Sintesi
La nuova crisi trae origine dalla guerra iniziata il 28 febbraio 2026 con l’offensiva statunitense e israeliana contro l’Iran, seguita dalla fragile tregua del 7 aprile e dal memorandum firmato il 17 giugno per garantire temporaneamente il passaggio delle navi nello Stretto di Hormuz. Le tensioni sono riesplose il 7 luglio con gli attacchi iraniani contro alcune imbarcazioni commerciali e con la successiva ripresa dei bombardamenti americani. Tra l’11 e il 13 luglio gli Stati Uniti hanno dichiarato di aver colpito centinaia di obiettivi militari, sistemi radar, difese aeree, missili, droni e unità navali iraniane. Teheran ha rivendicato ritorsioni contro strutture militari utilizzate dagli americani in Bahrein, Kuwait, Giordania, Qatar e Oman, mentre difese aeree e sirene d’allarme sono entrate in funzione anche negli Emirati Arabi Uniti. L’Iran sostiene di avere chiuso lo Stretto di Hormuz, mentre Washington afferma che il passaggio rimane possibile e che alcune rotte meridionali continuano a essere percorse, sebbene con traffico fortemente ridotto.

Articolo
La vicenda riguarda il controllo dello Stretto di Hormuz e la nuova fase della guerra tra gli Stati Uniti d’America (USA) e l’Iran. Il passaggio marittimo, situato tra le coste iraniane e la penisola dell’Oman, costituisce uno dei punti strategici più delicati del pianeta perché collega il Golfo Persico al Mare Arabico e rappresenta la principale via d’uscita per il petrolio e il gas prodotti nella regione. La crisi attuale è iniziata il 28 febbraio 2026, quando le forze statunitensi e israeliane hanno lanciato un’offensiva contro il territorio iraniano, durante la quale sono rimasti uccisi Ali Khamenei (allora guida suprema della Repubblica islamica, senza appartenenza partitica nel significato occidentale) e numerosi vertici politici e militari. L’8 marzo gli è succeduto il figlio Mojtaba Khamenei (guida suprema iraniana, espressione del sistema politico e religioso della Repubblica islamica). Dopo settimane di combattimenti, il 7 aprile era entrato in vigore un cessate il fuoco precario.

Le radici della contrapposizione sono tuttavia precedenti. Nel 2018 gli Stati Uniti si erano ritirati dall’accordo internazionale sul programma nucleare iraniano e avevano ripristinato pesanti sanzioni. Le tensioni si sono progressivamente concentrate anche sul traffico navale, fino alla decisione iraniana di utilizzare Hormuz come principale strumento di pressione politica ed economica. Il 17 giugno 2026 Washington e Teheran avevano firmato un MOU (Memorandum of Understanding, memorandum d’intesa), con il quale l’Iran si impegnava a compiere ogni ragionevole sforzo per consentire per 60 giorni il passaggio sicuro e gratuito delle navi. Teheran ha interpretato quell’intesa come un riconoscimento del proprio potere di gestione dello Stretto, mentre gli Stati Uniti e i Paesi arabi del Golfo hanno respinto questa lettura.

L’accordo ha cominciato a vacillare il 7 luglio, quando l’Iran è stato accusato di avere colpito 3 navi commerciali. Il giorno successivo Donald Trump (presidente degli Stati Uniti ed esponente del Partito repubblicano) ha dichiarato conclusa la tregua, lasciando comunque aperta la possibilità di riprendere i negoziati. La nuova escalation si è aggravata domenica 12 luglio, dopo l’attacco contro la M/V GFS Galaxy, dove M/V indica Motor Vessel (nave a motore), una portacontainer battente bandiera cipriota in transito nello Stretto. La nave ha subito gravi danni alla sala macchine ed è stata abbandonata dall’equipaggio a causa dell’incendio. Le autorità dell’Oman hanno riferito di avere soccorso 23 persone, mentre 1 marittimo indiano risultava disperso.
Dopo l’attacco alla nave, il Comando centrale degli Stati Uniti (CENTCOM) ha avviato un nuovo ciclo di operazioni contro l’Iran. Secondo i dati diffusi dall’organismo militare, nella giornata di sabato erano stati colpiti circa 140 obiettivi e più di 300 nell’arco di 3 notti. Una nuova ondata è iniziata domenica alle 21:00 GMT (Greenwich Mean Time, ora media di Greenwich), corrispondenti alle 23:00 in Italia, e ha interessato decine di postazioni. Washington ha indicato come bersagli sistemi di difesa aerea, radar costieri, missili, droni e piccole imbarcazioni ritenute utilizzabili per ostacolare il traffico mercantile. Per queste operazioni sarebbero stati impiegati aerei da combattimento, unità navali, droni aerei a uso singolo e mezzi marittimi senza equipaggio.
I mezzi d’informazione statali iraniani hanno segnalato bombardamenti in vaste aree meridionali e occidentali del Paese, comprese l’isola di Qeshm (situata nello Stretto di Hormuz), Bandar Abbas (capitale della provincia di Hormozgan, sulla costa sud dell’Iran, nel Golfo Persico. Si tratta di una delle più importanti città-porto dell’Iran), il Khuzestan (una delle trentuno province dell’Iran) e l’isola di Farur (nel Golfo Persico, politicamente parte dell’Iran). Su quest’ultima sarebbe morto un tecnico delle telecomunicazioni e altre 2 persone sarebbero rimaste ferite. L’agenzia IRNA ha separatamente riferito di 1 vittima e 4 feriti in seguito a un attacco avvenuto lunedì mattina in un’altra zona. Questi bilanci provengono da fonti ufficiali iraniane e non risultano ancora confermati in modo indipendente. La diplomazia di Teheran ha condannato le operazioni americane, accusando Washington di avere compromesso il percorso negoziale costruito nei mesi precedenti.
Il Corpo delle Guardie rivoluzionarie islamiche ha risposto rivendicando attacchi contro strutture militari e logistiche utilizzate dagli Stati Uniti in diversi Paesi del Golfo. Secondo la versione iraniana, sarebbero stati colpiti la base aerea Principe Hassan in Giordania, apparati militari nelle basi di Ali al-Salem e Ahmad al-Jaber in Kuwait, installazioni di comando e controllo in Qatar, sistemi radar in Oman e strutture operative in Bahrein. Teheran ha inoltre sostenuto di avere danneggiato depositi di carburante, munizioni, centri per droni e apparati missilistici. Le autorità statunitensi e quelle dei Paesi interessati non hanno però confermato integralmente né l’effettivo raggiungimento di tutti gli obiettivi né l’entità dei danni dichiarati dall’Iran.
Il Bahrein riveste un’importanza particolare perché ospita il quartier generale della V Flotta statunitense, del Comando delle forze navali americane nell’area e delle forze marittime multinazionali incaricate di sorvegliare alcune delle principali rotte del Medio Oriente. Le sirene d’allarme sono risuonate più volte nel Paese e il ministero dell’Interno ha invitato la popolazione a cercare riparo. Anche in Kuwait sono entrate in azione le difese aeree. Il Governo kuwaitiano aveva già riferito che 3 posti di frontiera settentrionali erano stati danneggiati e che una piattaforma petrolifera al largo era stata raggiunta da un drone ostile, provocando il ferimento di 1 lavoratore, senza attribuire inizialmente con certezza la responsabilità dell’azione.
In Giordania le autorità hanno comunicato di avere abbattuto 4 missili iraniani, senza registrare vittime o danni materiali rilevanti. A Doha, in Qatar, forti esplosioni sono state udite mentre i sistemi di difesa intercettavano missili balistici. Gli allarmi sono arrivati sui telefoni cellulari alle 5:36 e la popolazione è stata invitata a restare al chiuso. Situazioni analoghe sono state segnalate negli Emirati Arabi Uniti, dove le autorità hanno annunciato l’intercettazione di missili e droni. Il Qatar ospita la base di Al Udeid, sede avanzata del comando statunitense nella regione, ma l’attivazione delle difese non dimostra automaticamente che tutte le installazioni indicate dall’Iran siano state effettivamente colpite.
Il nodo più controverso resta la navigabilità dello Stretto. Le Guardie rivoluzionarie sostengono che il passaggio debba restare chiuso fino alla cessazione degli interventi americani. Il CENTCOM afferma invece che l’Iran non controlla il canale internazionale e che le imbarcazioni autorizzate possono ancora transitare. La realtà operativa è meno netta delle dichiarazioni contrapposte. Il traffico è drasticamente diminuito, i rischi assicurativi e militari sono cresciuti e molte compagnie evitano l’area, ma il Centro congiunto di informazione marittima guidato dagli Stati Uniti ha segnalato la disponibilità di una rotta meridionale più vicina all’Oman. Lo Stretto non può quindi essere considerato pienamente navigabile secondo le condizioni ordinarie, ma neppure materialmente bloccato in ogni suo punto.
La rilevanza mondiale di Hormuz deriva dalla quantità di energia che lo attraversa. Nel 2024 sono transitati mediamente circa 20 milioni di barili di petrolio e prodotti petroliferi al giorno, equivalenti a circa il 20% dei consumi mondiali di liquidi petroliferi e a oltre un quarto del commercio marittimo globale di greggio. Lo stesso percorso ha sostenuto approssimativamente 1 quinto degli scambi mondiali di gas naturale liquefatto. Circa l’84% del greggio e dei condensati e l’83% del gas naturale liquefatto passati attraverso lo Stretto erano diretti verso i mercati asiatici. La riapertura soltanto parziale della rotta non ha quindi eliminato i timori per le forniture, i costi dei trasporti e l’andamento dei prezzi. Oggi 13 luglio il petrolio Brent ha registrato un aumento superiore al 4%, raggiungendo circa 79,31 dollari al barile.
Sotto il profilo giuridico, l’UNCLOS (United Nations Convention on the Law of the Sea, Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare) riconosce alle navi e agli aeromobili il diritto di passaggio in transito negli stretti utilizzati per la navigazione internazionale. Gli Stati costieri possono adottare regole sulla sicurezza, sull’ambiente e sul traffico marittimo, ma non dovrebbero sospendere o impedire arbitrariamente tale passaggio. L’Iran ha firmato la Convenzione il 10 dicembre 1982, ma non l’ha ratificata. Il 10 luglio 2026 il Consiglio dell’IMO (International Maritime Organization, Organizzazione marittima internazionale) ha approvato una decisione non vincolante che condanna il tentativo iraniano di istituire unilateralmente un sistema di controllo del traffico e invita gli Stati a non riconoscere pretese di sovranità incompatibili con la navigazione internazionale. Teheran ha replicato di non essere vincolata dal regime convenzionale nella stessa misura dei Paesi che hanno completato la ratifica.
Negli Stati Uniti è aperta anche una controversia sui poteri presidenziali. Il 16 giugno il Senato ha respinto con 48 voti contro 47 una risoluzione fondata sui poteri di guerra, che avrebbe imposto al presidente di ottenere una preventiva autorizzazione del Congresso per proseguire determinate operazioni militari contro l’Iran. Sul piano politico italiano, Antonio Tajani (vicepresidente del Consiglio, ministro degli Esteri e segretario nazionale di Forza Italia) ha dichiarato il 12 luglio che la recente riunione dei Paesi della NATO (Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord) ha rafforzato l’unità occidentale e ha attribuito all’Italia un ruolo centrale nel dialogo con gli alleati e i partner del Golfo. Il ministro ha descritto anche una dura lotta interna al potere iraniano e ha espresso solidarietà a Giorgia Meloni (presidente del Consiglio e leader di Fratelli d’Italia), dopo le minacce comparse su mezzi d’informazione vicini a Teheran. L’Italia aveva già partecipato il 7 luglio alle consultazioni dell’Alleanza dedicate all’Iran, al Libano, a Gaza e alla sicurezza di Hormuz.
Michele Bertelli (giornalista e analista dell’ISPI, Istituto per gli studi di politica internazionale) ha osservato che nessuna delle 2 parti sembrava inizialmente desiderare una guerra totale, ma entrambe apparivano indisponibili a retrocedere sulla gestione dello Stretto. Ali Vaez (direttore del programma Iran dell’International Crisis Group, organizzazione indipendente di analisi dei conflitti) ha rilevato che Washington e Teheran utilizzano la forza per imporre interpretazioni opposte del memorandum di giugno, pur non avendo interesse a determinarne il completo fallimento. Le nuove operazioni del 12 e 13 luglio dimostrano tuttavia che il margine tra pressione militare controllata e conflitto regionale generalizzato si è ulteriormente ridotto.
António Guterres (segretario generale dell’ONU, senza appartenenza partitica nell’esercizio dell’incarico) ha avvertito che un ritorno alla guerra su vasta scala avrebbe conseguenze catastrofiche. La combinazione tra bombardamenti sul territorio iraniano, ritorsioni contro le basi americane, attacchi alle navi mercantili e dichiarazioni inconciliabili su Hormuz mantiene elevato il rischio di errori di valutazione. Il dato più prudente, alla data del 13 luglio 2026, è che la navigazione non risulta totalmente interrotta, ma rimane pericolosa, limitata e subordinata alla protezione militare e alla disponibilità di rotte alternative vicino alle acque dell’Oman.

Giornalista pubblicista, ex direttore di una precedente testata e attuale direttore di Mediterranea24.








