11 anni dopo la Procura di Parma arresta il presunto omicida dell’uccisione di tre suore in Burundi

Custodia cautelare per il 50enne residente nel Parmense accusato di avere organizzato l’eccidio del 2014 a Bujumbura. Le indagini riaperte nel 2024 ricostruiscono il ruolo della polizia segreta del Burundi e del generale Adolf Nshimirimana come mandante

Sintesi

Dopo oltre 11 anni dai fatti, i Carabinieri del Comando provinciale di Parma hanno arrestato in città, Guillaume Harushimana, 50 anni operaio agricolo residente nel territorio parmense, ritenuto gravemente indiziato di avere avuto un ruolo centrale nell’organizzazione nel settembre 2014 del macabro triplice omicidio delle missionarie saveriane italiane uccise a Bujumbura una città del Burundi, capitale della Provincia di Bujumbura Mairie. L’inchiesta della Procura di Parma, riattivata nel 2024 dopo una nuova fase investigativa, ha ricostruito un contesto di terrore legato alla polizia segreta del Burundi, individuando nel generale Adolf Nshimirimana il mandante e in Harushimana il referente logistico e organizzativo. Il Gip ha disposto la custodia cautelare in carcere, mentre la congregazione delle Missionarie di Maria auspica che l’arresto contribuisca a fare piena luce anche su altri delitti rimasti senza giustizia.

Articolo

Dopo un’indagine durata anni e articolata in più fasi, i Carabinieri del Comando provinciale di Parma hanno eseguito un’ordinanza di custodia cautelare in carcere nei confronti di Guillaume Harushimana, 50 anni, operaio agricolo e da tempo residente nel territorio parmense. L’uomo è accusato di avere concorso nell’organizzazione del triplice omicidio delle missionarie saveriane italiane avvenuto nel settembre 2014 a Bujumbura, nel quartiere di Kamenge, nella Repubblica del Burundi, uno Stato africano che confina con il Ruanda a nord, con la Repubblica Democratica del Congo a ovest e con la Tanzania a sud ed a est. Si trova nella regione geografica dei Grandi Laghi ed è uno territorio senza sbocco al mare

Le vittime furono suor Olga Raschietti, 83 anni, originaria di Montecchio Maggiore, suor Lucia Pulici, 75 anni, di Desio, e suor Bernardetta Boggian, 79 anni, di Ospedaletto Euganeo. Secondo la ricostruzione giudiziaria, le prime due religiose furono aggredite nel pomeriggio del 7 settembre 2014 con un oggetto contundente e sgozzate all’interno della missione saveriana. La terza, assente durante il primo assalto, rientrò la sera e venne decapitata nella notte successiva, con modalità di particolare crudeltà che gli inquirenti collegano anche a un possibile movente esoterico.

L’inchiesta ha conosciuto una prima fase immediatamente successiva ai fatti, avviata nel 2014 sulla base di una relazione trasmessa dall’ambasciata italiana di Kampala, in Uganda, alla Procura di Parma, conclusa nel 2015 con l’archiviazione per mancanza dei presupposti di giurisdizione italiana. Una seconda fase si è sviluppata nel 2018, quando la stessa ambasciata segnalò che Harushimana aveva ottenuto un visto per l’Italia e che il suo nome era emerso nelle dichiarazioni di un collaboratore di giustizia che parlava di un complotto orchestrato da apparati statali burundesi. Anche in quel caso, dopo l’audizione dell’indagato e l’esibizione di documenti di viaggio, il procedimento fu archiviato per insufficienza di elementi.

La svolta è arrivata nell’autunno 2024, quando la Procura di Parma ha riaperto il fascicolo dopo la pubblicazione del libro “Nel cuore dei misteri” della giornalista Giusy Baioni e nuovi articoli di stampa. Sono state acquisite testimonianze inedite di suore saveriane mai ascoltate prima e una vasta documentazione fotografica, audio e scritta conservata dalle congregazioni. Da questi accertamenti è emerso un clima di intimidazione diffusa in Burundi, con numerosi soggetti collegati alla cosiddetta Documentazione, termine con cui viene indicata la polizia segreta burundese.

Secondo l’impianto accusatorio, ideatore e mandante dell’eccidio sarebbe stato il generale Adolf Nshimirimana, all’epoca capo della polizia segreta, poi a sua volta ucciso in un attentato politico. Il generale avrebbe ordinato l’eliminazione delle suore perché accusate di essersi rifiutate di fornire cure e medicinali alle milizie burundesi attive in Congo e per altre ragioni ritenute sensibili, tra cui la gestione di risorse economiche del Centro Giovani di Kamenge. Harushimana, che non risultava formalmente appartenente ai servizi ma era considerato uomo di fiducia del generale e dei padri saveriani, avrebbe svolto un ruolo di istigatore e coordinatore logistico.

Le indagini attribuiscono a Harushimana una serie di attività decisive, tra cui sopralluoghi nella missione per individuare gli spazi, il recupero delle chiavi dell’abitazione, la fornitura di camici da chierichetti per consentire agli esecutori di mimetizzarsi, i contatti con i custodi del complesso e l’accompagnamento degli assassini sul luogo del delitto. Gli esecutori materiali, secondo le testimonianze raccolte, sarebbero entrati nella missione travestiti da religiosi e, dopo il primo duplice omicidio, sarebbero rimasti nascosti nell’edificio per colpire la terza suora durante la notte, allontanandosi poi con divise da poliziotti.

Sul piano procedurale, una volta emersi gravi indizi di colpevolezza, la Procura di Parma ha investito il Ministro della Giustizia, titolare del potere di autorizzare l’azione penale per reati commessi all’estero da cittadini stranieri ai danni di cittadini italiani quando l’indagato si trova in Italia. Ottenuta l’autorizzazione, l’ufficio guidato da Alfonso D’Avino ha richiesto e ottenuto dal Gip la misura cautelare, eseguita il 26.02.2026 con il trasferimento dell’indagato nella casa circondariale di Parma.

La Famiglia delle Missionarie di Maria Saveriane ha espresso l’auspicio che l’arresto rappresenti un passo concreto contro l’impunità e contribuisca a chiarire definitivamente una vicenda segnata da depistaggi, silenzi e intimidazioni. La Procura ha infine ribadito che Harushimana è allo stato gravemente indiziato e che la sua responsabilità potrà essere accertata solo al termine del processo, nel rispetto del principio costituzionale della presunzione di non colpevolezza.