Sintesi
A Leni, nell’isola di Salina, secondo la ricostruzione della vicenda e l’istanza trasmessa da un gruppo di cittadini, marito e moglie di 67 e 61 anni trascorrono la notte sui sedili di una vecchia Fiat Panda. Di giorno utilizzano un magazzino per lavarsi e cucinare. Il problema abitativo non è nuovo: il Comune aveva concesso loro temporaneamente un alloggio e l’11 agosto 2026 il Consiglio comunale è tornato ufficialmente a occuparsi proprio dell’immobile di via Rotabile 134. L’Albo pretorio conferma l’approvazione della deliberazione n. 25 riguardante l’alloggio e una futura procedura pubblica per la sua assegnazione. Mentre si stabiliscono regole, procedure e futuri criteri di assegnazione, oggi due persone continuano a non avere una casa.


Dietro le storie di chi dorme in auto o resta senza sostegni c’è un disagio molto più ampio: milioni di persone in difficoltà e una protezione abitativa ancora troppo debole. I significativi dati Istat: Povertà e casa, 5,7 milioni di poveri e protezione abitativa allo 0,04% del PIL

Articolo
Leni, l’isola delle vacanze e una Panda trasformata in camera da letto
Salina è nell’immaginario collettivo mare, turismo, strutture ricettive, ristoranti, vacanze e paesaggi fra i più ricercati delle Eolie. Nello stesso territorio, a Leni, una coppia di coniugi vive invece da settimane una condizione che rappresenta quasi il negativo fotografico di quell’immagine.
Lui ha 67 anni, lei 61. Secondo l’istanza urgente trasmessa al sindaco Ireneo Giardinello dall’avvocata Micaela Miceli per conto di alcuni cittadini, i due non dispongono più di un’abitazione: durante il giorno utilizzano un magazzino per le necessità elementari, mentre la sera si sistemano all’interno di una vecchia Fiat Panda.
La vicenda viene da lontano. Nell’agosto 2024, a fronte di una situazione di emergenza abitativa, il Comune aveva concesso temporaneamente alla famiglia un proprio alloggio per 18 mesi. Il successivo dibattito amministrativo aveva già fatto emergere l’intenzione di arrivare, conclusa l’emergenza, a una procedura aperta di assegnazione.
L’11 agosto 2026 la questione è tornata in Consiglio comunale. L’atto ufficiale esiste: la deliberazione n. 25 reca come oggetto la «concessione temporanea dell’alloggio comunale sito in via Rotabile n. 134», l’avvio della procedura a evidenza pubblica per l’assegnazione e perfino l’avvio dell’iter per individuare aree da destinare all’edilizia residenziale pubblica e programmare interventi sul fabbisogno abitativo.
C’è dunque un’amministrazione che affronta formalmente il problema, una procedura che dovrà essere predisposta e un futuro regolamento. C’è però anche il presente: due persone che, secondo la documentazione portata all’attenzione dell’Amministrazione, dormono in automobile.
Ed è questa distanza temporale fra ciò che l’istituzione programmerà e ciò di cui una persona ha bisogno, ma questa sera, a rappresentare uno dei nodi del welfare italiano.
Assisi, dalla perdita della casa al problema della residenza
Renato Giannini (cittadino di Assisi e invalido civile al 100%) ha raccontato alla stampa che la sua vicenda è iniziata nel febbraio 2023, quando, dopo la separazione, ha subito lo sfratto esecutivo dall’abitazione di Rivotorto nella quale viveva. Ha sostenuto di essersi rivolto ai Servizi sociali del Comune prima e dopo lo sfratto, senza ottenere una sistemazione abitativa stabile e riuscendo successivamente ad avere un tetto soltanto grazie alla disponibilità di altre persone.
Nel 2026 sarebbe poi intervenuto un ulteriore problema. Secondo quanto riferito dallo stesso Giannini, il Comune lo avrebbe cancellato dall’anagrafe per irreperibilità. Il 23 agosto La Nazione riportava inoltre che l’INPS gli aveva chiesto di regolarizzare la propria posizione anagrafica, avvertendolo che, in mancanza, la pensione di invalidità avrebbe potuto essere sospesa. Il 29 agosto Tgcom24 ha raccontato la vicenda con il titolo “mi hanno cancellato dall’anagrafe e tolto la pensione”.
Proprio su quest’ultimo passaggio è necessaria prudenza. Al momento, dalle fonti pubblicamente accessibili non emergono il provvedimento completo con il quale il Comune avrebbe disposto la cancellazione anagrafica né quello dell’INPS relativo alla prestazione. Non è quindi possibile stabilire se si sia trattato di una sospensione già disposta, di un procedimento ancora in corso oppure di una successiva revoca, né ricostruire tutti gli accertamenti effettuati dagli Enti interessati.
Senza casa non significa automaticamente senza residenza
La normativa anagrafica rende il caso ancora più meritevole di chiarimento. La legge 24 dicembre 1954 n. 1228 prevede espressamente la posizione delle persone senza fissa dimora. L’articolo 2 stabilisce infatti che chi non dispone di una fissa dimora è considerato residente nel Comune nel quale ha stabilito il proprio domicilio, purché fornisca all’ufficio anagrafico gli elementi necessari per verificarne l’effettiva sussistenza. Se manca anche un domicilio, la stessa norma prevede ulteriori criteri per individuare il Comune di iscrizione.
Questo significa che perdere un’abitazione a seguito di uno sfratto non comporta automaticamente perdere anche la possibilità di avere una posizione anagrafica. Diverso è il caso della cancellazione per irreperibilità, che il regolamento anagrafico consente quando una persona risulta irreperibile dopo ripetuti accertamenti effettuati a distanza di tempo.
Ed è proprio questo il passaggio che dovrebbe essere chiarito nella vicenda di Giannini: quali accertamenti sono stati compiuti prima della cancellazione, se l’interessato abbia indicato un domicilio nel territorio comunale, se abbia chiesto o potesse chiedere l’iscrizione come persona senza fissa dimora e quali comunicazioni siano intercorse tra Comune e interessato.
Non sarebbe invece corretto sostenere che una persona sfrattata possa semplicemente indicare, di propria iniziativa, la Casa comunale come nuova residenza. I Comuni possono utilizzare indirizzi convenzionali o modalità specifiche per l’iscrizione delle persone senza fissa dimora, ma occorre comunque seguire la procedura anagrafica e consentire all’ufficio di verificare il domicilio dichiarato.
La pensione e il requisito della residenza
Per la pensione di inabilità civile l’INPS richiede, oltre al riconoscimento dell’invalidità totale e ai requisiti reddituali, la residenza stabile e abituale sul territorio italiano. Nel 2026 l’importo ordinario della prestazione è di 340,71 euro mensili per 13 mensilità e il limite di reddito personale annuo è fissato a 20.029,55 euro.
Il punto, quindi, non è la semplice mancata comunicazione di un nuovo indirizzo né l’assenza di un conto corrente o di un IBAN. Il problema può sorgere quando, dopo una cancellazione anagrafica per irreperibilità, l’INPS non riesce più a verificare uno dei requisiti amministrativi necessari per continuare a erogare la prestazione.
Da qui nasce il vero interrogativo del caso: se Giannini continuava effettivamente a vivere nel territorio di Assisi, occorre capire perché la sua posizione anagrafica sia arrivata alla cancellazione per irreperibilità e se fossero praticabili le procedure previste per chi non dispone più di una casa ma mantiene un domicilio nel Comune.
È questo, più ancora della formula televisiva “gli hanno tolto la pensione”, il possibile cortocircuito da chiarire. Un sostegno destinato a una persona invalida e in condizioni economiche fragili può essere legittimamente subordinato ai requisiti previsti dalla legge, ma proprio quando si perde una casa il sistema dovrebbe essere capace di distinguere fra chi ha realmente lasciato il territorio e chi, invece, è semplicemente diventato senza fissa dimora.
Povertà e casa, quando perdere un tetto significa rischiare di perdere tutto
Nell’ultimo dato Istat disponibile sulla povertà assoluta, riferito al 2024, sono 5,7 milioni le persone povere, il 9,8% dei residenti. I minori sono quasi 1,3 milioni, con un’incidenza del 13,8%, la più elevata della serie storica iniziata nel 2014. Nel 2025, inoltre, 13 milioni e 265 mila persone, il 22,6% della popolazione, risultano a rischio di povertà o esclusione sociale; nel Mezzogiorno la percentuale sale al 38,4%. Non siamo dinanzi a una somma di disgrazie individuali, ma a una fragilità sociale numericamente consistente.
C’è poi il dato forse più indicativo. La Commissione europea, nel Rapporto Paese Italia 2026, rileva che la spesa italiana per la protezione sociale collegata all’abitazione è appena lo 0,04% del PIL, contro lo 0,3% medio dell’Unione europea (“Public spending on housing-related social protection is extremely low (0.04% of GDP compared with 0.3% in the EU”: “La spesa pubblica per la protezione sociale collegata all’abitazione è estremamente bassa: 0,04% del PIL, rispetto allo 0,3% nell’Unione europea.”). La Commissione aggiunge subito dopo che in Italia la quota di edilizia sociale è bassa, il patrimonio pubblico disponibile è limitato, le liste d’attesa sono molto lunghe e la condizione dei senza dimora resta una criticità persistente (il resto annosa propaganda governativa e delle rispettive pletore di seguiti).
L’emergenza abitativa non dipende soltanto dalla quantità complessiva di denaro pubblico disponibile, ma da quanto si decide di destinare concretamente a evitare che perdere una casa significhi perdere progressivamente tutto il resto. Due storie di povertà estrema, tra emergenza abitativa, burocrazia e sussidi sospesi, mostrano la distanza tra gli annunci delle istituzioni e la vita quotidiana di chi resta senza protezione.
Nell’immagine di copertina, il Municipio di Leni, Renato Giannini e Assisi.

Giornalista pubblicista, ex direttore di una precedente testata e attuale direttore di Mediterranea24.







