Sanità siciliana, target Pnrr certificato ma restano attese, carenze e accessi difficili

Certificati 341 nuovi posti di terapia intensiva e semi-intensiva sui 571 previsti, ma le liste d’attesa peggiorano: i muri, da soli, non fanno funzionare la sanità

Sintesi

La Sicilia ha formalizzato ad agosto il raggiungimento della propria quota del target Pnrr relativo ai posti aggiuntivi di terapia intensiva e semi-intensiva. Un primo decreto del 5 agosto ha preso atto di 138 posti intensivi e 142 semi-intensivi, quello del 28 agosto ne ha aggiunti rispettivamente 35 e 26: 173 più 168, complessivamente 341. Il risultato è importante, ma non equivale al completamento dell’intero Piano regionale, che il Ministero ha quantificato in 571 posti. Il traguardo europeo e quello complessivo della rete ospedaliera non coincidono.

Il Piano nato durante l’emergenza Covid ha attraversato oltre 6 anni di rimodulazioni, incrementi dei costi e ritardi. L’investimento iniziale ammontava a circa 129,8 milioni, di cui 123,3 statali, mentre il quadro finanziario aggiornato è arrivato a 315,67 milioni, sostenuto da più fonti. La Corte dei conti ha contestato inefficienze, maggiori oneri e contenziosi. Le opere sono costate molto più di quanto previsto all’inizio.

Il risultato amministrativo non si trasferisce automaticamente nella vita quotidiana degli utenti. Nel primo semestre 2026, in Sicilia è peggiorato il rispetto dei tempi d’attesa: circa 1 prima visita su 5 e quasi 3 esami diagnostici su 10 sono stati effettuati oltre i tempi previsti. Le prime visite rispettate nei tempi sono scese dall’87,2 al 79,7%, mentre gli esami diagnostici dal 75,9 al 71,9%. È lo stesso peggioramento che Mediterranea24 aveva già documentato esaminando i dati AGENAS. Per molti pazienti il problema continua a essere quanto occorre aspettare.

A pesare sono anche gli organici e l’accessibilità. I dati regionali relativi alla fine del 2025, analizzati da Cimo-Fesmed e già approfonditi da Mediterranea24, indicavano 551 medici nei Pronto soccorso siciliani a fronte di un fabbisogno di 929. A Taormina sono stati inoltre documentati problemi di viabilità e parcheggio intorno al San Vincenzo di contrada Sirina e costi della sosta nei pressi del nuovo Ospedale di comunità aperto nell’ex presidio cittadino. Costruire una struttura è soltanto il primo pezzo del servizio.

Anche il Fogliani di Milazzo mostra la distanza tra cantieri e servizi realmente disponibili: indicato dalla stessa Regione tra i presidi con criticità negli interventi sui Pronto soccorso, ha funzionato con una struttura provvisoria durante i lavori e il nuovo reparto è atteso entro settembre, mentre permangono carenze di personale specialistico. La struttura migliora, ma il servizio resta sotto pressione.

Il quadro siciliano si inserisce in una difficoltà nazionale. L’analisi della Fondazione Gimbe sui dati Ocse colloca nel 2025 la spesa sanitaria pubblica italiana al 6,2% del Pil contro il 7,1% delle medie Ocse ed europea, con 3.952 dollari pro capite e un divario stimato in 36,1 miliardi rispetto ai Paesi europei dell’area Ocse. Nel 2024, secondo Istat, 5,8 milioni di persone hanno rinunciato almeno a una visita o a un accertamento necessario per attese, motivi economici o difficoltà di accesso. La distanza dai servizi finisce così per ricadere sulle famiglie.

Articolo

I due decreti che portano a 341 posti

La notizia positiva esiste ed è documentata, ma deve essere delimitata con precisione. Con il decreto assessoriale n. 1002 del 5 agosto 2026 la Regione ha preso atto della documentazione relativa a 138 nuovi posti di terapia intensiva e 142 di terapia semi-intensiva. Il successivo decreto n. 1048 del 28 agosto ne ha certificati altri 35 intensivi e 26 semi-intensivi. La somma porta a 173 posti intensivi e 168 semi-intensivi, cioè 341.

Il provvedimento è stato firmato da Marcello Caruso (assessore regionale alla Salute) nell’ambito del CIS (Contratto istituzionale di sviluppo) sottoscritto il 30 maggio 2022 per la Missione 6 Salute del PNRR. Si tratta, più precisamente, di “progetti in essere” nati dall’articolo 2 del decreto legge n. 34 del 19 maggio 2020 e successivamente confluiti nel PNRR. Non tutto il denaro impiegato, quindi, può essere definito semplicemente “fondo Pnrr”, in quanto il programma è ormai sostenuto da risorse statali, regionali, FSC (Fondo per lo sviluppo e la coesione), APQ (Accordo di programma quadro), donazioni e altre coperture.

Il target europeo M6C2-9 prevedeva entro giugno 2026 il completamento nazionale di almeno 5.922 posti aggiuntivi di terapia intensiva e semi-intensiva, dotati delle apparecchiature necessarie per la ventilazione. Al 7 agosto il Ministero della Salute indicava ancora in corso la verifica e l’acquisizione delle prove documentali per la rendicontazione nazionale. Il decreto siciliano del 28 agosto rappresenta dunque una presa d’atto regionale della documentazione, elemento essenziale per la rendicontazione, ma non va confuso con la successiva decisione europea sul pagamento complessivo della rata PNRR.

Il piano siciliano non si ferma però a 341

È questo il punto che cambia la lettura della vicenda. Il Piano approvato dal Ministero della Salute con decreto direttoriale n. 92 del 24 maggio 2022 ha programmato per la Sicilia 253 posti di terapia intensiva e 318 di semi-intensiva, complessivamente 571, oltre a 29 interventi sui Pronto soccorso e 16 ambulanze. Lo ha ribadito lo stesso Ministero nel febbraio 2025, precisando allora che il CIS imponeva il completamento del programma entro il 30 giugno 2026.

Ne deriva una distinzione sostanziale: 341 posti consentono alla Regione di attestare la quota collegata al target minimo PNRR, ma non esauriscono i 571 posti del Piano sanitario siciliano. Ne restano aritmeticamente 230 rispetto alla programmazione ministeriale: 80 intensivi e 150 semi-intensivi. E proprio la pagina ufficiale del Ministero dedicata all’investimento chiarisce che, dopo la rimodulazione europea, “resta comunque ferma la programmazione” dei piani regionali approvati.

Nel 2023 l’Unione europea ha infatti autorizzato la riduzione del target minimo nazionale da 7.700 ad almeno 5.922 posti, soprattutto per l’aumento dei costi dei materiali e le difficoltà realizzative, stimate mediamente dal Ministero intorno al 30%. Ma la revisione è avvenuta senza definanziamento dei singoli interventi e senza modificare i Piani regionali già approvati. Il nuovo obiettivo europeo ha dunque reso meno onerosa la soglia necessaria alla rendicontazione PNRR, non ha cancellato ciò che la Sicilia si era impegnata a costruire.

Caruso ha annunciato che la Regione intende concordare con il Ministero un aggiornamento del programma per proseguire verso il completamento dei posti ancora previsti. Ed è proprio questa seconda fase che consentirà di capire quanto del vecchio Piano Covid rimarrà una soglia amministrativa e quanto diventerà capacità ospedaliera realmente disponibile.

Da 129,8 a 315,67 milioni

La storia finanziaria aiuta a comprendere perché un risultato numerico non possa cancellare le criticità dell’attuazione. Il decreto legge n. 34 del 2020 aveva assegnato alla Sicilia 123.309.660 euro. Il primo Piano regionale aveva raggiunto 129.798.413 euro grazie a circa 6,49 milioni di cofinanziamento regionale. Negli anni successivi i fabbisogni sono cresciuti fino al D.A. n. 882 del 7 agosto 2024, che ha portato il quadro complessivo a 315.674.537,36 euro.

Alla dotazione statale iniziale si sono aggiunti, fra l’altro, circa 100,29 milioni regionali collegati all’APQ Sanità e 70 milioni del FSC 2021-2027, oltre ad altre fonti. Rispetto ai 129,8 milioni del primo quadro si tratta di quasi 186 milioni in più. Non tutto l’aumento può essere automaticamente classificato come spreco: negli anni sono cresciuti prezzi, costi delle costruzioni e fabbisogni. Ma la dimensione della variazione impone di guardare anche a tempi, varianti, contenziosi e risultato effettivamente consegnato.

Le contestazioni della Corte dei conti e l’errore sui 720 posti

La Sezione di controllo della Corte dei conti per la Regione siciliana ha dedicato una relazione alla gestione delle risorse destinate al rafforzamento della rete ospedaliera. I Magistrati contabili hanno rilevato ritardi, varianti, maggiori oneri, contenziosi e profili di inefficienza e diseconomicità, collegando a queste criticità anche il ricorso a ulteriori 70 milioni del FSC. Nel rapporto il nuovo Piano da 315,67 milioni è stato confrontato con quello precedente da 237,29 milioni.

Una parte del referto, tuttavia, è stata contestata dalla Regione ed è stata corretta documentalmente dal Ministero della Salute. La Corte aveva assunto come riferimento 720 posti, mentre il Ministero ha confermato che il Piano approvato ne prevede 571. Quel rilievo numerico non può quindi essere utilizzato per sostenere una presunta mancanza di 149 posti rispetto alla programmazione siciliana. Restano invece autonome le osservazioni della magistratura contabile su ritardi, costi e modalità di esecuzione.

Il Pnrr visto dalla sala d’attesa

Per il cittadino la domanda è inevitabilmente diversa: non quanti target siano stati caricati nei sistemi di rendicontazione, ma quanto tempo occorra per una visita, un esame, un ricovero o una risposta del territorio.

Il primo Bollettino AGENAS sulle liste d’attesa ha confrontato il primo semestre 2026 con lo stesso periodo del 2025, monitorando 14 tipologie di prime visite e 22 esami diagnostici in tutte le classi di priorità. A livello nazionale le prestazioni sono cresciute da 13,3 a 14,9 milioni e oltre 1,6 milioni di visite ed esami in più sono stati effettuati nei tempi previsti. La Sicilia è però andata nella direzione opposta in entrambe le categorie principali.

Le prime visite entro i tempi massimi sono passate dall’87,2% del 2025 al 79,7% del 2026. Per gli accertamenti diagnostici il rispetto dei tempi è sceso dal 75,9 al 71,9%. Mediterranea24 aveva già analizzato queste percentuali raccontando le liste d’attesa in peggioramento e osservando che il problema non è soltanto finanziario, ma anche organizzativo: disponibilità delle agende, personale, appropriatezza delle prescrizioni e coordinamento fra pubblico e privato.

Il monitoraggio non comprende ogni prestazione del Servizio sanitario e non consente quindi di affermare che un paziente siciliano abbia il 28,1% di probabilità generale di essere curato in ritardo. Dimostra però una cosa molto precisa: nel paniere nazionale sottoposto a controllo, mentre gran parte del Paese migliorava, la Sicilia ha perso terreno.

I muri non fanno da soli un servizio sanitario

L’altro indicatore è il personale. Mediterranea24 ha già documentato gli organici carenti nei Pronto soccorso siciliani utilizzando dati dell’Assessorato regionale della Salute aggiornati al 31 dicembre 2025 e analizzati da Cimo-Fesmed Sicilia. Ne risultavano 551 medici presenti contro un fabbisogno di 929: copertura del 59% e scopertura del 41%. Messina arrivava al 66%, Catania al 65% e Palermo al 56%.

È una delle ragioni per cui Mediterranea24 aveva osservato che il problema non riguarda “soltanto gli immobili o le apparecchiature”. Un letto attrezzato è indispensabile, ma per diventare un posto effettivamente utilizzabile richiede medici, infermieri, tecnici, assistenza continua, diagnostica, farmaci e servizi collegati. L’equivalenza fra opera ultimata e servizio pienamente fruibile non è dunque automatica.

Lo stesso scarto è emerso nella sanità territoriale. Nell’aprile 2026 la Regione indicava 57 Case e Ospedali di comunità operativi e altri 35 interventi con lavori terminati ma ancora da condurre alla piena attivazione. Mediterranea24 ha già sottolineato che la conclusione del cantiere non coincide necessariamente con la presa in carico dei pazienti: per far funzionare il nuovo modello servono équipe, orari, collegamenti con i medici di famiglia, assistenza domiciliare e ospedali.

Taormina, quando anche arrivare alla cura diventa un problema

Un caso concreto si trova nel messinese. Il 20 luglio 2026 è stato aperto a Taormina il nuovo Ospedale di comunità da 20 posti letto, sviluppato su circa 1.300 metri quadrati nei locali dell’ex San Vincenzo di piazza San Francesco di Paola e finanziato attraverso la Missione 6. La struttura dispone di camere, aree riabilitative e spazi predisposti anche per diagnostica e telemedicina ed è destinata ai pazienti che necessitano di assistenza intermedia tra ricovero per acuti e domicilio.

L’investimento è reale e amplia l’offerta. Ma Mediterranea24 ha documentato anche l’altra faccia: pochi stalli nelle immediate vicinanze, le segnalazioni recepite dal Comune e il ricorso al vicino parcheggio Porta Catania, che in alta stagione comporta costi significativi per chi deve fermarsi diverse ore. Per un anziano, una persona con difficoltà motorie o un familiare che accompagna un paziente, la sosta non è una tariffa sanitaria ma diventa comunque un costo indiretto dell’accesso alla cura. Il problema era stato approfondito nell’analisi sulle strutture territoriali e sulla loro effettiva accessibilità.

Diverso è l’attuale ospedale per acuti San Vincenzo di contrada Sirina, sempre a Taormina e immediatamente a ridosso di Giardini Naxos. Anche qui Mediterranea24 ha ricostruito le difficoltà di viabilità, parcheggio e personale: strade strette e congestionate, spazi di sosta insufficienti e, secondo una denuncia UIL-FPL del 2025, infermieri del Pronto soccorso scesi da 28 a 22, compresa l’unità con funzioni di coordinamento. La distanza dalla cura, quindi, può essere fatta anche di strade, parcheggi, turni scoperti e tempi di percorrenza.

Questa non è soltanto una valutazione giornalistica. Istat include espressamente tra le cause di rinuncia a prestazioni sanitarie anche la scomodità nel raggiungere i servizi. Nel 2024 il 9,9% della popolazione italiana, pari a 5,8 milioni di persone, ha dichiarato di avere rinunciato almeno a una visita specialistica o a un accertamento pur avendone bisogno: il 6,8% della popolazione ha indicato le lunghe attese, il 5,3% motivi economici e l’1,3% la difficoltà di raggiungere le strutture. Nello stesso anno è salito al 23,9% il ricorso interamente a pagamento per l’ultima prestazione specialistica considerata dall’indagine.

Milazzo, il Fogliani tra cantieri e carenze

Il caso del Fogliani di Milazzo è direttamente collegato al lungo potenziamento della rete ospedaliera siciliana. Nel febbraio 2025 la Regione lo aveva inserito, insieme al Garibaldi di Catania, al Sant’Antonio Abate di Trapani e al Borsellino di Marsala, tra i presidi nei quali permanevano criticità negli interventi sui Pronto soccorso. Nel luglio dello stesso anno è stato aperto un reparto provvisorio per consentire la prosecuzione dei lavori e, secondo il direttore generale dell’Asp di Messina Giuseppe Cuccì, il nuovo Pronto soccorso dovrebbe essere inaugurato entro la fine di settembre 2026. Ma alle opere si affianca ancora il problema degli organici: nell’estate 2026 la carenza di specialisti ha lasciato, tra l’altro, la Neurologia senza copertura specialistica nelle ore notturne, nonostante le procedure di reclutamento avviate. È un esempio concreto di come completare muri e impianti non significhi automaticamente rendere pienamente disponibile il servizio sanitario.

I Lea mostrano un quadro meno uniforme

Sarebbe tuttavia sbagliato descrivere l’intero servizio sanitario siciliano come indistintamente insufficiente. Il Ministero della Salute, nei risultati definitivi del NSG (Nuovo sistema di garanzia) sui LEA (Livelli essenziali di assistenza) 2024, ha collocato la Sicilia sotto la soglia soltanto nell’area della prevenzione, mentre assistenza distrettuale e ospedaliera sono risultate sufficienti.

Mediterranea24 ha già esaminato questo apparente paradosso nella propria analisi sui LEA siciliani e sulla prevenzione rimasta sotto soglia. Il punto è che indicatori diversi misurano aspetti diversi: si può superare la soglia ministeriale nell’assistenza ospedaliera e contemporaneamente avere liste d’attesa in peggioramento, carenze professionali o strutture difficili da raggiungere. Non c’è contraddizione statistica, ma una sanità che cambia volto a seconda della prestazione e del territorio osservati.

Il problema italiano delle risorse

Il confronto si allarga infine al Servizio sanitario nazionale. L’analisi diffusa il 2 settembre dalla Fondazione GIMBE sui dati OECD Health Statistics aggiornati al 17 luglio 2026 indica che nel 2025 la spesa sanitaria pubblica italiana è stata pari al 6,2% del Pil, contro il 6,3% del 2024 e il 7,1% medio sia dei Paesi Ocse sia dei Paesi europei considerati. La spesa pubblica pro capite è stata quantificata in 3.952 dollari a parità di potere d’acquisto, 909 in meno della media Ocse e 1.013 in meno di quella europea. Il divario complessivo stimato da GIMBE rispetto ai Paesi europei dell’area Ocse raggiunge circa 36,1 miliardi di euro.

Nino Cartabellotta (presidente della Fondazione GIMBE) ha definito il sottofinanziamento una criticità strutturale che finisce per compromettere l’esigibilità del diritto alla salute. Pierino Di Silverio (segretario nazionale di Anaao Assomed, sindacato dei medici dirigenti) ha posto però una seconda questione: non basta aumentare la spesa, occorre verificare come il denaro si trasformi in servizi. È precisamente il nodo che emerge dalla Sicilia: disponibilità finanziaria, cantieri e target sono condizioni necessarie, ma il risultato finale si misura quando il cittadino trova il medico, ottiene l’esame e raggiunge il presidio.

Sul piano politico Marina Sereni (responsabile Salute e sanità della segreteria nazionale del Partito democratico) ha accusato il Governo di avere riaperto una fase di definanziamento. Marcello Gemmato (sottosegretario alla Salute, Fratelli d’Italia) ha replicato ricordando l’aumento nominale del Fondo sanitario: 18 miliardi in più in 3 anni e 6,3 miliardi per il 2026. I 2 dati non sono aritmeticamente incompatibili: uno misura l’incremento nominale delle risorse, l’altro il peso della spesa sanitaria pubblica sul Pil e il confronto internazionale. Il contrasto politico riguarda soprattutto se gli aumenti siano sufficienti rispetto a inflazione, bisogni sanitari, personale e servizi da garantire.

Il vero collaudo è fuori dai decreti

Il raggiungimento di un target PNRR è tutt’altro che irrilevante. Evita che opere realizzate e risorse impiegate restino fuori dagli obiettivi concordati e consente di procedere nella rendicontazione. Ma una milestone amministrativa (traguardo procedurale o formale intermedio che segna il completamento di una fase chiave all’interno di un progetto pubblico o di un piano di riforme) non misura automaticamente la funzionalità percepita e reale del sistema sanitario.

Per farlo occorrono altri indicatori: quanti dei 571 posti programmati saranno effettivamente completati e utilizzabili; quanti turni dispongono del personale necessario; quali apparecchiature sono operative; quanto impiega un paziente per ottenere una prestazione; quante strutture territoriali prendono realmente in carico gli utenti; quante persone sono costrette a pagare il privato; quanto costa e quanto è difficile raggiungere fisicamente un presidio.

È qui che i 341 posti certificati rappresentano un risultato, ma non ancora il punto d’arrivo. Il PNRR può costruire muri, impianti, letti e tecnologia. Perché il cittadino ne percepisca davvero gli effetti servono persone, organizzazione, accessibilità e tempi compatibili con il bisogno di cura. Il collaudo decisivo non avviene davanti al decreto: avviene quando il paziente chiede assistenza.

Nell’immagine di copertina, reparto di terapia sub-intensiva dell’Ospedale Cervello di Palermo, L’ospedale San Vincenzo di Taormina visto nel suo contesto territoriale e l’ingresso del Pronto soccorso del Fogliani di Milazzo.