Sintesi
Due distinti disastri nel Mediterraneo causano 37 morti in un solo giorno. Diciotto persone perdono la vita nell’Egeo dopo il naufragio di un gommone al largo della Turchia. Diciannove migranti vengono trovati senza vita su un natante a sud di Lampedusa probabilmente stroncati dal freddo. I superstiti arrivano in condizioni critiche tra ipotermia e intossicazioni da carburante. Emergono ritardi nei soccorsi e mancati interventi da parte delle autorità contattate. Le organizzazioni umanitarie denunciano oltre cento morti in pochi giorni nel Mediterraneo centrale.

Articolo
Il Mediterraneo torna a essere teatro di una duplice sciagura che, nel giro di poche ore, provoca 37 vittime lungo le rotte migratorie. Il primo episodio si verifica nel mar Egeo, dove un gommone affonda al largo della costa di Bodrum, causando la morte di 18 persone. Il secondo dramma si consuma invece a circa 85 miglia a sud di Lampedusa, in acque libiche, dove su un’imbarcazione alla deriva vengono rinvenuti 19 cadaveri, tra cui quello di una donna, con ogni probabilità deceduti per assideramento. Il natante partito da Abu Kammash trasportava circa 80 migranti. Il bilancio conta 58 superstiti, mentre 3 persone risultano disperse. I sopravvissuti, tra cui 16 donne e 7 minori, sono stati condotti al molo Favaloro di Lampedusa insieme alle salme. Le condizioni sanitarie appaiono critiche: diversi presentano gravi sintomi di ipotermia e intossicazione da idrocarburi, inalati durante la traversata. Sette di loro necessitano di cure immediate, mentre due vengono trasferiti d’urgenza in strutture ospedaliere di Palermo in stato estremamente grave.

L’intervento di soccorso arriva dopo la segnalazione di un velivolo italiano delle Capitanerie di porto, che aveva trasmesso l’allarme alle Autorità competenti di Libia, Tunisia e Malta. Secondo quanto riferito, nessuno di questi Paesi sarebbe stato in grado di intervenire. Solo successivamente una motovedetta italiana, la Cp 306, salpa da Lampedusa e raggiunge il gommone alla deriva nei pressi della piattaforma petrolifera Bouri. I soccorritori si trovano davanti a una scena drammatica: superstiti in stato confusionale, infreddoliti e stremati, accanto ai corpi senza vita. Le testimonianze raccolte risultano discordanti: alcuni migranti dichiarano di essere partiti pochi giorni prima, altri parlano di una traversata durata quasi una settimana. Il lungo tempo in mare, unito alle condizioni climatiche e all’esposizione ai vapori tossici del carburante, avrebbe aggravato la situazione fino a causare il decesso di numerosi passeggeri.

Tra le storie più toccanti emerge quella di un bambino di circa un anno, sopravvissuto al viaggio ma rimasto senza madre, presumibilmente tra le vittime. Una giovane donna, anch’essa salvata, racconta di averlo tenuto stretto durante la traversata e i soccorsi, tentando di proteggerlo dal freddo. Ora le Autorità, con il supporto di mediatori culturali e operatori umanitari, stanno cercando di ricostruire con precisione l’identità delle vittime e verificare i legami familiari. L’organizzazione non governativa Sea-Watch denuncia che negli ultimi tre giorni almeno 104 persone sarebbero morte nel Mediterraneo centrale, evidenziando ancora una volta la pericolosità delle rotte e le criticità nei sistemi di ricerca e soccorso. La sequenza di eventi rilancia il dibattito sulle responsabilità internazionali e sulla gestione dei flussi migratori in una delle aree più instabili e letali al mondo.










