Sicilia. La scia di sangue di Cosa nostra barcellonese: confermati 2 ergastoli, 30 anni e un’assoluzione

La Corte d’assise d’appello di Messina ha confermato le principali condanne per la lunga serie di delitti attribuiti alla mafia barcellonese

Sintesi

Tra il 1992 e il 1999 Cosa nostra barcellonese impose il proprio controllo sulla fascia tirrenica messinese attraverso omicidi, sparizioni e punizioni ordinate contro persone accusate di furti in abitazioni protette, attività criminali autonome o violazioni delle regole interne al gruppo. Le dichiarazioni di Salvatore Micale permisero di ricostruire mandanti, partecipanti e causali di numerosi delitti rimasti irrisolti. Le indagini avviate nel gennaio 2023 sfociarono il 10 gennaio 2024 nell’operazione “Inganno”. Il 29 gennaio 2025 Giuseppe Gullotti e Salvatore Di Salvo furono condannati all’ergastolo, Giuseppe Isgrò e Vincenzo Miano a 30 anni, Carmelo D’Amico a 14 anni e il collaboratore di giustizia a 12 anni, mentre Carmelo Mastroeni e Stefano Genovese vennero assolti. L’8 luglio 2026 fu confermato, in un procedimento separato, l’ergastolo a Nicola Cannone per l’uccisione di Giuseppe Abbate. Il 15 luglio 2026 la Corte d’assise d’appello di Messina ha mantenuto i 2 ergastoli, la condanna a 30 anni per Isgrò e le 2 assoluzioni già pronunciate, assolvendo invece Miano dall’accusa di avere partecipato all’omicidio di Aurelio Anastasi.

Articolo

La sentenza pronunciata il 15 luglio 2026 dalla Corte d’assise d’appello di Messina ha confermato l’impianto principale del processo dedicato a una lunga sequenza di delitti attribuiti a Cosa nostra barcellonese. Il collegio presieduto da Bruno Sagone (magistrato e presidente della Corte giudicante) ha mantenuto l’ergastolo per Giuseppe Gullotti (imputato soprannominato “l’Avvocaticchiu” e indicato nelle ricostruzioni giudiziarie come storico vertice del gruppo) e per Salvatore “Sem” Di Salvo (imputato considerato il successore nella direzione dell’organizzazione). È rimasta invariata anche la pena di 30 anni inflitta a Giuseppe Isgrò (imputato descritto come il cassiere della struttura mafiosa).

Sono state confermate le assoluzioni di Carmelo Mastroeni (imputato originario di Merì, comune della Città metropolitana di Messina) e Stefano Genovese (imputato nel medesimo procedimento). La novità rispetto al giudizio di primo grado riguarda Vincenzo Miano (imputato precedentemente condannato a 30 anni), assolto “per non avere commesso il fatto” dall’accusa di concorso nell’uccisione di Aurelio Anastasi. I Giudici hanno revocato le conseguenti statuizioni civili e disposto la sua immediata liberazione, qualora non fosse detenuto per altre cause.

La vicenda affonda le radici nella storia della famiglia mafiosa di Barcellona Pozzo di Gotto (comune costiero della Città metropolitana di Messina), formazione criminale già al centro dell’attenzione parlamentare e giudiziaria nei primi anni ’90. Nel 1993 la Commissione parlamentare antimafia svolse una missione nel territorio, mentre le successive relazioni della Direzione investigativa antimafia hanno descritto il gruppo barcellonese come una struttura tradizionalmente egemone sulla fascia tirrenica messinese, capace di esercitare violenza, controllo sociale e influenza sulle attività economiche.

La nuova ricostruzione investigativa è stata resa possibile soprattutto dalle dichiarazioni di Salvatore Micale (già appartenente all’ambiente mafioso e successivamente collaboratore di giustizia), che ha indicato presunti mandanti, esecutori, complici e motivazioni delle condanne a morte. Secondo l’accusa, alcune vittime furono eliminate non perché appartenenti a organizzazioni rivali, ma per avere commesso piccoli furti in abitazioni considerate intoccabili, venduto sostanze stupefacenti senza l’autorizzazione del gruppo oppure svolto attività illecite sottraendosi al controllo della famiglia. La violenza diventava così uno strumento di disciplina territoriale e un avvertimento destinato all’intera comunità.

Le investigazioni del ROS (Raggruppamento operativo speciale) dei Carabinieri iniziarono nel gennaio 2023 e portarono, il 10 gennaio 2024, all’operazione denominata “Inganno”, conclusa con 7 arresti, 6 dei quali collegati alle contestazioni mafiose. Il nome dell’inchiesta richiamava l’espediente utilizzato per attirare Antonino Accetta e Giuseppe Pirri nel luogo in cui sarebbero stati uccisi il 20 gennaio 1992. I loro corpi vennero scoperti il giorno seguente nel cimitero cittadino.

Il quadro originario dell’indagine comprendeva 13 vittime, uccise in 10 distinti episodi tra il 1992 e il 1998: Accetta e Pirri, assassinati il 20 gennaio 1992 e ritrovati il 21 gennaio; Carmelo Ingegneri, ucciso l’11 luglio 1992; Francesco Longo, eliminato il 28 dicembre 1992; Aurelio Anastasi, assassinato il 4 gennaio 1993; Giuseppe Italiano, scomparso nel febbraio 1993 in un caso di lupara bianca (omicidio seguito dall’occultamento del cadavere); Giuseppe Porcino, scomparso nel marzo 1993 con modalità analoghe; Angelo Ferro, agronomo ucciso il 27 maggio 1993 a Milazzo (comune della Città metropolitana di Messina); Sergio Raimondi e Giuseppe Martino, morti nell’agguato del 4 settembre 1993, nel quale rimase ferito Giuseppe Geraci, deceduto il 26 aprile 1994; Giuseppe Abbate, assassinato il 16 febbraio 1998; Fortunato Ficarra, ucciso il 1° luglio 1998 a Santa Lucia del Mela (comune della Città metropolitana di Messina).

Gli investigatori hanno ipotizzato che l’assassinio di Angelo Ferro potesse essere collegato alla cattura di Nitto Santapaola (storico capo della famiglia mafiosa catanese), arrestato il 18 maggio 1993 a Mazzarrone (comune della Città metropolitana di Catania) durante l’operazione “Luna piena” dello SCO (Servizio centrale operativo). Il collegamento resta però una prospettazione investigativa e non deve essere presentato come una circostanza definitivamente dimostrata.

Nel ramo definito con rito abbreviato, cioè mediante un giudizio celebrato prevalentemente sugli atti raccolti durante le indagini e con una riduzione della pena in caso di condanna, entrò anche la contestazione relativa alla morte di Antonino “Nino” Sboto. Il giovane aveva 21 anni quando, nella notte tra il 3 e il 4 maggio 1999, venne attirato fuori casa con il pretesto di partecipare a un trasloco e condotto nei pressi del torrente Idria. Dopo essere stato colpito alla testa e alla nuca, gli furono recise entrambe le mani. Secondo le dichiarazioni acquisite nei diversi procedimenti, la mutilazione sarebbe stata compiuta dopo il decesso per diffondere un messaggio intimidatorio contro chi avesse rubato nelle abitazioni sottoposte alla protezione mafiosa.

Una prima informativa collegò il possibile movente a un’incursione nella casa di Pietro Arnò (persona indicata come vicina a Gullotti). Una precedente ricostruzione processuale ritenne invece maggiormente credibile la pista di un furto da circa 15 milioni di lire commesso nell’abitazione della madre e della sorella di Micale. Il delitto era già comparso nell’inchiesta “Gotha 6”, riguardante 17 omicidi commessi tra il 1993 e il 2012, conclusa definitivamente in Cassazione nel 2022 con la conferma di 6 ergastoli.

Durante l’udienza preliminare Di Salvo e Mastroeni manifestarono una forma di “dissociazione”, offrendo la loro versione su alcuni delitti e sul contributo personale fornito alle azioni contestate. Tale scelta non coincide automaticamente con lo status di collaboratore di giustizia, che presuppone una collaborazione formalizzata, continuativa e sottoposta alle valutazioni dell’Autorità giudiziaria. Le loro dichiarazioni furono pertanto esaminate insieme agli altri elementi raccolti nel processo.

Il 29 gennaio 2025 il GUP (Giudice dell’udienza preliminare) Arianna Raffa (Magistrata che celebrò il giudizio abbreviato) condannò Gullotti e Di Salvo all’ergastolo, Isgrò e Miano a 30 anni, Carmelo D’Amico (collaboratore di giustizia giudicato nello stesso procedimento) a 14 anni e Micale a 12 anni. Mastroeni e Genovese furono assolti. D’Amico e Micale non impugnarono la decisione, che divenne quindi definitiva nei loro confronti, mentre le altre posizioni arrivarono al giudizio di secondo grado.

Il delitto di Giuseppe Abbate seguì invece un percorso processuale separato perché Nicola Cannone (imputato accusato di avere partecipato all’esecuzione) scelse il rito ordinario. Il macellaio, estraneo alle organizzazioni criminali secondo le ricostruzioni riportate, venne raggiunto dai colpi davanti al figlio. Dopo la condanna di primo grado pronunciata nel luglio 2025, l’8 luglio 2026 la Corte d’assise d’appello ha confermato l’ergastolo, le pene accessorie e il risarcimento riconosciuto alle parti civili.

Nel processo principale l’accusa in appello è stata sostenuta da Giuseppe Lombardo (Sostituto procuratore generale) e Francesco Massara (Magistrato della DDA, applicato al giudizio). La difesa è stata affidata agli avvocati Giuseppe Lo Presti, Filippo Barbera, Diego Lanza, Tino Celi, Tommaso Calderone, Franco Bertolone, Tommaso Autru Ryolo, Giuseppe Cicciari, Gaetano Pino, Luca Cianferoni e Antonio Pirri.

Nel gennaio 2026 la pubblica accusa aveva chiesto di confermare le condanne e di riformare le assoluzioni. Durante le discussioni dell’aprile successivo, i difensori avevano invece contestato l’affidabilità di alcune dichiarazioni dei collaboratori, richiamando anche l’immatricolazione di una motocicletta che, secondo la loro tesi, sarebbe risultata incompatibile con la cronologia riferita da uno degli accusatori.

Sul piano giuridico, i reati di associazione mafiosa e gli omicidi aggravati dal metodo o dalla finalità mafiosa rientrano nelle attribuzioni specializzate della DDA, secondo le regole previste per i procedimenti indicati dall’articolo 51, comma 3-bis, del Codice di procedura penale. La giurisprudenza della Corte di cassazione ha inoltre ribadito nel 2025 che le dichiarazioni accusatorie provenienti da collaboratori o coimputati devono essere sottoposte a un esame rigoroso di attendibilità e sostenute da riscontri capaci di collegare individualmente ciascun imputato ai fatti contestati.

La decisione del 15 luglio 2026 è una sentenza di secondo grado e non è ancora irrevocabile. Le parti possono proporre ricorso alla Corte di cassazione per i motivi previsti dall’articolo 606 del Codice di procedura penale, chiedendo il controllo sulla corretta applicazione della legge, sul rispetto delle regole processuali e sulla tenuta logica della motivazione, senza ottenere un nuovo giudizio completo sui fatti.