Italia: i titoli di Stato in dollari raccolgono soprattutto dall’estero oltre 20 miliardi di ordini

Il Tesoro ha collocato 6 miliardi di dollari su 3 scadenze, raccogliendo ordini superiori di oltre 3 volte

Sintesi

Dopo l’ultima operazione del 2010, l’Italia tornò sul mercato obbligazionario statunitense nel 2019 e proseguì con nuove emissioni fino al 2021. Il 6 luglio 2026 il MEF ha annunciato il ritorno sui mercati internazionali con 3 titoli denominati in dollari. Il collocamento è stato concluso il 7 luglio e illustrato il giorno successivo. A fronte dei 6 miliardi offerti, la domanda complessiva ha superato i 20 miliardi, coinvolgendo oltre 170 investitori di più di 30 Paesi. Gli acquirenti esteri hanno sottoscritto quote comprese tra l’82,7% e il 90,8%, con un interesse crescente sulle scadenze più lunghe. Le tensioni politiche tra Italia e Donald Trump non hanno quindi frenato gli investitori internazionali.

Articolo

I titoli collocati sono Global bond (obbligazioni internazionali), strumenti utilizzati dallo Stato per raccogliere capitali anche al di fuori del mercato domestico in euro e ampliare la platea degli investitori. L’Italia aveva sospeso queste operazioni in dollari nel settembre 2010, tornando sul mercato statunitense nell’ottobre 2019 dopo 9 anni di assenza con un’emissione complessiva da 7 miliardi. Altre operazioni seguirono nel 2020 e nel 2021, anno dell’ultima presenza precedente al nuovo collocamento. Il programma consente al Tesoro di costruire una curva dei rendimenti in valuta estera, raggiungere fondi internazionali e ridurre la dipendenza da un’unica categoria di finanziatori.

Nel giugno e luglio 2026 si sono effettivamente intensificati i contrasti tra il presidente statunitense e Giorgia Meloni, soprattutto sulla guerra contro l’Iran, sull’impiego delle basi militari e su alcuni attacchi personali diffusi attraverso i social. Governo e opposizioni hanno criticato toni e dichiarazioni provenienti da Washington, continuando però a ribadire la solidità dei rapporti istituzionali e atlantici. In parte questi contrasti personali sarebbero rientrati al recente vertice NATO del 7 e 8 luglio 2026 ad Ankara in Turchia. I due hanno partecipato a una cena di gala nello stesso tavolo. Non c’è stato un vero e proprio disgelo: la Premier ha definito i loro rapporti semplicemente “cordiali”, mentre Trump ha ribadito pubblicamente di apprezzarla come persona ma di essere contrariato dal mancato supporto dell’Italia sul fronte Iran.

Il 6 luglio il MEF (Ministero dell’Economia e delle Finanze) ha affidato il mandato per una nuova emissione in USD (United States dollar, dollaro statunitense) nell’ambito del Programme for the Issuance of Debt Instruments (programma per l’emissione di strumenti di debito). L’operazione è stata organizzata in triple tranche (3 quote con scadenze differenti) e realizzata mediante sindacato di collocamento, cioè un gruppo di banche incaricato di raccogliere gli ordini e distribuire i titoli. BofA Securities Europe, Citigroup Global Markets Europe, Goldman Sachs Bank Europe e Morgan Stanley Europe hanno svolto il ruolo di lead manager (coordinatori principali).

I dati dell’emissione sono i seguenti: il titolo da 2,5 miliardi con scadenza 14 luglio 2031 offre una cedola del 4,5%, è stato collocato al prezzo di 99,443 e rende il 4,626%; quello da 2,5 miliardi con scadenza 14 luglio 2036 paga il 5,125%, è stato emesso a 99,683 e rende il 5,166%; quello da 1 miliardo con scadenza 14 luglio 2056 riconosce il 6%, è stato venduto a 98,617 e rende il 6,101%. Gli interessi saranno corrisposti ogni 6 mesi. Le richieste sulle singole scadenze sono state rispettivamente pari a 7,6 miliardi, 7,7 miliardi e 4,4 miliardi.

Occorre precisare il totale della domanda. Il comunicato ufficiale di dettaglio indica ordini superiori a 20 miliardi, mentre la somma dei valori arrotondati attribuiti alle singole scadenze raggiunge 19,7 miliardi. I documenti pubblicamente disponibili non spiegano espressamente questa differenza, che potrebbe dipendere dall’aggiornamento finale dei registri degli ordini o dagli arrotondamenti. È quindi corretto riferire “oltre 20 miliardi” come dato aggregato comunicato dal Tesoro e 19,7 miliardi quando si sommano le cifre pubblicate per le 3 tranche.

La partecipazione è stata ampia e distribuita tra più categorie: sul titolo a 5 anni le banche hanno acquistato il 41,5%, i fund manager (gestori di fondi) il 26,8% e le banche centrali con le istituzioni governative il 20,1%; sul decennale i gestori hanno assorbito il 55,2%, gli istituti di credito il 26,4% e le autorità pubbliche il 9,1%; sul trentennale i gestori hanno raggiunto il 66,7%, le banche il 13,8% e fondi pensione con assicurazioni il 10%. Gli hedge fund (fondi speculativi) sono rimasti su quote comprese tra il 3,2% e il 4,8%.

Oltre 170 investitori provenienti da più di 30 Paesi hanno partecipato al collocamento. La quota sottoscritta all’estero è stata dell’82,7% sul quinquennale, dell’84,8% sul decennale e del 90,8% sul trentennale. Il Regno Unito ha rappresentato il 21,9%, il 35,6% e il 22,6% delle rispettive emissioni, mentre il Nordamerica ha acquistato il 14,4%, il 24,4% e il 51,5%. Il forte peso nordamericano riguarda quindi soprattutto il titolo con durata di 30 anni e non consente di attribuire l’intera domanda agli Stati Uniti.

Nel giugno 2026 il direttore generale del Debito pubblico Davide Iacovoni aveva spiegato che l’aumento della domanda estera costituisce un obiettivo centrale della strategia italiana, soprattutto quando proviene da banche centrali, fondi sovrani, assicurazioni e fondi pensione orientati a mantenere i titoli per periodi medio-lunghi. Nello stesso periodo il Tesoro aveva già coperto il 55% del fabbisogno annuale stimato in 360 miliardi di euro, mentre il costo medio delle emissioni era salito dal 2,75% del 2025 al 2,91%.

L’analista Saverio Berlinzani ha osservato che le emissioni in valuta estera permettono di intercettare capitali istituzionali che investono prevalentemente in dollari e di creare riferimenti liquidi sulle diverse durate. Il Tesoro può inoltre ricorrere a cross currency swap (contratti derivati che scambiano capitale e interessi tra 2 valute) per trasformare l’esposizione in dollari in un debito economicamente collegato all’euro. Non risulta tuttavia comunicato pubblicamente se, e in quale misura, questa copertura sia stata applicata all’operazione del luglio 2026.

La domanda elevata è un segnale positivo, ma non equivale a denaro regalato allo Stato. L’Italia dovrà rimborsare integralmente i 6 miliardi e pagare cedole consistenti per 5, 10 o 30 anni. I rendimenti risultano appetibili proprio perché incorporano la durata, l’andamento dei tassi statunitensi, il rischio sovrano e quello valutario sostenuto dagli investitori dell’area euro. Anche una sottoscrizione superiore all’offerta non garantisce che il prezzo dei titoli resterà stabile sul mercato secondario.

La base normativa è contenuta nel decreto del Presidente della Repubblica 30 dicembre 2003, n. 398, testo unico che disciplina emissione, gestione, quotazione e negoziazione dei titoli di Stato. Non occorre una legge speciale per ogni singolo collocamento, poiché l’emissione rientra nelle attribuzioni amministrative già previste dall’ordinamento e autorizzate dal quadro annuale di finanza pubblica.