Dopo Glovo l’inchiesta si allarga: il sistema del “delivery” sotto accusa per sfruttamento e caporalato

La Procura di Milano amplia le indagini sul lavoro dei rider e dispone il controllo giudiziario su Deliveroo Italy dopo Foodinho-Glovo. Al centro salari sotto la soglia di povertà, algoritmi che governano il lavoro e l’applicazione della disciplina del lavoro subordinato prevista dalla legge

Sintesi

L’inchiesta della Procura di Milano sullo sfruttamento dei rider, coordinata dal pubblico ministero Paolo Storari, dopo Foodinho-Glovo si estende a Deliveroo Italy con il controllo giudiziario per caporalato e salari fino al 90% sotto la soglia di povertà. Le indagini ricostruiscono un modello di gestione fondato su algoritmi che organizzano tempi e modalità di lavoro, configurando una subordinazione di fatto in contrasto con la qualificazione di lavoro autonomo. I provvedimenti richiamano l’articolo 36 della Costituzione e il decreto legislativo 81/2015 come modificato nel 2019, confermando che ai rider va applicata la disciplina del lavoro subordinato. Le verifiche coinvolgono anche grandi catene della ristorazione e della distribuzione legate contrattualmente alle piattaforme, mentre sindacati e organizzazioni dei lavoratori denunciano da anni un sistema strutturale di sfruttamento e chiedono salari dignitosi e piena tutela contrattuale.

Articolo

L’estensione delle indagini sul lavoro dei rider nel settore del “delivery” (consegna) era nell’aria già poche settimane dopo il primo provvedimento che aveva riguardato Foodinho-Glovo. La Procura di Milano, seguendo un percorso investigativo ormai consolidato nei procedimenti sullo sfruttamento del lavoro in settori come logistica, trasporti, vigilanza privata e moda, ha infatti ampliato il perimetro dell’inchiesta coordinata dal Pubblico ministero Paolo Storari. Al centro resta l’ipotesi di caporalato e di utilizzo di manodopera in condizioni di bisogno, con retribuzioni incapaci di garantire un’esistenza libera e dignitosa, come richiesto dall’articolo 36 della Costituzione.

In via d’urgenza è stato disposto il controllo giudiziario di Deliveroo Italy, filiale italiana di uno dei maggiori gruppi internazionali della consegna di cibo. Nell’imputazione a carico dell’amministratore Andrea Giuseppe Zocchi, con iscrizione anche della società a responsabilità limitata, si legge che ai rider, circa 3000 nella provincia di Milano e 20000 sull’intero territorio nazionale, sarebbero state corrisposte paghe in alcuni casi inferiori fino a circa il 90% rispetto alla soglia di povertà e alla contrattazione collettiva. Retribuzioni giudicate in contrasto con i principi costituzionali perché non idonee ad assicurare condizioni di vita dignitose. La Procura, guidata da Marcello Viola, ha quindi nominato l’amministratore giudiziario Massimiliano Poppi con il compito di procedere alla regolarizzazione dei lavoratori e di interrompere una politica aziendale ritenuta strutturalmente illegale. La società ha comunicato di stare esaminando la documentazione ricevuta dalle autorità e di collaborare con gli inquirenti.

L’intervento ha suscitato immediate reazioni sindacali. Maurizio Landini, segretario generale della CGIL (Confederazione Generale Italiana del Lavoro), ha affermato che l’azione della Procura di Milano conferma un sistema di caporalato denunciato da anni sia nelle aule giudiziarie sia attraverso inchieste sul territorio. Secondo Landini occorre garantire a lavoratrici e lavoratori un salario dignitoso e un orario pieno, ribadendo che il lavoro su piattaforma non può più restare una zona grigia priva di regole certe.

Dalle oltre 60 pagine del provvedimento emergono testimonianze dei rider sovrapponibili a quelle già raccolte nel procedimento su Foodinho‑Glovo, che aveva coinvolto circa 40000 lavoratori ed era stato convalidato dal Giudice per le indagini preliminari Roberto Crepaldi il 19 febbraio. Anche nel caso Deliveroo il lavoro risulta interamente organizzato dall’algoritmo dell’applicazione. L’accesso avviene mediante log-in alla piattaforma e, una volta collegato, il rider riceve ordini, tempi e percorsi, in un modello che il Pubblico ministero definisce di caporalato digitale. Alcuni lavoratori riescono a raggiungere guadagni mensili di circa 1100 euro percorrendo fino a 150 chilometri al giorno per 10 consegne pagate 3 o 4 euro ciascuna, mentre altri non superano i 500-600 euro e non possono permettersi di rifiutare incarichi per mantenere familiari in Paesi come Afghanistan o Nigeria. Le deposizioni raccontano turni che iniziano alle 11 e terminano alle 22, sette giorni su sette, con la necessità di svolgere un secondo lavoro notturno per integrare un reddito insufficiente e inviare rimesse alle famiglie.

Parallelamente l’inchiesta si è ulteriormente allargata. I Carabinieri del Nucleo Ispettorato del Lavoro, su disposizione del Pubblico ministero Storari, hanno effettuato accessi anche presso le sedi di sette società in rapporti contrattuali con Deliveroo e che si avvalgono dei medesimi rider per le consegne. Tra queste figurano McDonald’s Italia, Burger King Restaurants Italia, Esselunga, Carrefour Italia, Crai Secom, Poke House e KFC Italia. Le società non risultano indagate, ma la Procura ha richiesto documentazione per valutare i modelli organizzativi e verificare se siano idonei a impedire la commissione del reato di sfruttamento del lavoro, acquisendo organigrammi, atti contrattuali e attività di audit (verifica interna dei processi).

L’approccio ricalca quanto avvenuto nel dicembre precedente nelle indagini sugli opifici del settore moda, quando la Procura aveva chiesto a 13 grandi gruppi di consegnare documenti sui sistemi di controllo della catena di appalti e subappalti. Il precedente immediato resta il caso Foodinho-Glovo, sottoposta a controllo giudiziario ai primi di febbraio 2026 per caporalato e salari inferiori fino al 76,95% rispetto alla soglia di povertà e fino all’81,62% rispetto alla contrattazione collettiva. Nel decreto si legge che l’amministratore unico Pierre Miquel Oscar impiegava manodopera in condizioni di sfruttamento approfittando dello stato di bisogno dei lavoratori.

Le indagini, condotte dal Nucleo Ispettorato del Lavoro, hanno ribadito che i rider non possono essere qualificati come lavoratori autonomi. A essi va applicata la disciplina del lavoro subordinato prevista dal decreto legislativo 81/2015, come modificato nel 2019, che estende tale disciplina anche alle collaborazioni personali e continuative organizzate dal committente, incluse quelle gestite tramite piattaforme digitali. Secondo la Procura, le modifiche organizzative introdotte da Glovo dal maggio 2025, come l’eliminazione della prenotazione degli slot e dei sistemi premiali, non hanno mutato la sostanza del rapporto, poiché il lavoro resta governato da criteri e istruzioni impartite dalla piattaforma attraverso programmi di riconoscimento personalizzato.

Sotto osservazione è finito anche il contratto collettivo nazionale di lavoro sottoscritto tra UGL e Assodelivery, che legittima il pagamento a cottimo e qualifica il rapporto come lavoro autonomo. Il pubblico ministero, richiamando orientamenti giurisprudenziali consolidati, sottolinea che il giudice può determinare il salario minimo costituzionale discostandosi dai contratti collettivi se questi non garantiscono proporzionalità e sufficienza della retribuzione. Il confronto tra redditi netti dei rider, contratti della logistica e soglie di povertà mostra scostamenti rilevanti: 18 lavoratori su 24 risultano sotto la soglia media annua di 5000 euro, con punte fino a 11700-12400 euro, e il numero sale a 21 su 24 se si considerano i minimi del contratto trasporti e logistica, a fronte di disponibilità orarie di 9-10 ore al giorno per almeno 6 giorni alla settimana, ben oltre le 40 ore settimanali del lavoro subordinato.

Sul procedimento in atto dovrà ora pronunciarsi un Giudice per le indagini preliminari. Intanto le reazioni delle organizzazioni sindacali proseguono. L’Unione Sindacale di Base (USB) sostiene che l’inchiesta mette nero su bianco una realtà denunciata da anni: i rider sono dipendenti a tutti gli effetti, mascherati da finte partite IVA per aggirare diritti, tutele e contratti. Anche la UIL (Unione Italiana del Lavoro), attraverso la segretaria confederale Vera Buonomo, ha dichiarato che il reato di caporalato contestato descrive un problema strutturale di retribuzioni al ribasso e assenza di tutele derivante dall’applicazione di contratti peggiorativi.

Dietro i numeri e gli atti giudiziari resta la quotidianità dei rider. Un lavoro scelto non per vocazione ma per necessità, svolto spesso quando l’orario d’ufficio tradizionale termina. È un’attività frenetica, fatta di velocità, ansia e rischio di incidenti, tra traffico, pioggia e freddo. Ogni citofono che suona è una tappa in più, ogni consegna una corsa contro il tempo, con la possibilità di non ricevere nemmeno una mancia simbolica e di essere criticati per ritardi non imputabili al proprio operato. Alcune ddecine di euro per una manciata di ore che pesano il doppio, mentre cresce il desiderio di trovare un’alternativa lontana dal rumore costante delle strade. In questo scenario, le inchieste della Procura di Milano segnano un passaggio cruciale nel tentativo di ricondurre il lavoro su piattaforma dentro un perimetro di diritti, tutele e dignità sanciti dall’ordinamento.

Nota

Ai fini dell’esercizio del diritto di cronaca, costituzionalmente garantito e nel rispetto dei diritti degli indagati, in considerazione dell’attuale fase preliminare, ogni persona è da presumersi innocente fino alla sentenza irrevocabile che ne accerti la colpevolezza.