11 settembre, 25 anni dopo: l’attacco di al-Qāʿida che cambiò il mondo

Quattro aerei dirottati, 2.977 vittime e un mondo cambiato: dall’Afghanistan alla guerra al terrorismo, fino alle falle dell’intelligence. Venticinque anni dopo, le conseguenze dell’11 settembre sono ancora presenti

Sintesi

L’11 settembre 2001, 19 terroristi di al-Qāʿida, l’organizzazione guidata da Osama bin Laden, dirottarono quattro aerei di linea: due colpirono il World Trade Center a New York, uno il Pentagono e il quarto precipitò in Pennsylvania dopo la rivolta dei passeggeri. Morirono 2.977 persone, esclusi gli attentatori, e migliaia subirono negli anni conseguenze sanitarie legate alle polveri e alle sostanze tossiche sprigionate dai crolli.
In termini semplici, l’11 settembre non fu soltanto una strage: modificò per decenni politica estera, sicurezza, guerre e rapporti tra Stati. Gli Stati Uniti invasero l’Afghanistan, la NATO applicò per la prima volta l’articolo 5 e Washington approvò misure come il Patriot Act, mentre le successive inchieste misero in luce gravi problemi nella circolazione delle informazioni tra intelligence e polizia federale.

L’11 settembre segnò anche l’inizio di una lunga stagione di guerre, contrapposizioni culturali e fratture confessionali che, pur cambiando attori e scenari, non si è mai davvero chiusa. Dall’Afghanistan all’Iraq, dalla Siria alla Libia e allo Yemen, fino alle crisi che ancora attraversano il Golfo e il Medio Oriente, il conflitto militare si è spesso intrecciato con identità religiose, interessi geopolitici e rivalità regionali, lasciando aperta una linea di instabilità che arriva fino al presente.

Articolo

Quattro aerei e un attacco senza precedenti

La mattina dell’11 settembre 2001, diciannove uomini legati ad al-Qāʿida presero il controllo di quattro aerei di linea. Alle 8:46 il volo American Airlines 11 colpì la Torre Nord del World Trade Center; alle 9:03 il volo United Airlines 175 si schiantò contro la Torre Sud. Alle 9:37 un terzo aereo raggiunse il Pentagono, in Virginia. Il quarto, il volo United Airlines 93, precipitò alle 10:03 vicino a Shanksville, in Pennsylvania, dopo che passeggeri ed equipaggio tentarono di riprendere il controllo: l’obiettivo sarebbe stato a Washington, probabilmente il Campidoglio.

Le due Torri Gemelle crollarono nell’arco di meno di due ore. Il bilancio fu di 2.977 morti, oltre ai 19 dirottatori, tra New York, Pentagono e aerei. Tra le vittime vi furono centinaia di vigili del fuoco, poliziotti e soccorritori. Le conseguenze non finirono quel giorno: le polveri sprigionate a Ground Zero contenevano sostanze tossiche e negli anni successivi sono state riconosciute migliaia di patologie correlate all’esposizione.

Da Afghanistan ad al-Qāʿida

Le radici dell’organizzazione risalgono alla guerra seguita all’invasione sovietica dell’Afghanistan del 1979. Osama bin Laden partecipò al sostegno dei combattenti islamici contro l’Unione Sovietica e, negli anni successivi, la rete che si era formata attorno a quell’esperienza si trasformò e si radicalizzò.

Negli anni Novanta bin Laden assunse posizioni sempre più ostili agli Stati Uniti. Nelle dichiarazioni e nelle fatwa, cioè pronunciamenti giuridico-religiosi, diffuse nel 1996 e nel 1998, al-Qāʿida indicò tra le proprie motivazioni la presenza delle truppe americane in Arabia Saudita, il sostegno statunitense a Israele e le sanzioni contro l’Iraq. Sono le motivazioni dichiarate dall’organizzazione terroristica e spiegano il contesto ideologico dell’attacco, senza naturalmente costituirne alcuna giustificazione.

Il piano e i segnali che non diventarono un allarme

Il progetto dell’attacco fu elaborato da Khalid Shaykh Muhammad, che lo sottopose a bin Laden negli anni Novanta. Al-Qāʿida selezionò uomini in grado di vivere e muoversi in Occidente; alcuni frequentarono scuole di volo negli Stati Uniti. Mohamed Atta divenne il responsabile operativo dei dirottatori. La Commissione d’inchiesta sull’11 settembre concluse nel 2004 che gli attacchi erano stati progettati e realizzati da membri di al-Qāʿida.

Prima della strage, però, esistevano già diversi segnali. Servizi statunitensi avevano raccolto informazioni su uomini collegati ad al-Qāʿida e sulle loro presenze negli Stati Uniti, mentre erano emersi comportamenti sospetti nelle scuole di volo. Le indagini successive evidenziarono soprattutto la mancata condivisione di informazioni tra CIA, l’agenzia di intelligence statunitense, e FBI, la polizia federale. L’Ispettore generale della CIA fu particolarmente critico per la gestione delle informazioni relative a due futuri dirottatori entrati negli Stati Uniti.

Dopo l’11 settembre: Afghanistan, NATO e nuove regole

La risposta americana cambiò rapidamente gli equilibri internazionali. Per la prima volta nella sua storia, la NATO, Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord, applicò l’articolo 5, secondo cui un attacco contro un Paese alleato può essere considerato un attacco contro tutti. L’amministrazione di George W. Bush dichiarò la “guerra al terrorismo” e il 7 ottobre 2001 iniziarono le operazioni militari contro il regime talebano in Afghanistan, accusato di ospitare al-Qāʿida.

Negli Stati Uniti nacque il Dipartimento per la Sicurezza interna e venne approvato il Patriot Act, che ampliò gli strumenti investigativi e di sorveglianza contro il terrorismo, sollevando però forti contestazioni sul rispetto della privacy e delle libertà civili.

Bin Laden inizialmente negò il proprio coinvolgimento, ma nel 2004 rivendicò pubblicamente la responsabilità di al-Qāʿida e il proprio ruolo nell’organizzazione degli attentati. Fu ucciso il 2 maggio 2011 ad Abbottabad, in Pakistan, durante un’operazione delle forze speciali statunitensi.

Venticinque anni dopo

L’11 settembre ha lasciato un’eredità che supera i confini della tragedia di New York: guerre durate anni, nuove politiche di sicurezza, maggiore sorveglianza, tensioni internazionali e un profondo cambiamento nella percezione del terrorismo e dell’Islam in Occidente.

A 25 anni dagli attentati, anche questo aspetto resta aperto. Un’indagine del Pew Research Center, condotta dal 4 al 17 maggio 2026, rileva che il 43% degli adulti statunitensi considera i musulmani americani meno patriottici degli altri cittadini e il 42% ritiene che abbiano un impatto negativo sul Paese. Alcuni intervistati hanno richiamato esplicitamente proprio l’11 settembre per spiegare il loro giudizio.

È forse uno degli effetti più lunghi di quella giornata: l’attacco durò poche ore, ma le sue conseguenze politiche, militari, sociali e culturali attraversano ancora il presente.

Le guerre non sono mai finite

A venticinque anni di distanza, l’11 settembre appare anche come il punto di apertura di una stagione che non si è mai realmente conclusa. Le guerre successive in Afghanistan e Iraq, i conflitti in Siria, Libia e Yemen, le tensioni nel Golfo e le nuove crisi mediorientali hanno cambiato fronti, alleanze e protagonisti, ma non hanno spezzato la continuità di fondo. Alla dimensione militare si sono spesso sovrapposte fratture culturali, confessionali e identitarie, insieme a competizioni per potere, sicurezza, energia e influenza regionale. Per questo, più che un evento isolato, l’11 settembre può essere letto come uno spartiacque: da quel giorno il conflitto ha assunto forme diverse, ma la lunga instabilità apertasi allora continua ancora oggi.