Due cittadini sono stati assolti in secondo grado dalla Corte d’Appello di Bologna per coltivazione e detenzione di cannabis ritenuta legata a pratiche religiose. La vicenda ha origine nel 2023 con una condanna in primo grado a pena detentiva e multa poi annullata. I due vivevano in un eremo isolato sull’Appennino e avevano coltivato piante senza finalità di spaccio. La difesa ha sostenuto la connessione tra consumo e culto del dio Shiva, richiamando la libertà religiosa. I Giudici di secondo grado hanno accolto questa impostazione escludendo la sussistenza del fatto penalmente rilevante. Restano attese le motivazioni della sentenza che chiariranno i presupposti giuridici della decisione e il possibile impatto sulla giurisprudenza in materia.

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La vicenda giudiziaria che ha visto coinvolti due cittadini residenti in un eremo isolato dell’Appennino tosco-romagnolo, si colloca nel 2023 tra le aree di Premilcuore e Rocca San Casciano, in provincia di Forlì-Cesena. In quell’anno, a seguito della segnalazione di un escursionista che aveva percepito l’odore di marijuana, i Carabinieri sono intervenuti sul posto, rinvenendo e sequestrando 32 piante di cannabis, circa 48 grammi della stessa sostanza e poco più di 4 grammi di hashish, coltivati senza particolari accorgimenti di occultamento.

Nel gennaio 2023, il Tribunale competente aveva condannato i due imputati a 5 mesi e 10 giorni di reclusione e al pagamento di 800 euro di sanzione pecuniaria ciascuno, ritenendoli responsabili di detenzione e coltivazione di sostanze stupefacenti ai sensi del D.P.R. 309/1990 (Decreto del Presidente della Repubblica che disciplina la normativa sugli stupefacenti). La difesa ha successivamente impugnato la decisione, sostenendo che l’utilizzo della cannabis fosse strettamente connesso a motivazioni spirituali legate al culto del dio Shiva, figura centrale in alcune tradizioni religiose di matrice induista.

Nel corso del giudizio di appello nel 2026, la Corte di Bologna ha riesaminato il caso accogliendo integralmente la linea difensiva. I giudici hanno valorizzato diversi elementi: l’assenza di prove riconducibili allo spaccio, le modalità rudimentali della coltivazione, il contesto di vita isolato e ascetico, nonché il profilo personale degli imputati, descritti come incensurati, autonomi dal punto di vista economico e privi di legami con ambienti criminali. Decisivo è stato anche il riconoscimento della dimensione religiosa del consumo, ritenuto espressione di libertà di culto tutelata dall’articolo 19 della Costituzione italiana. La condanna è stata integralmente riformata con la formula assolutoria “perché il fatto non sussiste”. Tale espressione giuridica indica che l’elemento oggettivo del reato non è stato ritenuto configurabile alla luce delle circostanze accertate.
La decisione si inserisce in un quadro giurisprudenziale complesso, in cui la Corte di Cassazione ha più volte ribadito che la coltivazione domestica di cannabis può essere penalmente irrilevante solo in presenza di condizioni molto limitate, come la minima entità, l’uso esclusivamente personale e l’assenza di inserimento nel mercato illecito. Il caso assume rilievo anche sotto il profilo del bilanciamento tra libertà religiosa e tutela della salute pubblica, principio cardine della normativa sugli stupefacenti. La difesa ha richiamato l’appartenenza dei due al movimento Hare Krishna, corrente spirituale di origine indiana, sottolineando la presenza nell’eremo di un altare votivo dedicato a Shiva e la coerenza delle pratiche con il credo professato.
Restano ora da chiarire, entro 60 giorni dal deposito delle motivazioni, i presupposti giuridici che hanno portato all’assoluzione e l’eventuale portata innovativa della decisione. Non si esclude che il caso possa contribuire a un’evoluzione interpretativa della normativa vigente, soprattutto in relazione all’uso personale di sostanze in contesti rituali. In assenza di una riforma legislativa esplicita, sarà la giurisprudenza a definire i confini tra liceità e illecito, in un ambito dove diritto penale e libertà individuali continuano a confrontarsi in modo delicato e non privo di contraddizioni.

Giornalista pubblicista, ex direttore di una precedente testata e attuale direttore di Mediterranea24.









