Sintesi
Denise Cosco è morta il 10 settembre 2026, dopo essere precipitata il 6 settembre dall’abitazione di Ariccia in cui viveva. La Procura di Velletri indaga contro ignoti per istigazione al suicidio, mentre l’autopsia e l’analisi di 2 cellulari dovranno contribuire a ricostruire le sue ultime ore. L’apertura del fascicolo non indica, da sola, che qualcuno abbia commesso un reato.

La trentacinquenne aveva trascorso gran parte della vita sotto protezione, dopo avere sostenuto l’accusa nel processo per l’omicidio della madre Lea Garofalo e testimoniato contro il padre Carlo Cosco. Uscita dal programma nel 2018, si era stabilita nel Lazio e lavorava in un ministero. Aveva cercato di costruire lontano dalla ’ndrangheta la vita che la madre aveva voluto per lei.

La madre Lea Garofalo era stata uccisa a Milano il 24 novembre 2009, dopo essere stata attirata in un appartamento con un inganno. Il corpo è stato bruciato e i resti frantumati e dispersi in un tombino: ne sono stati recuperati 2.812. Le condanne definitive hanno colpito l’ex convivente Carlo Cosco e gli altri responsabili di un delitto progettato per cancellare una donna, la sua voce e perfino il suo corpo.

Articolo
Gli accertamenti sulla morte di Denise
La Procura della Repubblica di Velletri vuole ricostruire senza zone d’ombra la morte di Denise Cosco, figlia della testimone di giustizia Lea Garofalo. La donna, 35 anni, è precipitata domenica 6 settembre 2026 dal terzo piano della palazzina di Ariccia (Comune della Città metropolitana di Roma) in cui viveva ed è morta giovedì 10 settembre in un ospedale romano, dopo 4 giorni.
Il fascicolo, coordinato dal procuratore capo Carlo Villani e affidato al sostituto procuratore Domenico Vicario, è stato aperto contro ignoti per istigazione al suicidio. Le indagini sono state delegate ai Carabinieri del Nucleo investigativo di Frascati. Non risultano persone indagate né elementi pubblicamente comunicati che consentano di attribuire responsabilità a qualcuno.
L’ipotesi prevista dall’articolo 580 del Codice penale consente alla Magistratura di svolgere tutti gli accertamenti necessari per verificare se qualcuno abbia determinato, rafforzato o agevolato la decisione di una persona di togliersi la vita. L’iscrizione del reato rappresenta quindi uno strumento investigativo e non la prova che vi sia stata un’istigazione.
Venerdì 11 settembre è stata eseguita l’autopsia. La Procura ha inoltre disposto il sequestro dell’abitazione, dove Magistrati e Carabinieri hanno effettuato un sopralluogo e programmato ulteriori rilievi. Durante le operazioni è stato acquisito un secondo telefono cellulare, che verrà esaminato insieme al primo per ricostruire chiamate, messaggi, contatti e spostamenti precedenti alla morte. Gli esiti dell’autopsia e delle analisi informatiche non sono stati ancora resi pubblici.
Gli inquirenti devono anche chiarire con precisione chi fosse presente nell’abitazione. L’agenzia Ansa, ripresa dalla Rai, ha indicato il compagno come unica persona presente in casa, mentre un successivo articolo del Corriere ha riferito che Denise si trovava sola al momento della caduta. Il compagno è stato convocato come persona informata sui fatti: la divergenza tra le ricostruzioni giornalistiche impedisce di presentare come certa una delle 2 versioni.
Una vita protetta e nascosta
La vita di Denise era stata segnata fin dall’adolescenza dalla decisione della madre di sottrarsi al contesto criminale delle famiglie Garofalo e Cosco. Dopo la scomparsa di Lea, la ragazza comprese che la madre non l’avrebbe abbandonata volontariamente, si rivolse ai Carabinieri e contribuì in maniera decisiva alla ricostruzione dell’omicidio.
Nel processo depose protetta da un paravento e si costituì parte civile contro Carlo Cosco, suo padre e già compagno di Lea. Nel 2012 si definì pubblicamente “un’orgogliosa testimone di giustizia”, spiegando che schierarsi contro il proprio padre rappresentava una scelta di libertà necessaria per ricominciare.
Denise ha vissuto per anni con generalità diverse e in località riservate. È uscita dal programma di protezione nel 2018, si è trasferita nel Lazio, aveva trovato lavoro presso un ministero a Roma e aveva formato una famiglia. Per tutelare il figlio minorenne non è opportuno pubblicare ulteriori informazioni personali, estranee agli accertamenti e non necessarie per comprendere la vicenda.
La morte di Denise non può essere automaticamente attribuita alla ’ndrangheta o spiegata soltanto attraverso il trauma familiare. Spetta alla Procura stabilire se sia intervenuto un comportamento penalmente rilevante, mentre ogni valutazione sulle ragioni intime della donna resterebbe, allo stato, una supposizione.
Lea Garofalo e la rottura con il sistema criminale
Lea Garofalo era cresciuta a Petilia Policastro (Comune della provincia di Crotone, in Calabria), all’interno di un ambiente attraversato da faide e attività criminali. Si era trasferita a Milano con Carlo Cosco (all’epoca convivente, come lo definisce la Presidenza della Repubblica, nella motivazione della Medaglia d’oro al merito civile conferita a Lea), dal quale aveva avuto Denise alla fine del 1991. Quando l’uomo è stato arrestato nel maggio 1996, Lea ha interrotto la relazione e ha cercato di impedire che la figlia continuasse a crescere dentro quel sistema di violenza e sopraffazione.
Le sentenze hanno ricostruito le pressioni e le intimidazioni subite. Nel 2000 è stata incendiata la sua automobile; un altro incendio è avvenuto nel 2002. Nel luglio dello stesso anno Lea ha iniziato a collaborare con le Forze di polizia, fornendo informazioni su omicidi, estorsioni e vicende della faida tra famiglie di Petilia Policastro, ed è entrata nel programma di protezione insieme alla figlia.
La sentenza definitiva della Corte di Cassazione riferisce che Lea abbandonò il programma di protezione nel luglio 2006, vi rientrò nel 2008 per le difficoltà economiche e lo lasciò definitivamente nell’aprile 2009. Aveva ricevuto rassicurazioni da Cosco, che nel frattempo aveva ripreso i rapporti con Denise.
Già nel maggio 2009 era stato tentato un sequestro a Campobasso. La donna riuscì a salvarsi e Massimo Sabatino venne successivamente condannato per quell’episodio. Il fallimento non fermò il progetto omicida, che venne portato a compimento pochi mesi dopo.
L’inganno di Milano e l’omicidio
Il 20 novembre 2009 Lea è arrivata a Milano insieme a Denise. Carlo Cosco aveva prospettato un incontro per discutere del futuro della figlia e, dopo alcuni giorni, riuscì a separare le 2 donne. Il pomeriggio del 24 novembre condusse Lea in un appartamento di piazza Prealpi che aveva ottenuto in prestito.
I tabulati telefonici richiamati dalla Cassazione collocano il prelevamento alle 18:37. Alle 19:03 Lea era ancora viva, mentre dalle 20 non risultava più raggiungibile. I Giudici hanno precisato che non è stato possibile stabilire con assoluta certezza il momento esatto nel quale la donna sia stata aggredita e privata della libertà.
La ricostruzione fornita da Carmine Venturino, valutata insieme agli altri elementi processuali, ha indicato Carlo e Vito Cosco come autori dello strangolamento nell’appartamento di piazza Prealpi. Lo stesso Venturino ha riferito di avere accompagnato Vito Cosco e di avere svolto la funzione di palo. La Corte ha tuttavia precisato che alcune parti delle dichiarazioni erano contraddittorie e dovevano essere considerate attendibili soltanto quando sostenute da riscontri esterni.
Dopo l’uccisione, il cadavere è stato trasportato in un terreno di San Fruttuoso, quartiere di Monza. Il corpo è stato dato alle fiamme per giorni, le ossa sono state frantumate e ciò che restava è stato disperso in un tombino, con l’intento di cancellare ogni traccia della vittima e sostenere che si fosse allontanata volontariamente.
Questa distruzione metodica mostra la ferocia del sistema mafioso: la donna non doveva soltanto essere uccisa, ma privata di un corpo, di una sepoltura e perfino della possibilità di essere riconosciuta come vittima. A Denise rimase anche il peso di vivere accanto, per mesi, a persone che conoscevano la verità sulla morte della madre.
La verità sui 50 litri di acido
Per anni è stato ripetuto che Lea fosse stata sciolta in 50 litri di acido. Questa era la prima ricostruzione dell’accusa, precedente al ritrovamento dei resti, ma non può più essere presentata come modalità definitivamente accertata.
Le dichiarazioni rese da Venturino dopo il processo di primo grado hanno condotto gli investigatori nel terreno di San Fruttuoso, dove sono stati recuperati 2.812 frammenti ossei e alcuni monili riconosciuti da Denise come appartenenti alla madre. I consulenti hanno stabilito che le condizioni dei resti non erano riconducibili all’azione dell’acido, pur non potendo escludere completamente che una sostanza corrosiva fosse stata impiegata prima della combustione. È quindi accertato il rogo e il successivo smembramento dei resti, non la completa dissoluzione nell’acido.
Le condanne definitive
Il 30 marzo 2012 la Corte d’Assise di Milano ha condannato all’ergastolo i 6 imputati. Nel giudizio d’appello del 29 maggio 2013 Giuseppe Cosco è stato assolto, mentre la pena di Carmine Venturino è stata ridotta a 25 anni in considerazione della collaborazione. Sono stati confermati gli ergastoli per Carlo Cosco, Vito Cosco, Rosario Curcio e Massimo Sabatino.
Il 18 dicembre 2014 la Corte di Cassazione ha rigettato i ricorsi, rendendo definitive le condanne. Denise, la zia Marisa Garofalo, la nonna Santina Miletta e il Comune di Milano erano costituiti parti civili. La testimonianza della ragazza, insieme ai tabulati, alle immagini delle telecamere e alle successive dichiarazioni di Venturino, è stata uno degli elementi centrali del processo.
Nel 2013 Milano ha celebrato i funerali pubblici di Lea alla presenza di migliaia di persone. Il 14 marzo 2018 il presidente della Repubblica le ha conferito alla memoria la Medaglia d’oro al merito civile, riconoscendone il coraggio nel ribellarsi all’ambiente criminale per offrire alla figlia un futuro diverso.
Il dovere di non lasciare soli i testimoni
Don Luigi Ciotti (fondatore di Libera e del Gruppo Abele) ha ricordato Denise come una donna coraggiosa e sofferente, segnata da un equilibrio fragile tra il desiderio di libertà e il peso della violenza subita. L’Associazione nazionale magistrati ha definito la sua morte “una sconfitta per l’intera società”, richiamando la responsabilità delle istituzioni nel sostenere chi denuncia le mafie.
La legge 11 gennaio 2018, n. 6 ha riordinato la protezione dei testimoni di giustizia e dei familiari esposti a un pericolo grave, attuale e concreto. Le garanzie formali, tuttavia, non esauriscono il problema: cambiare identità, interrompere relazioni, lasciare il proprio territorio e vivere per anni nella paura può produrre conseguenze che richiedono assistenza psicologica, continuità sociale e accompagnamento anche dopo la conclusione del programma.
L’inchiesta sulla morte di Denise deve ora procedere senza anticipare conclusioni e senza trasformare il dolore in una spiegazione già scritta. Resta una storia nella quale una madre ha sfidato un’organizzazione criminale per salvare la figlia e quella figlia ha poi sfidato il proprio padre per restituire alla madre verità e giustizia.
Nell’immagine di copertina, Denise Cosco nella fotografia resa pubblica dalla zia Marisa; Lea Garofalo in un ritratto; il Palazzo di giustizia di Velletri, sede della Procura che conduce gli accertamenti.

Giornalista pubblicista, ex direttore di una precedente testata e attuale direttore di Mediterranea24.









