alle proprie fragilità senza vergognarsene e senza renderle necessariamente più pesanti di quello che sono.
È il momento in cui il comico incontra davvero l’autore.
La battuta non è più soltanto il punto di arrivo, ma diventa uno strumento per osservare la società, le generazioni, le nostre abitudini e quelle piccole assurdità quotidiane nelle quali, spesso, ci riconosciamo più di quanto vorremmo ammettere.
E in un luogo come il Teatro Antico di Taormina, dove ogni spettacolo sembra inevitabilmente confrontarsi con il peso della storia e con il tempo che è passato da quelle pietre, la domanda di Lipari assume un significato ancora più suggestivo.
Che cosa resta quando arriva la fine?
Forse non la perfezione. Non il controllo assoluto della nostra vita. Nemmeno tutte le risposte che avremmo voluto trovare.
Restano le esperienze che abbiamo scelto di vivere. Le persone incontrate. Le cose che abbiamo avuto il coraggio di fare, anche quando non eravamo sicuri che fosse la scelta giusta.
E forse resta anche una risata.
Una risata arrivata nel momento giusto può sembrare una cosa piccola, ma a volte è proprio il modo più semplice che abbiamo per prendere fiato, guardare le nostre paure da un’altra prospettiva e ricordarci che il tempo, per quanto inesorabile, non deve necessariamente farci paura.
L’ultimo spettacolo lascia così aperta la domanda contenuta nel titolo: sarà davvero l’ultimo?
La risposta, naturalmente, non riguarda soltanto Roberto Lipari.
Riguarda ciascuno di noi.
Perché nessuno sa davvero quando sta vivendo un’ultima volta. Lo scopriamo quasi sempre dopo. E forse proprio per questo vale la pena prestare più attenzione alle occasioni che abbiamo davanti, alle persone che abbiamo accanto e alle cose che continuiamo a rimandare.
Alla fine, forse, L’ultimo spettacolo non parla tanto della fine quanto della possibilità di ricominciare.
Perché finché abbiamo ancora una domanda da farci, qualcosa da cambiare o un nuovo inizio da cercare, un’ultima volta non è mai del tutto definitiva.
Mariella Musso©Tutti i diritti riservati
Vice direttrice di Mediterranea24, giornalista pubblicista. Docente di Musica e di Sostegno nella scuola pubblica e docente a contratto presso l’Università degli Studi di Palermo per la formazione degli insegnanti specializzandi sul sostegno. Laureata in Psicologia Comportamentale e Cognitiva Applicata, con una solida formazione accademica in ambito musicale e tecnologico. Coreografa e professionista della danza, ha maturato una lunga esperienza nella didattica artistica e coreutica. Ha lavorato come corrispondente e giornalista televisiva per la TV regionale, curando servizi e approfondimenti per Futura Production su Messina e la Costa Ionica. Scrittrice, è autrice del romanzo contemporaneo Ghost Love – Tra noi niente eppure tutto. Si occupa di cultura, educazione, inclusione e territorio.









