Sintesi
La nuova escalation nel Golfo ha riportato il Brent stabilmente sopra i 100 dollari al barile. Nelle prime ore del 10 settembre è stato scambiato attorno a 101,10 dollari, mentre il Wti statunitense si è attestato intorno a 96,24. Il giorno precedente il gas naturale europeo aveva sfiorato 81 euro al MWh sulla piazza Ttf di Amsterdam. Le tensioni militari stanno tornando direttamente dentro i prezzi dell’energia.

Il paradosso è che il petrolio nel mondo non è scomparso: il problema è riuscire a estrarlo, trasportarlo e soprattutto trasformarlo nei carburanti che servono dove servono. La guerra ha ridotto i flussi attraverso Hormuz e fermato parte della capacità di raffinazione del Golfo, mentre Russia e Medio Oriente esportano molto meno diesel e altre raffinerie, comprese quelle statunitensi, stanno già lavorando vicino ai propri limiti. Negli ultimi decenni, inoltre, soprattutto l’Europa ha progressivamente ridotto una parte della propria capacità, mentre i nuovi grandi impianti si sono concentrati maggiormente in Asia e nel Golfo. Può quindi esserci greggio disponibile nel sottosuolo o nei depositi e, nello stesso tempo, scarseggiare il carburante pronto all’uso: ed è questa strozzatura a spingere i prezzi molto più in alto.

In Italia scade oggi il taglio di circa 17 centesimi al litro sul gasolio. Il decreto del 4 settembre ha ridotto temporaneamente l’accisa fino al 10 settembre e il governo sta preparando un’ulteriore proroga, probabilmente attraverso il meccanismo delle accise mobili. Si sollecita da parte di alcune forze politiche di arrivare quasi alla fine del mese e comprendere nei successivi sostegni anche lavoratori autonomi e partite Iva. Per ora, però, la nuova misura non è ancora definitiva.

Il ritorno della tensione è seguito alla distruzione, rivendicata dal comando militare statunitense, di 5 petroliere iraniane l’8 settembre, dopo altre 3 colpite il 5 settembre. Teheran ha risposto rivendicando attacchi contro 10 navi nell’area di Hormuz e contro una base statunitense in Giordania, annunciando inoltre l’ampliamento di una propria zona marittima interdetta. Il principale corridoio energetico del Golfo è nuovamente al centro dello scontro.

La crisi coinvolge anche il Mar Rosso. Gli Houthi hanno colpito nuovamente obiettivi sauditi e hanno successivamente attribuito all’aviazione di Riad 32 raid nello Yemen, dato che deve però essere considerato una loro rivendicazione. Intanto il Consiglio dei governatori dell’Aiea ha deferito l’Iran al Consiglio di Sicurezza dell’Onu per la mancata cooperazione nelle verifiche su tracce di uranio rinvenute in siti non dichiarati. Alla crisi energetica si somma quindi una nuova pressione diplomatica e militare.
Articolo
Il Governo cerca un altro ponte sul gasolio
Non si ferma la corsa dei prezzi energetici e oggi, 10 settembre, scade l’ultima proroga dello sconto fiscale sul gasolio. Il decreto del Ministero dell’Economia e delle Finanze del 4 settembre, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 205, ha fissato dal 6 al 10 settembre l’accisa sul diesel a 532,90 euro ogni 1.000 litri, attivando il meccanismo delle cosiddette accise mobili.
Le accise mobili, introdotte dalla legge finanziaria del 2008, consentono di utilizzare il maggiore gettito dell’Iva derivante dall’aumento dei prezzi petroliferi per finanziare temporaneamente una riduzione dell’imposta sui carburanti. Il beneficio complessivo alla pompa è stato di circa 17 centesimi al litro, considerando la diminuzione dell’accisa e il conseguente effetto sull’Iva.
La nuova proroga non risulta ancora formalizzata nelle prime ore del 10 settembre. Secondo le anticipazioni, il Consiglio dei ministri dovrebbe occuparsene oggi. Salvini (vicepresidente del Consiglio, ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti e leader della Lega), dopo avere parlato con Giancarlo Giorgetti (ministro dell’Economia e delle Finanze, anch’egli della Lega), ha dichiarato di ritenere possibile prolungare lo sconto “fino a quasi fine mese”. Durata e coperture devono però essere definite.
Lo stesso Salvini ha chiesto che i successivi interventi comprendano anche autonomi e partite Iva. Il progetto originario del Governo prevedeva invece il passaggio dagli sconti generalizzati ad aiuti selettivi sulla base del reddito, oltre a misure specifiche per l’autotrasporto. I lavori sui nuovi strumenti stanno richiedendo più tempo e da qui nasce l’ipotesi di un ulteriore decreto ponte.
L’impegno finanziario accumulato non è marginale. Secondo i Servizi studi di Camera e Senato, gli interventi sulle accise decisi dal 19 marzo al 10 settembre hanno comportato minori entrate per 2 miliardi e 74,5 milioni di euro. Di questi, 689,2 milioni sono stati coperti attraverso il meccanismo dell’accisa mobile.
Alla pompa il diesel ha superato 2,17 euro
Lo sconto fiscale non ha impedito ai prezzi di continuare a crescere. Nell’ultimo aggiornamento disponibile del Ministero delle Imprese e del Made in Italy (Mimit), relativo al 9 settembre, la benzina self service ha raggiunto una media nazionale di 2,067 euro al litro e il gasolio 2,177 euro. In autostrada le medie sono salite rispettivamente a 2,152 e 2,248 euro.
Il fenomeno conferma quanto già evidenziato da Mediterranea24 nell’analisi sul precedente rialzo di petrolio e carburanti: una riduzione fiscale può attenuare l’impatto sull’automobilista, ma non può neutralizzare a lungo un forte incremento internazionale del greggio e dei prodotti raffinati.
Brent oltre 100 dollari, il gas ha sfiorato quota 81
Il nuovo salto è arrivato dai mercati internazionali. Il Brent (greggio di riferimento estratto nel Mare del Nord) ha chiuso il 9 settembre a 101,21 dollari al barile, con un rialzo giornaliero del 3,4%, dopo avere toccato 101,58 dollari. Nelle prime contrattazioni del 10 settembre è rimasto poco sopra 101 dollari. Il Wti (West Texas Intermediate, petrolio statunitense di riferimento) si è mantenuto attorno ai 96 dollari.
C’è infatti un apparente paradosso dietro questi prezzi. Il mondo dispone ancora di grandi risorse petrolifere e produttori esterni al Golfo, dagli Stati Uniti al Canada e alla Guyana, hanno aumentato l’offerta, tanto che proprio questa disponibilità ha finora impedito al Brent di salire molto più in alto. Ma avere petrolio non significa automaticamente avere benzina, gasolio o carburante per aerei. La guerra ha contemporaneamente ostacolato il passaggio del greggio attraverso Hormuz, colpito o fermato raffinerie del Medio Oriente e ridotto fortemente l’esportazione dei prodotti già lavorati.
L’Aiea stima che quasi 3 milioni di barili al giorno di capacità di raffinazione nel Golfo siano rimasti fuori servizio, mentre le scorte mondiali di prodotti sono state progressivamente consumate. Il problema è aggravato da una trasformazione avvenuta negli ultimi decenni: soprattutto in Europa diverse raffinerie ad alto costo sono state chiuse o riconvertite, per la combinazione tra domanda prevista in diminuzione, concorrenza di impianti più moderni in Cina, India e Medio Oriente, costi industriali e politiche ambientali e di decarbonizzazione.
Non significa che l’Occidente abbia rinunciato alla raffinazione, tanto che gli Stati Uniti dispongono ancora di circa 18,2 milioni di barili al giorno di capacità, ma oggi molte raffinerie americane ed europee stanno già funzionando a ritmi molto elevati e non possono compensare rapidamente ciò che manca altrove. È così che un barile teoricamente disponibile può non diventare, nel luogo e nel momento necessari, il litro di diesel o benzina richiesto dal mercato: la scarsità si è spostata in parte dal petrolio in sé alla capacità di farlo arrivare e trasformarlo in carburante.
Anche il gas naturale europeo ha registrato una forte accelerazione. Al Ttf (Title Transfer Facility, mercato di riferimento europeo con sede virtuale nei Paesi Bassi) i contratti future di ottobre hanno raggiunto il 9 settembre 80,99 euro al megawattora, con un incremento del 6,8%, tornando sui livelli più elevati da oltre 3 anni.
Una delle ragioni è la crescente competizione tra Europa e Asia per il Gnl (gas naturale liquefatto). La U.S. Energy Information Administration ha calcolato che le precedenti interruzioni dei flussi attraverso Hormuz avevano già sottratto circa il 20% dell’offerta mondiale di Gnl, soprattutto quella proveniente dal Qatar, costringendo gli acquirenti asiatici ed europei a contendersi le forniture disponibili sul mercato.
Otto petroliere iraniane colpite in pochi giorni
Il fattore che ha riacceso i mercati è stato soprattutto il ritorno dello scontro diretto sul mare. L’8 settembre il Central Command (CentCom, comando militare statunitense responsabile delle operazioni in Medio Oriente) ha annunciato di avere distrutto 5 petroliere iraniane dopo che il Corpo delle Guardie della rivoluzione islamica (Irgc, i Pasdaran iraniani) aveva tentato, secondo Washington, di colpire per 2 volte una nave militare statunitense con missili balistici.
Le navi indicate dal CentCom sono Kaviz, Charminar, Horizon 1 e Riesco nel Golfo di Oman e Derya vicino all’isola iraniana di Kharg. Gli equipaggi erano stati invitati ad abbandonare le unità prima degli attacchi, secondo il comando americano. Il 5 settembre altre 3 petroliere erano già state colpite dopo analoghi tentativi iraniani contro una portaerei e un cacciatorpediniere statunitensi. Sono quindi 8 le unità iraniane attaccate in pochi giorni.
Washington sostiene che queste navi appartengano a una rete commerciale utilizzata per finanziare i Pasdaran e i loro alleati regionali. Si tratta dell’attribuzione formulata dalle autorità militari statunitensi, non di un fatto accertato da un organismo indipendente.
La risposta iraniana e la nuova stretta su Hormuz
Teheran ha reagito dichiarando di avere attaccato 10 navi vicino allo Stretto di Hormuz (passaggio tra Iran e Oman che collega il Golfo Persico al Golfo di Oman) e di avere lanciato missili contro una base americana in Giordania. Le autorità giordane hanno riferito di avere intercettato 18 missili, mentre altri 2 sono caduti in zone disabitate. Almeno 1 marittimo è morto e un altro risulta disperso negli attacchi alle imbarcazioni.
I Pasdaran hanno inoltre annunciato l’estensione di una nuova area marittima vietata o soggetta unilateralmente a proprie “sanzioni”, destinata a partire dalla zona di Chabahar (porto iraniano vicino al confine con il Pakistan), comprendere parti del Mare di Oman e del Mar Arabico e raggiungere le rotte verso Hormuz. Le coordinate definitive devono ancora essere rese note. Non si tratta quindi di una zona di sanzioni riconosciuta internazionalmente, ma di una misura annunciata dall’Iran.
La situazione del traffico rende evidente la gravità della crisi. Il 9 settembre soltanto 7 navi mercantili risultavano avere attraversato Hormuz, contro una media di 14 nei 10 giorni precedenti, e nessuna nave metaniera carica di Gnl era uscita dallo Stretto. Prima della guerra i transiti commerciali erano nell’ordine di oltre 100 unità al giorno.
L’International Maritime Organization (Imo, Organizzazione marittima internazionale delle Nazioni Unite) ha stimato il 28 agosto che, dall’inizio del conflitto, fino a 400 navi con circa 6.000 marittimi non sono state in grado di lasciare in sicurezza il Golfo Persico. Più che “ostaggi” in senso letterale, si tratta quindi di equipaggi rimasti bloccati o fortemente condizionati dall’insicurezza della navigazione.
La crisi di Hormuz era già stata ricostruita da Mediterranea24 seguendo raid, ritorsioni e contesa delle rotte nel Golfo, mentre in un successivo approfondimento la testata aveva collegato l’aumento del diesel e dell’elettricità in Sicilia all’andamento del Brent e alle raffinerie.
Houthi e Arabia Saudita, si riaccende anche il Mar Rosso
Un secondo fronte di rischio si è aperto attorno allo Stretto di Bab el-Mandeb (passaggio tra Yemen e Corno d’Africa che conduce dal Golfo di Aden al Mar Rosso e quindi al Canale di Suez). Gli Houthi hanno ripreso gli attacchi contro città e infrastrutture saudite, provocando secondo le autorità di Riad 73 feriti e incendi anche in prossimità di installazioni energetiche.
La televisione Almasirah, controllata dagli Houthi, ha successivamente riferito di 32 attacchi aerei attribuiti all’aviazione saudita nelle province yemenite di Marib, al-Jawf, Taiz e Hodeida. Il dato deve essere mantenuto nella sua corretta attribuzione: è stato comunicato dalla parte houthi e non risultava accompagnato, al momento della diffusione, da una conferma ufficiale saudita.
Un elemento va però aggiunto: il traffico a Bab el-Mandeb non ha subito finora la stessa caduta osservata a Hormuz. Il 9 settembre sono state rilevate 28 navi mercantili in transito, sostanzialmente in linea con la media dei precedenti 10 giorni, pari a 27. Il rischio militare è aumentato, ma non si può ancora parlare di un blocco equivalente a quello del Golfo Persico.
L’Aiea deferisce l’Iran al Consiglio di Sicurezza
Alla pressione militare si è aggiunta quella diplomatica. Il Consiglio dei governatori dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea) ha deciso il 9 settembre di segnalare nuovamente l’Iran al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, per la prima volta in 20 anni. La risoluzione è stata approvata con 23 voti favorevoli, mentre Russia, Cina e Niger hanno votato contro; 8 Paesi si sono astenuti e 1 non ha partecipato al voto.
Il motivo indicato non è genericamente il mancato rispetto di tutti gli “obblighi nucleari”, ma l’insufficiente cooperazione con le verifiche dell’Aiea sulle tracce di uranio rinvenute in siti non dichiarati. Teheran sostiene che il proprio programma abbia esclusivamente finalità pacifiche e che la guerra abbia reso più difficili le ispezioni.
Trump guarda alle elezioni, Netanyahu alla tenuta di Teheran
In questo quadro Donald Trump (presidente degli Stati Uniti) ha sostenuto che, a suo giudizio, la guerra con l’Iran terminerà subito dopo le elezioni americane di metà mandato del 3 novembre, collegando la prosecuzione dello scontro alla volontà iraniana di incidere sul voto. È una previsione politica del presidente, non una scadenza sostenuta da un accordo diplomatico già raggiunto.
Benyamin Netanyahu (primo ministro israeliano), durante una visita sul Monte Hermon nel territorio siriano controllato dalle forze israeliane, ha invece affermato che la Repubblica islamica sarebbe ormai “molto vicina” alla sconfitta. Anche in questo caso si tratta di una valutazione politica e militare israeliana, mentre sul terreno il conflitto è entrato nel 7° mese senza una soluzione negoziata.
Nell’immagine di copertina, il traffico di petroliere nello Stretto di Hormuz; petroliera in fiamme nello stretto di Hormuz colpita da missile e un distributore italiano di carburanti.

Giornalista pubblicista, ex direttore di una precedente testata e attuale direttore di Mediterranea24.









