Legge elettorale, tornano le preferenze ma restano i capilista bloccati. La storia continua a ripetersi

Il centrodestra ritrova l’unità e approva il proprio emendamento. Restano aperti quote di genere, firme e altri nodi della riforma.. L'opinione

Sintesi

Il Senato ha approvato con 97 sì, 67 no e 2 astensioni l’emendamento del centrodestra che introduce fino a 3 preferenze nelle elezioni politiche, mantenendo però bloccato il capolista. Le proposte delle Opposizioni per estendere la scelta degli elettori a tutti i candidati sono state respinte. Le preferenze tornano quindi nel progetto di riforma, ma non riguarderanno ogni eletto.

L’intesa è arrivata dopo ore di confronto nella Maggioranza. Fratelli d’Italia aveva valutato le proposte delle Opposizioni, mentre Lega e Forza Italia hanno insistito sull’accordo già raggiunto. Alla fine il centrodestra ha votato compatto e Giorgia Meloni ha rivendicato la reintroduzione delle preferenze. La coalizione ha superato il contrasto senza modificare il compromesso raggiunto.

La modifica, però, mantiene i capilista bloccati: nei collegi in cui la lista conquista almeno un seggio, il capolista viene eletto a prescindere dalle preferenze ottenute dagli altri candidati. Restano inoltre da definire la disciplina delle liste minori, le firme necessarie per le nuove formazioni e altri aspetti della riforma. Il testo non è ancora legge: il voto finale del Senato è previsto il 15 settembre e il ritorno alla Camera dal 28 settembre. Il percorso parlamentare deve quindi ancora proseguire.

Articolo

Preferenze fino a 3, ma il capolista resta bloccato

Il Senato ha approvato l’emendamento unitario del centrodestra che modifica uno dei punti più discussi della nuova legge elettorale. I voti favorevoli sono stati 97, i contrari 67 e gli astenuti 2. L’elettore potrà indicare fino a 3 preferenze tra i candidati della lista, rispettando l’alternanza di genere, mentre il capolista continuerà a essere eletto senza dover raccogliere preferenze personali, in quanto la sua elezione dipenderà dalla posizione assegnata nella lista e dal numero di seggi conquistati dalla stessa, non dal consenso individuale espresso dagli elettori. Tutti gli emendamenti politici delle opposizioni sul punto sono stati respinti, ad eccezione di una modifica tecnica approvata all’unanimità.

Il meccanismo segna in parte il ritorno delle preferenze nelle elezioni politiche dopo il sistema utilizzato fino al 1992, ma con una formula diversa da quella richiesta dalle Opposizioni. Il progetto complessivo mantiene infatti una componente di candidati scelti attraverso liste e posizioni predeterminate dai partiti. Proprio su questo punto Partito Democratico, Movimento 5 Stelle e altre forze di opposizione contestano che la scelta dell’elettore rimanga soltanto parziale.

Il confronto nella Maggioranza

Prima del voto Fratelli d’Italia aveva valutato alcuni emendamenti delle Opposizioni che proponevano preferenze senza capilista bloccati. Roberto Vannacci aveva invitato pubblicamente FdI a votarli, mentre Forza Italia e Lega avevano ribadito la necessità di rispettare l’accordo raggiunto all’interno della coalizione. Una riunione con la ministra per le Riforme Elisabetta Alberti Casellati, i capigruppo e i rappresentanti tecnici della Maggioranza ha preceduto la decisione finale.

Il capogruppo di FdI al Senato Lucio Malan ha spiegato che la priorità era mantenere l’intesa della Maggioranza, mentre Giorgia Meloni (presidente del Consiglio e leader di Fratelli d’Italia) ha poi rivendicato sui social che “le preferenze tornano poiché il centrodestra ha scelto di reintrodurle”. Dai banchi di FdI sono comparsi anche cartelli celebrativi. Matteo Renzi (leader di Italia Viva) ha invece richiamato precedenti dichiarazioni della Premier favorevoli alle preferenze, mentre dalle Opposizioni è arrivata la definizione di preferenze “farlocche”.

La questione aveva già prodotto un precedente politico significativo alla Camera. Il 14 luglio 2026 la Maggioranza era stata battuta per 1 voto proprio su un emendamento riguardante le preferenze, prima dell’approvazione complessiva della riforma avvenuta il 16 luglio. Mediterranea24 ne aveva già ricostruito quel passaggio.

Il nodo della rappresentanza di genere

L’emendamento approvato prevede l’alternanza di genere tra i candidati successivi al capolista, ma per i capilista scelti dai partiti, non varrà più la regola che imponeva di non superare il 60% di candidati dello stesso sesso, previsto dal Rosatellum, cioè la legge elettorale attualmente vigente. In pratica, sulle posizioni considerate più sicure, i partiti avranno maggiore libertà e minori vincoli nell’equilibrio tra uomini e donne. È uno dei punti destinati a mantenere aperto il confronto, anche perché durante l’esame parlamentare diverse senatrici dell’Opposizione hanno contestato il rischio di una minore tutela della rappresentanza femminile.

Il progetto complessivo prevede un sistema prevalentemente proporzionale con 70 seggi aggiuntivi alla Camera e 35 al Senato per la lista o coalizione che raggiunga almeno il 42% dei voti validi in entrambe le Camere. Restano le soglie del 3% per le liste e del 10% per le coalizioni. L’ipotesi del ballottaggio è stata invece accantonata.

Liste minori e firme, il confronto resta aperto

Un altro punto riguarda la cosiddetta norma “anti-cespugli”, introdotta alla Camera per evitare che liste molto piccole possano contribuire al raggiungimento del premio di maggioranza senza ottenere direttamente seggi. Nelle ultime trattative il centrodestra ha valutato di eliminare questa soglia e, contemporaneamente, di aumentare il numero delle firme richieste alle nuove formazioni politiche per presentare le candidature, con l’obiettivo dichiarato di contrastare le cosiddette liste civetta.

Su questa ipotesi Giuseppe Conte (presidente del Movimento 5 Stelle) ha parlato di una norma a tutela della “casta”. Al momento, però, questo passaggio non può essere considerato definitivamente acquisito, poiché il confronto parlamentare sulla riforma deve ancora concludersi. Il testo complessivo resta all’esame del Senato e ogni modifica dovrà poi essere nuovamente votata dalla Camera.

Il voto finale a Palazzo Madama è previsto per martedì 15 settembre, mentre la Camera ha calendarizzato la nuova lettura a partire dal 28 settembre 2026. Soltanto dopo l’approvazione dello stesso testo da parte di entrambe le Camere la riforma potrà diventare legge.

L’opinione

In sostanza, il ritorno parziale delle preferenze non elimina il potere dei vertici dei partiti nella scelta degli eletti: i capilista restano bloccati e una parte della rappresentanza continuerà quindi a dipendere più dalle decisioni delle segreterie che dalla scelta diretta dei cittadini.

Il problema si inserisce in un quadro più ampio.

Quando bonus, contributi pubblici, finanziamenti ad associazioni, eventi, spettacoli e iniziative territoriali diventano uno strumento diffuso e permanente di costruzione del consenso, il rischio è che si rafforzino rapporti di dipendenza dalla politica anziché partecipazione e autonomia civile. È una questione che riguarda anche l’attuale centrodestra nazionale e regionale: non perché ogni contributo pubblico sia clientelare, ma perché una democrazia realmente partecipata richiede cittadini, associazioni e realtà territoriali capaci di confrontarsi con le Istituzioni senza sentirsi debitori verso chi distribuisce risorse pubbliche.

E il problema non appartiene a una sola parte politica.

A destra può riaffiorare, naturalmente in forme profondamente diverse e dentro un ordinamento democratico, l’eco del ventennio italiano del Novecento, quando consenso, assistenza, organizzazione sociale e retorica pubblica tendevano a intrecciarsi.

A sinistra il rischio speculare richiama invece la stagione novecentesca del partito-apparato, della centralizzazione e del controllo capillare della società sviluppatasi nell’Europa orientale.

Esperienze storicamente differenti e non sovrapponibili, ma accomunate da un monito: la democrazia si indebolisce quando cittadini, associazioni e informazione perdono autonomia rispetto al potere politico, soprattutto nei livelli più vicini al territorio, dalle Regioni alle Città metropolitane fino ai Comuni.

La critica si affievolisce, finisce per adeguarsi, e la rappresentanza rischia di restare prevalentemente nelle mani di chi controlla partiti, apparati e risorse. Tutto il resto assomiglia sempre più a un grande pascolo, nel quale ai cittadini resta soprattutto la possibilità di protestare e “muggire” sui social, senza riuscire a incidere davvero sui processi decisionali.

Inoltre, oggi entrambi gli schieramenti sembrano aver cinicamente razionalizzato che, attraverso le proprie leggi e i meccanismi del consenso, alimentando propaganda e panem et circenses e condizionando media e social, è possibile “pascolare” i cittadini molto più efficacemente di quanto un tempo si facesse con la forza e con le armi.

Nell’immagine di copertina, l’aula del Senato; a seguire, una scena in bianco e nero riferita alla propaganda televisiva del ventennio italiano e un’immagine di propaganda di massa nell’Europa orientale del Novecento.