Sintesi
Ieri, 16 settembre, il Consiglio Superiore della Magistratura ha approvato, con 6 astensioni, la delibera che individua le condizioni di inidoneità psicoattitudinale degli aspiranti magistrati. Le verifiche riguarderanno le aree cognitiva, emotiva, relazionale, etico-valoriale e organizzativa. Non saranno esami psichiatrici né interesseranno i magistrati già in servizio.

I test saranno sostenuti soltanto dai candidati che avranno superato le prove scritte e serviranno per il successivo colloquio psicoattitudinale. La decisione finale spetterà collegialmente alla commissione di concorso, affiancata da uno psicologo. Il primo impiego obbligatorio è previsto negli orali della primavera 2028.

L’Associazione Nazionale Magistrati considera la nuova prova un possibile strumento di condizionamento, mentre alcuni consiglieri del CSM ritengono che la riforma sia stata depotenziata e applicata troppo lentamente. Le critiche arrivano quindi da posizioni opposte.

La dirigenza pubblica disporrebbe già di modelli per valutare competenze, attitudini, capacità decisionali e tenuta emotiva, ma non esiste un sistema uniforme applicato a tutte le Amministrazioni. Per politici, amministratori, vertici delle partecipate, ordini professionali e professionisti i controlli sono differenti e prevalentemente basati su requisiti, incompatibilità e responsabilità disciplinare. Le tutele cambiano secondo il ruolo ricoperto.
Articolo
Il via libera del CSM
Ieri, 16 settembre, il plenum del Consiglio superiore della magistratura (CSM, organo di autogoverno della Magistratura) ha approvato, con 6 astensioni, la delibera che definisce le condizioni di inidoneità psicoattitudinale da verificare nel concorso per l’accesso alla magistratura. La misura non riguarda i magistrati già in servizio, ma esclusivamente gli aspiranti che avranno superato le prove scritte e saranno stati ammessi agli orali. Il CSM non ha introdotto autonomamente questo nuovo requisito: ha dato attuazione al decreto legislativo n. 44 del 28 marzo 2024, pubblicato nella Gazzetta ufficiale del 6 aprile 2024.
Il decreto ha inserito tra le materie orali un colloquio finalizzato a verificare l’assenza di condizioni di inidoneità alla funzione giudiziaria. Dopo la correzione degli elaborati, i candidati ammessi all’orale sosterranno un test elaborato secondo gli standard internazionali di psicometria (disciplina che misura capacità, attitudini e caratteristiche psicologiche attraverso strumenti scientifici). Il risultato non determinerà automaticamente l’esclusione, ma sarà utilizzato nel successivo colloquio diretto dal presidente della commissione con l’assistenza di un docente universitario esperto in materie psicologiche.
Le 5 aree di valutazione
La delibera divide i requisiti in 5 aree: cognitiva, emotiva, relazionale, etico-valoriale e organizzativa. Nell’area cognitiva saranno considerate le capacità di ragionamento analitico, pensiero critico e deduttivo, decisione e soluzione dei problemi. Non si cercherà una particolare personalità ideale, ma l’eventuale presenza di carenze gravi e diffuse incompatibili con la funzione.
L’area emotiva comprenderà l’equilibrio, la gestione dello stress e l’autocontrollo, inteso come capacità di regolare impulsi, emozioni e comportamenti in relazione alle responsabilità professionali. Nell’area relazionale saranno valutate la comprensione empatica, l’ascolto, la comunicazione e la disponibilità alla collaborazione. Equità e autonomia di giudizio costituiranno invece i riferimenti dell’area etico-valoriale, mentre quella organizzativa riguarderà la capacità di programmare il lavoro, rispettare le scadenze e prevenire ritardi e accumuli.
La finalità non sarà diagnosticare disturbi o patologie. Secondo quanto riferito nella ricostruzione della delibera, l’eventuale inidoneità dovrà emergere da un percorso composto dal test, dal colloquio e dalla valutazione collegiale dell’intera commissione. L’esito “idoneo” o “non idoneo” dovrà essere adeguatamente motivato e documentato, così da consentirne il controllo e l’eventuale contestazione.
La prima applicazione nel 2028
Una commissione composta da docenti universitari dovrà adesso elaborare concretamente i test, che saranno poi sottoposti all’approvazione del CSM. Il prossimo bando dovrebbe essere pubblicato nell’autunno 2026, con le prove scritte previste nella primavera 2027. Considerati i tempi necessari per correggere gli elaborati, i primi colloqui psicoattitudinali obbligatori dovrebbero tenersi nella primavera 2028. Nel 2027 potrebbe essere avviata una sperimentazione su base volontaria.
Le consigliere laiche Isabella Bertolini (indicata da Fratelli d’Italia) e Claudia Eccher (indicata dalla Lega) hanno contestato tempi e contenuti, sostenendo che una disposizione approvata nel 2024 sarà applicata soltanto dopo 4 anni e che il CSM avrebbe ridotto la portata voluta dal legislatore. Anche altri consiglieri si sono astenuti, ma per una ragione opposta, temendo che la prova possa diventare uno strumento di controllo sulla magistratura. Le 6 astensioni hanno quindi riunito valutazioni politiche e istituzionali profondamente differenti.
La contrarietà dell’ANM
L’Associazione nazionale magistrati (ANM, organizzazione rappresentativa delle toghe) ha ribadito la propria opposizione. In una nota diffusa il 16 settembre, la Giunta ha riconosciuto che indipendenza, imparzialità ed equilibrio sono qualità essenziali, ma ha avvertito che i test potrebbero condizionare la magistratura fin dal reclutamento. L’ANM sostiene inoltre che i magistrati siano già sottoposti a controlli durante il concorso, all’ingresso in ruolo e nelle successive valutazioni di professionalità. Il confronto non riguarda quindi soltanto l’utilità scientifica dei test, ma anche il rischio che criteri non sufficientemente oggettivi possano interferire con l’indipendenza della funzione giudiziaria.
Gli strumenti già previsti nella Pubblica amministrazione
La valutazione delle attitudini non è del tutto estranea alla Pubblica amministrazione. Le linee guida elaborate dalla Scuola nazionale dell’amministrazione e adottate nel 2022 prevedono, per l’accesso alla dirigenza, che alle conoscenze tecniche si affianchino competenze, capacità personali e motivazioni. Il modello comprende 15 competenze raccolte nelle aree cognitiva, manageriale, realizzativa, relazionale e di gestione di sé.
Alcuni concorsi pubblici utilizzano già prove situazionali e assessment center (valutazioni attraverso esercitazioni, simulazioni e osservazione dei comportamenti). Vengono esaminate, tra le altre, la capacità di risolvere problemi, assumere decisioni responsabili, guidare gruppi, gestire le relazioni e mantenere lucidità sotto pressione. Non tutte le Amministrazioni applicano già, in maniera uniforme, veri test psicoattitudinali paragonabili a quelli previsti per gli aspiranti magistrati.
Per i presidenti, gli amministratori e i dirigenti di enti pubblici, società partecipate, fondazioni e società in house (società controllate da un ente pubblico che opera prevalentemente per esso) esistono requisiti professionali, obblighi di trasparenza e cause di inconferibilità o incompatibilità disciplinate, tra l’altro, dal decreto legislativo n. 39 del 2013. Queste norme cercano soprattutto di prevenire conflitti d’interesse e commistioni tra politica e amministrazione, ma non verificano sistematicamente equilibrio, capacità relazionali, autonomia di giudizio o gestione del potere.
Politici, ordini professionali e professionisti
Per governanti, parlamentari e amministratori eletti la questione è più complessa. L’articolo 51 della Costituzione riconosce ai cittadini il diritto di accedere alle cariche elettive in condizioni di uguaglianza e la selezione è affidata principalmente al voto. Un test imposto come condizione per candidarsi potrebbe quindi entrare in contrasto con rappresentanza democratica, uguaglianza, riservatezza e libertà politica. Restano tuttavia possibili strumenti differenti: trasparenza sui requisiti, formazione obbligatoria, codici di condotta, controlli sui conflitti d’interesse e responsabilità più effettive.
Gli ordini professionali verificano l’iscrizione agli albi, fanno rispettare i codici deontologici ed esercitano il potere disciplinare. I professionisti devono possedere titoli, abilitazioni e, in alcuni settori, specifici requisiti fisici o di idoneità. Non esiste però una verifica psicoattitudinale generale e periodica valida per tutte le professioni regolamentate. Un eventuale ampliamento dovrebbe essere stabilito per legge, limitato alle attività che incidono maggiormente su salute, sicurezza, libertà, patrimonio e diritti delle persone, affidato a valutatori indipendenti e accompagnato dal diritto di conoscere e contestare l’esito.
Nell’immagine di copertina, il plenum del Consiglio superiore della magistratura; Giuseppe Tango, presidente dell’Associazione nazionale magistrati; l’Aula della Camera dei deputati a Palazzo Montecitorio.
L’opinione
Il CSM ha dimostrato una certa consapevolezza che molte altre Istituzioni sembrano non avere ancora maturato. Se capacità di ragionamento, equilibrio emotivo, autocontrollo, ascolto, collaborazione, equità, autonomia di giudizio e attitudine organizzativa sono ritenute essenziali per chi esercita la funzione giudiziaria, perché non prevedere verifiche altrettanto serie e proporzionate per governanti, parlamentari, amministratori e per quel vasto sottobosco politico che occupa partecipate, fondazioni, società in house ed enti pubblici economici ? Lo stesso principio dovrebbe riguardare almeno presidenti, direttori e dirigenti delle istituzioni dello Stato, delle Regioni, delle Città metropolitane e dei Comuni, nonché i vertici degli ordini professionali e i professionisti chiamati a svolgere attività capaci di incidere direttamente sui diritti, sulla salute, sulla sicurezza e sul patrimonio dei cittadini.
Per le cariche elettive, naturalmente, una verifica non potrebbe sostituire la volontà popolare né trasformarsi in uno strumento di esclusione politica. Potrebbero però essere rafforzati trasparenza, formazione, responsabilità e controllo pubblico. Per gli incarichi di nomina, dirigenziali o professionali di maggiore rilievo, sarebbero invece giustificate valutazioni indipendenti, periodiche e impugnabili, fondate su competenza, equilibrio, autonomia, rispetto dell’etica e capacità di gestire potere, conflitti e risorse collettive. Non etichette psicologiche o selezioni ideologiche, dunque, ma garanzie concrete per i cittadini: chi assume decisioni sulla vita degli altri dovrebbe dimostrare non soltanto di possedere un titolo o una tessera, ma anche di essere realmente adatto alla responsabilità affidatagli.

Giornalista pubblicista, ex direttore di una precedente testata e attuale direttore di Mediterranea24.









