Quando l’accusa insiste senza prove. Il prezzo e i costi legali pagati dai cittadini

Una bicicletta acquistata per 250 euro a Monreale. Quattro anni di processo e un’assoluzione. Le domande sulla fondatezza dell’accusa e sui tempi della giustizia

Sintesi

Zio e nipote hanno affrontato un processo per ricettazione dopo avere acquistato una bicicletta attraverso Facebook. Secondo la ricostruzione, il procedimento è nato dalla segnalazione di una donna che aveva assistito alla compravendita. Il Giudice li ha assolti perché il fatto non sussiste. Un normale acquisto è divenuto una lunga vicenda giudiziaria.

La Procura aveva chiesto una condanna a 8 mesi di reclusione e 400 euro di multa. Eppure, secondo il resoconto, non era stata accertata la provenienza illecita della bicicletta. Il caso solleva interrogativi sulle prove raccolte e sulla durata del procedimento. L’assoluzione è arrivata dopo anni.

Articolo

Comprano una bicicletta usata per 250 euro, ma una donna sospetta che sia rubata e chiama i Carabinieri. Per zio e nipote comincia così un processo per ricettazione, cioè per avere acquistato un bene proveniente da un reato sapendolo o accettando consapevolmente questa possibilità. Dopo quattro anni vengono assolti perché il fatto non sussiste.

Secondo la ricostruzione giornalistica, non è stato accertato nemmeno che quella bicicletta fosse rubata. Su quali prove si è basata, allora, l’accusa? Perché la Procura ha chiesto comunque una condanna? E perché sono serviti quattro anni di processo per arrivare all’assoluzione? Sono domande che riguardano anche il peso dell’attesa, le preoccupazioni e le spese per difendersi che un procedimento giudiziario può comportare.

Dall’acquisto al processo

Secondo il resoconto si stampa, l’11 maggio 2020 i due hanno incontrato a Monreale (Comune collinare della Città metropolitana di Palermo) il venditore di una mountain bike individuata attraverso Facebook. Il prezzo concordato era di 250 euro. Durante l’incontro, lo zio e il venditore hanno scoperto di conoscersi poiché frequentavano entrambi l’ospedale Civico per le cure.

Una donna affacciata alla finestra ha assistito allo scambio e ha chiamato i Carabinieri, sospettando una vendita di biciclette rubate. A insospettirla sarebbe stata una frase sulla possibilità di utilizzare tranquillamente il mezzo a Monreale. Durante il dibattimento, però, la testimone ha dichiarato di non avere sentito pronunciare la parola “rubata” o un termine equivalente.

Nel racconto giornalistico, la provenienza illecita della bicicletta non risulta essere stata accertata. Non sarebbe emersa una denuncia di furto riferibile al mezzo e il venditore avrebbe spiegato di averlo acquistato, quattro mesi prima, da un amico d’infanzia.

La richiesta di condanna e l’assoluzione

I due sono stati citati a giudizio il 10 giugno 2022. Assistiti da Marco Zanghì (avvocato difensore), hanno affrontato il dibattimento fino all’assoluzione pronunciata da Dario Porrovecchio (Giudice della quarta sezione panale del tribunale di Palermo). Secondo la notizia giornalistica, la Procura aveva chiesto 8 mesi di reclusione e 400 euro di multa, richiamando anche la particolare tenuità del fatto.

Il Giudice ha invece escluso i presupposti per condannare. Il resoconto attribuisce alla motivazione sia il mancato accertamento della provenienza delittuosa del mezzo sia l’assenza della consapevolezza richiesta per la ricettazione. La sentenza integrale non è disponibile negli allegati e non è stata reperita nelle ricerche effettuate.

Il sospetto deve essere verificato

La ricettazione non coincide con il semplice acquisto di un oggetto usato. L’articolo 648 del codice penale punisce, tra le altre condotte, l’acquisto finalizzato a procurare un profitto di beni provenienti da delitto. Per condannare occorre provare gli elementi del reato, compreso quello relativo alla consapevolezza dell’acquirente.

Una segnalazione può giustificare controlli e accertamenti. Non può diventare automaticamente una prova di colpevolezza. Il punto da chiarire, in questa vicenda, è quali riscontri siano stati raccolti dopo la telefonata e perché siano stati ritenuti sufficienti a sostenere l’accusa fino alle conclusioni del processo. Quando il procedimento dura anni, è legittimo chiedere se vi fossero le condizioni per arrivare prima alla stessa conclusione, evitando ulteriori costi e incertezze agli imputati.

Chi restituisce gli anni trascorsi sotto accusa

Per chi viene assolto, gli anni del processo restano anni vissuti sotto accusa. Possono significare spese di difesa, preoccupazioni e conseguenze familiari o lavorative.