Sintesi
Il rapporto dell’Osservatorio “Rita Levi-Montalcini Svimez – W20” evidenzia come il lavoro rappresenti il principale indicatore delle disuguaglianze di genere in Italia. Il Paese si colloca in posizione arretrata a livello globale e nel G20, con divari che si riducono lentamente. Le differenze territoriali penalizzano soprattutto il Sud dove l’inattività femminile supera l’occupazione. Tra le giovani donne incidono fortemente i motivi familiari nonostante un livello di istruzione più elevato rispetto agli uomini. Persistono criticità nel part-time involontario e nelle retribuzioni con significativi scarti salariali. Un segnale positivo arriva dall’imprenditoria femminile che mostra una presenza superiore alla media dei Paesi avanzati.

Articolo
Il lavoro continua a rappresentare una lente decisiva per interpretare le diseguaglianze tra uomini e donne in Italia, confermandosi come il principale indicatore delle asimmetrie strutturali che attraversano il sistema economico e sociale. Il recente rapporto dell’Osservatorio “Rita Levi-Montalcini Svimez – W20” (Women 20, gruppo ufficiale del G20 dedicato alle politiche di genere) presentato a Roma presso il Museo Maxxi (Museo nazionale delle arti del XXI secolo) restituisce un quadro aggiornato ma coerente con dinamiche già consolidate, che tuttavia mostrano progressi lenti e discontinui.

L’analisi si inserisce in un contesto internazionale nel quale il riequilibrio tra generi procede con forte ritardo, con una quota ancora pari al 31,3% di divario da colmare e una proiezione temporale di circa 123 anni per raggiungere una piena uguaglianza. In questo scenario, l’Italia occupa una posizione arretrata, collocandosi all’85° posto nella graduatoria globale e all’11° tra i Paesi del G20 (Gruppo dei 20, forum internazionale delle principali economie mondiali). Se nei comparti dell’istruzione e della salute si registra una quasi equiparazione, è il mercato del lavoro a mostrare le criticità più marcate.

Il territorio nazionale evidenzia una frattura evidente tra Nord e Sud, con Basilicata, Puglia, Sicilia, Calabria e Campania dove l’inattività femminile supera i livelli di occupazione anche escludendo chi è fuori dal mercato per motivi di studio. Questo squilibrio territoriale rappresenta uno degli elementi strutturali più persistenti del sistema italiano e contribuisce a rafforzare le disuguaglianze complessive.
Particolarmente rilevante è il dato relativo alle donne tra i 25 e i 34 anni, per le quali le responsabilità familiari costituiscono la principale causa di inattività. Nel 2024 tali motivazioni riguardano il 38,4% delle donne nel Mezzogiorno e il 49,3% nel Centro-Nord, a fronte di percentuali nettamente inferiori tra gli uomini, pari al 2,5% nel Sud e al 4,1% nelle altre aree. Il confronto evidenzia una distribuzione fortemente squilibrata dei carichi familiari, che incide direttamente sulla partecipazione femminile al lavoro.
Questo scenario appare ancora più paradossale considerando il livello di istruzione: nella fascia 25-34 anni le donne laureate rappresentano il 38,5% contro il 25,5% degli uomini. Nonostante ciò, il capitale umano femminile, pur risultando mediamente più qualificato, fatica a tradursi in opportunità occupazionali adeguate. Una delle criticità riguarda la minore presenza femminile nei percorsi Stem (Science, Technology, Engineering and Mathematics, cioè scienza, tecnologia, ingegneria e matematica) e Ict (Information and Communication Technology, tecnologie dell’informazione e della comunicazione), settori considerati strategici per la crescita futura.
Un ulteriore elemento di squilibrio è rappresentato dal lavoro part-time involontario, che in Italia raggiunge livelli significativamente superiori alla media europea. A fronte di un valore Ue pari al 20,9%, si registrano punte del 63,6% tra le lavoratrici del Sud e del 40,7% nel Centro-Nord. Il fenomeno si concentra prevalentemente nei comparti del turismo e della ristorazione, dove si attesta al 45,6% dei casi, evidenziando una struttura occupazionale fragile e poco stabile.
Sul piano retributivo, le differenze salariali risultano particolarmente evidenti nei contratti a tempo indeterminato, con un divario del 28%, mentre nei contratti a termine il gap scende a poco meno del 20%. In termini concreti, nel Centro-Nord gli uomini percepiscono circa 120 euro giornalieri contro gli 88 euro delle donne, mentre nel Sud e nelle Isole i valori si attestano rispettivamente intorno ai 90 euro per gli uomini e 65 euro per le donne. Questi dati confermano una disparità economica radicata che incide sul reddito e sull’autonomia femminile.
Nonostante il quadro complessivamente critico, emerge un elemento di segno opposto legato all’imprenditoria femminile. L’Italia presenta infatti una quota di imprese a maggioranza femminile pari al 16,2% nel contesto del G20, che sale al 22,2% considerando l’intero sistema produttivo nazionale, per un totale di circa 1,3 milioni di aziende. Questo dato rappresenta un punto di forza relativo e una possibile leva di sviluppo, indicando una capacità diffusa di iniziativa economica da parte delle donne.
Nel complesso, il rapporto conferma come le disuguaglianze di genere nel lavoro non siano un fenomeno episodico ma una componente strutturale del sistema italiano, che richiede interventi mirati e continui nel tempo. Le politiche pubbliche, anche alla luce delle più recenti strategie europee sull’occupazione e della giurisprudenza in materia di parità salariale e conciliazione vita-lavoro, sono chiamate a trasformare il potenziale femminile in reale partecipazione economica, riducendo un divario che resta uno dei principali ostacoli allo sviluppo sostenibile del Paese.

Giornalista pubblicista, ex direttore di una precedente testata e attuale direttore di Mediterranea24.









