Interfacce neurali e intelligenza artificiale tra Cina, Europa e Stati Uniti: chip sperimentali contro le paralisi

Dai chip cerebrali autorizzati per pazienti paralizzati alle neuroprotesi avanzate, fino all’uso non regolato dell’intelligenza artificiale negli ospedali e alle nuove terapie biologiche: la medicina entra in una fase di trasformazione accelerata che impone verifiche scientifiche, regole e prudenza. L'opinione

Sintesi

La Cina autorizza il primo impianto cerebrale utilizzabile fuori dagli studi clinici per pazienti con paralisi e apre una nuova fase nelle interfacce cervello-computer. I dati preliminari indicano recuperi funzionali significativi ma limitati a piccoli campioni e richiedono conferme su larga scala. In parallelo la ricerca europea sviluppa neuroprotesi sempre più sofisticate integrate con intelligenza artificiale per migliorare personalizzazione e risultati clinici. Negli Stati Uniti cresce l’uso non autorizzato di strumenti di intelligenza artificiale negli ospedali con rischi legati a sicurezza e qualità delle cure. In Italia si avvia una sperimentazione clinica innovativa basata sul fattore di crescita nervoso per la paralisi cerebrale infantile. Il settore appare strategico a livello globale ma necessita di regolazione, evidenze scientifiche solide e controlli rigorosi.

Articolo

L’autorizzazione concessa in Cina a un dispositivo impiantabile nel cervello destinato a persone con paralisi grave rappresenta un passaggio decisivo nella transizione delle interfacce neurali dalla ricerca alla clinica. Il sistema, sviluppato a Shanghai e approvato dalla NMPA (National Medical Products Administration, autorità regolatoria cinese per i dispositivi medici), consente a soggetti tra 18 e 60 anni con lesioni cervicali del midollo spinale di recuperare parte della funzionalità della mano. Il meccanismo si basa su un chip di dimensioni ridotte inserito nel cranio e collegato a elettrodi posizionati sulla superficie cerebrale, capaci di registrare i segnali elettrici generati dall’intenzione di movimento e tradurli, tramite elaborazione informatica, in comandi per un guanto robotico morbido.

I risultati preliminari indicano che 32 pazienti hanno già utilizzato il dispositivo con esiti uniformi nella capacità di eseguire movimenti di presa assistita, mentre un caso documentato dopo 9 mesi mostra un recupero funzionale più avanzato con autonomia nelle attività quotidiane come alimentarsi e bere. La ridotta invasività, dovuta al posizionamento superficiale degli elettrodi e non intracerebrale, ha probabilmente accelerato l’iter autorizzativo. Tuttavia la comunità scientifica sottolinea la necessità di studi più ampi per valutare sicurezza ed efficacia nel lungo periodo, elemento imprescindibile prima di un’adozione diffusa.

Questo sviluppo si inserisce in un contesto geopolitico preciso, con il piano quinquennale cinese 2026-2030 che identifica le interfacce cervello-computer come settore industriale strategico. Parallelamente negli Stati Uniti proseguono sperimentazioni analoghe su pazienti con disabilità motorie, mentre altre linee di ricerca mirano al recupero della parola in soggetti colpiti da patologie neurologiche.

In Europa il contributo della neuroingegneria appare consolidato e in crescita. Le tecnologie che consentono il dialogo diretto tra sistema nervoso e dispositivi elettronici si basano sulla lettura e modulazione dei segnali elettrici neurali, permettendo di ripristinare funzioni compromesse. Dispositivi già presenti nella pratica clinica includono impianti cocleari per la sordità, sistemi di stimolazione cerebrale profonda per il Parkinson e tecnologie di neuromodulazione. La nuova frontiera riguarda l’integrazione con algoritmi avanzati per adattare i parametri terapeutici alle caratteristiche individuali dei pazienti, aumentando precisione ed efficacia.

Le prospettive nei prossimi 20 anni indicano un’espansione significativa di queste tecnologie nella medicina quotidiana, pur con il limite strutturale di non poter ripristinare completamente le funzioni perdute. L’obiettivo realistico è restituire un livello significativo di autonomia, migliorando qualità della vita e capacità motorie. Tra le principali sfide tecniche emergono la necessità di impianti più flessibili, l’aumento dei canali di comunicazione neurale e la ricostruzione di circuiti biologicamente compatibili.

In questo scenario si inserisce il ruolo crescente dell’intelligenza artificiale, che consente di ottimizzare la decodifica dei segnali neurali e personalizzare le terapie. Tuttavia la diffusione dell’AI negli ospedali sta avvenendo con una velocità superiore rispetto ai sistemi di regolazione. Il fenomeno della “Shadow AI” (uso non autorizzato di strumenti di intelligenza artificiale) evidenzia criticità rilevanti: negli Stati Uniti un’indagine su 518 professionisti sanitari mostra che il 41% è consapevole dell’uso di applicazioni non approvate e il 17% dichiara di utilizzarle direttamente, con un impiego in circa il 10% dei casi anche nell’assistenza clinica.

Le motivazioni sono legate all’efficienza operativa e alla riduzione del carico di lavoro, ma emergono rischi significativi: sicurezza del paziente, vulnerabilità informatiche, accessi non autorizzati ai dati sensibili e problemi di affidabilità delle risposte generate dall’AI, definite “allucinazioni” (produzione di risultati inesatti o inventati). Ulteriore criticità è il bias algoritmico, ovvero la distorsione sistematica nei risultati che può compromettere l’equità delle cure. In Italia, secondo dati del Politecnico di Milano, il 68% dei professionisti sanitari utilizza strumenti di intelligenza artificiale senza informare le direzioni aziendali, confermando una diffusione non regolata anche nel contesto nazionale.

Parallelamente si sviluppano nuove strategie terapeutiche di tipo biologico. Un esempio rilevante è lo studio clinico avviato in Italia su una formulazione intranasale del NGF (Nerve Growth Factor, fattore di crescita nervoso), proteina scoperta da Rita Levi-Montalcini e fondamentale per lo sviluppo e la sopravvivenza delle cellule nervose. La sperimentazione, promossa da un’azienda farmaceutica italiana, coinvolge inizialmente un paziente presso il Policlinico Gemelli di Roma e si estenderà a 10 centri per un totale di 60 bambini affetti da paralisi cerebrale infantile.

Questa condizione comprende disturbi permanenti dello sviluppo motorio e posturale con impatti significativi sulla vita quotidiana. In Europa si stimano circa 712 mila persone colpite, mentre in Italia si registrano circa 740 nuovi casi ogni anno. Lo studio valuterà sicurezza, tollerabilità ed eventuali miglioramenti nelle capacità motorie, nella qualità della vita e nello sviluppo neurologico. L’approccio si basa sulla somministrazione intranasale di NGF ricombinante umano, con l’obiettivo di favorire processi di crescita e riparazione neuronale.

Nel complesso il quadro che emerge è quello di una convergenza tra tecnologie neurali, intelligenza artificiale e biotecnologie che sta ridefinendo i confini della medicina. Il passaggio dalla sperimentazione alla pratica clinica appare avviato ma richiede una rigorosa validazione scientifica, un quadro normativo adeguato e un equilibrio tra innovazione e sicurezza. La traiettoria è tracciata, ma il consolidamento dipenderà dalla capacità di integrare progresso tecnologico e tutela del paziente in modo sostenibile e verificabile.

L’opinione

Qualche giorno addietro mi trovavo in un luogo, quando ho visto una conoscente più giovane che non vedevo da tempo, con le stampelle: Sla. Ben venga quindi la scienza se giova a curare e meglio se a guarire.