Montagna grande ridotta in cenere. 4 giorni di fuoco nel trapanese: spento il rogo, ora bonifiche e indagini

Quattro giorni di fuoco hanno devastato Montagna Grande: almeno 600 ettari bruciati, bonifiche in corso, sospetto dolo e nuove polemiche sulla prevenzione antincendio in Sicilia

Sintesi

L’incendio divampato sabato 13 giugno 2026 nell’area di Montagna Grande, tra Trapani e Salemi, è stato domato dopo 4 giorni di interventi continui da terra e dal cielo. Le fiamme, partite da più fronti nella zona di Casal Monaco e poi spinte dal vento verso il demanio, hanno attraversato aree impervie, boschi e macchia mediterranea, arrivando a lambire località come Ardigna e il versante vicino alla diga Rubino. Forestale, Vigili del Fuoco, Protezione civile, elicotteri, Canadair e anche un mezzo HH139B dell’82° Centro SAR (Search and Rescue, ricerca e soccorso) di Birgi hanno lavorato senza sosta per contenere un rogo che ha devastato almeno 600 ettari, con stime non ufficiali che arrivano fino a 800. Solo oggi i lanci aerei sugli ultimi focolai hanno consentito l’avvio della bonifica e delle verifiche sull’intera superficie percorsa dal fuoco. Resta il sospetto del dolo, anche per il precedente incendio del luglio 2020 nella stessa area, rimasto senza responsabili accertati. Sullo sfondo pesa la morte di Alfonso Musso, operaio forestale di 61 anni deceduto a Borgetto durante lo spegnimento di un altro incendio, tragedia che ha riaperto il tema dell’età media elevata degli addetti antincendio, della carenza di ricambio generazionale, della prevenzione insufficiente e della necessità di applicare con rigore l’articolo 423-bis c.p. che punisce l’incendio boschivo doloso e colposo.

Articolo

Montagna Grande è ormai uno scheletro di natura. Dopo 4 giorni di fiamme, l’incendio che da sabato 13 giugno 2026 ha devastato uno dei polmoni verdi più importanti del Trapanese è stato finalmente domato. Anche stamattina, nelle zone più scoscese e irraggiungibili dalle squadre a terra, sono stati necessari ripetuti interventi dei Canadair, impegnati a fare la spola tra il fronte del fuoco e lo specchio di mare davanti a Trapani per caricare acqua e spegnere gli ultimi focolai.

Solo dopo questi lanci è stato possibile avviare con maggiore continuità le operazioni di bonifica. Gli uomini della Forestale, impegnati da sabato insieme ai Vigili del Fuoco e ai volontari della Protezione civile, hanno potuto cominciare a controllare l’intera area bruciata, verificando i punti ancora caldi e impedendo che il vento riaccendesse le fiamme. Il bilancio resta pesantissimo: secondo le prime stime sono andati distrutti almeno 600 ettari di vegetazione e boschi, mentre valutazioni non ufficiali parlano di una superficie compresa tra 600 e 800 ettari.

Il rogo sarebbe partito nel pomeriggio di sabato da più fronti esterni al demanio, nella zona di Casal Monaco, per poi avanzare verso Montagna Grande, favorito dal vento, dal caldo e dalla vegetazione cresciuta dopo le piogge primaverili e poi seccata dalle alte temperature. In alcuni tratti i viali parafuoco hanno rallentato la corsa delle fiamme, ma dove mancavano o risultavano insufficienti il materiale vegetale secco ha alimentato un incendio violento, rapido e difficile da contenere.

Nelle ore più drammatiche il fronte ha interessato l’area di Ardigna, il confine tra Trapani e Salemi, le zone vicine a case e ovili, fino al crinale che guarda verso la diga Rubino. Nella notte la lunga lingua di fuoco era visibile da chilometri di distanza. All’alba, una nube nera spinta dal vento di sud-est si è alzata nel cielo ed è stata osservata fino a Macari, frazione di San Vito Lo Capo. L’immagine della montagna verde trasformata in un paesaggio annerito restituisce la misura di un danno ambientale, paesaggistico ed economico ancora da quantificare.

Per contenere l’incendio si sono alternati elicotteri della Forestale, Canadair e squadre a terra. Tra i mezzi indicati nelle ricostruzioni operative figurano gli elicotteri Falco 1, Falco 3 e Falco 7, oltre ai velivoli antincendio che hanno fatto base anche a Trapani Birgi. In una delle fasi più complicate è intervenuto pure un elicottero HH139B dell’82° Centro SAR (Search and Rescue, ricerca e soccorso), utilizzato per lanci d’acqua nelle aree dove gli operatori non potevano arrivare in sicurezza.

Adesso, insieme alla bonifica, si apre il capitolo delle indagini. L’ipotesi del dolo è ritenuta concreta, anche se dovrà essere accertata dagli investigatori. Si parla di 2 o 3 possibili punti di innesco, circostanza che rafforza il sospetto della mano umana. Il precedente più pesante resta quello del luglio 2020, quando un altro incendio devastò la stessa zona di Casal Monaco senza che fossero individuati colpevoli. La domanda, ancora una volta, è la stessa: chi ha appiccato il fuoco e per quale motivo?

L’assessore del Comune di Trapani Giuseppe Pellegrino ha ricordato che una dinamica simile si era già verificata nel 2020 e ha denunciato criticità rimaste irrisolte: viali parafuoco mancanti o eseguiti male, poche torrette di avvistamento, assenza di aste antincendio e vasconi un tempo funzionanti, prevenzione insufficiente. Secondo la sua ricostruzione, per decenni Montagna Grande era stata protetta dal lavoro coordinato dei dipendenti forestali a tempo indeterminato e stagionali, anche attraverso tecniche come il controfuoco, oggi disciplinato e ammesso solo nei casi consentiti.

Sul territorio hanno operato anche volontari e osservatori della Protezione civile, tra cui l’associazione SOS Valderice, che ha monitorato l’evoluzione dell’incendio raccogliendo immagini e dati. La preoccupazione riguarda non solo il bosco distrutto, ma anche le ricadute sulle attività legate al territorio. Montagna Grande, con i suoi circa 500 metri di altitudine, era una meta apprezzata per il parapendio grazie alle correnti termiche e alla vista sulle Egadi e sulla costa occidentale siciliana. Oggi quel patrimonio naturale appare profondamente compromesso.

La tragedia di Montagna Grande si inserisce in un quadro regionale già segnato dalla morte di Alfonso Musso, operaio forestale di 61 anni deceduto a Borgetto, nel Palermitano, durante le operazioni di spegnimento di un incendio in via Benvenuto Cellini. Il rogo era partito da sterpaglie e minacciava alcune abitazioni. L’uomo, secondo le prime ricostruzioni, si sarebbe accasciato all’improvviso durante l’intervento. La Procura di Palermo ha disposto l’autopsia per chiarire le cause del decesso, mentre tra le ipotesi iniziali è stato indicato un possibile malore legato alle esalazioni dei fumi.

Il caso ha riaperto la questione della sicurezza degli operatori antincendio. Franco Cupane, segretario regionale del comparto Cias (Coordinamento italiano attività stagionali) dei forestali del sindacato Sifus (Sindacato italiano forestali uniti per la stabilizzazione), ha denunciato il rischio di impiegare lavoratori ultrasessantenni in condizioni estreme, con temperature percepite molto elevate, turni pesanti e ambienti saturi di fumo. Secondo le stime sindacali, i forestali siciliani erano circa 26.000 dieci anni fa e oggi sono quasi dimezzati, con una previsione di circa 12.500 unità nel 2026, 11.500 nel 2027 e poco più di 10.500 nel 2028.

Il sindaco di Borgetto Roberto Davì ha riferito che i colleghi presenti con Musso lo avevano visto in buone condizioni poco prima del malore. Il deputato regionale Vincenzo Figuccia ha chiesto più sicurezza per gli operatori, mezzi adeguati, formazione continua e maggiore severità contro chi distrugge il patrimonio boschivo. La campagna AIB (Antincendio boschivo) 2026 in Sicilia è iniziata il 15 maggio e terminerà il 31 ottobre, mentre la Regione ha confermato anche la convenzione con i Vigili del Fuoco per il contrasto ai roghi, con risorse destinate a personale, carburante, manutenzione, trasferimenti e mezzi.

Sul piano normativo, il riferimento centrale è l’articolo 423-bis c.p. (Codice penale), che punisce l’incendio boschivo. La norma prevede pene severe per chi provoca fiamme su boschi, selve, foreste, vivai forestali o zone di interfaccia urbano-rurale, con aggravanti quando derivano pericoli per edifici, danni ad aree protette, animali o conseguenze ambientali gravi, estese e persistenti. È escluso il reato solo nei casi di uso legittimo delle tecniche di controfuoco e fuoco prescritto. La giurisprudenza considera centrale il pericolo per l’incolumità pubblica e per l’ambiente, ma l’efficacia della repressione dipende dalla capacità di individuare gli autori degli inneschi. Senza prevenzione, controlli, ricambio generazionale e indagini rapide, Montagna Grande rischia di diventare l’ennesimo simbolo di una Sicilia che brucia e poi resta senza responsabili.