Sintesi
L’autopsia sul corpo di Tania Terrin, 39 anni, trovata morta il 16 agosto nella sua abitazione di Camponogara, è prevista oggi, 21 agosto, alle 15. L’esame dovrà chiarire definitivamente le modalità della morte, mentre Dino Keber, l’ex compagno ritenuto responsabile dell’uccisione, è stato trovato morto suicida poche ore prima. In termini semplici, prima di stabilire esattamente come Tania sia stata uccisa occorre attendere l’accertamento medico-legale.

Il 22 aprile Tania aveva denunciato Keber raccontando che pochi giorni prima l’uomo l’aveva afferrata al collo fino a farle perdere conoscenza. Nel dicembre 2025 aveva già subito un’altra aggressione. Dopo la denuncia era stato attivato il Codice rosso e a giugno il Questore di Venezia aveva ammonito l’uomo. Dal provvedimento sono poi emerse 3 precedenti querele presentate da altre compagne nel 2002, 2010 e 2021 e successivamente ritirate. In parole povere, i segnali di violenza non erano comparsi soltanto nei giorni immediatamente precedenti alla morte.

La Corte di cassazione ha affermato nel 2025 che, nelle relazioni violente, una ritrattazione o una remissione di querela può talvolta essere conseguenza di minacce, ricatti, intimidazioni, condizionamenti o della mancanza di una protezione immediata. Non significa che ogni querela ritirata dimostri automaticamente un pericolo mortale, ma impedisce di considerare il ritiro, da solo, come prova che il rischio sia cessato. In pratica, anche un passo indietro della vittima può essere un elemento da leggere nel contesto complessivo.

Casi recenti mostrano problemi differenti. Nel 2025 Fatima Hayat è stata uccisa a Foggia dopo il divieto di avvicinamento del suo compagno, l’impossibilità di applicare il braccialetto elettronico e un successivo ordine di custodia in carcere rimasto ineseguito perché l’uomo era irreperibile. Tiziana Vinci è stata uccisa alla Spezia mentre il dispositivo elettronico imposto all’ex marito risultava malfunzionante. Nel 2026 Daniela Zinnanti è stata uccisa a Messina dall’ex, evaso dai domiciliari mentre il braccialetto disposto dal giudice non era ancora disponibile. In vicende diverse la protezione prevista sulla carta non è riuscita a impedire il delitto.
Il Ministero della Giustizia sta valutando l’invio di ispettori alla Procura di Venezia per verificare che cosa abbia funzionato e che cosa no nel caso Terrin. Il precedente di Vanessa Ballan ha però dimostrato che un femminicidio successivo a una denuncia non comporta automaticamente l’accertamento di responsabilità degli uffici giudiziari: dopo gli approfondimenti ministeriali sul caso trevigiano, Carlo Nordio ha escluso ritardi e incuria, riconducendo la mancata misura cautelare alla valutazione discrezionale dei Magistrati. La questione non è soltanto quante leggi esistano, ma come il rischio venga valutato e come le misure vengano poi realmente attuate.
Articolo
L’autopsia prevista oggi
L’inchiesta sulla morte di Tania Terrin (39enne originaria di Vigonovo) entra oggi, 21 agosto 2026, in una fase decisiva. Alle 15 è prevista l’autopsia disposta dalla Procura della Repubblica di Venezia sul corpo della donna, trovata senza vita la sera del 16 agosto sul divano della sua abitazione di Camponogara (Comune della Città metropolitana di Venezia, Veneto). Il sostituto procuratore Stefano Strino ha affidato l’esame al professor Claudio Terranova (medico legale dell’Università di Padova). Le risultanze dovranno accertare con precisione il meccanismo che ha provocato la morte e verificare, tra le altre ipotesi investigative emerse, quella del soffocamento. Dino Keber, ex compagno della donna, era stato trovato morto suicida a Dolo poche ore dopo.
La denuncia del 22 aprile
Ciò che è già documentato riguarda invece quanto era accaduto prima. Il 22 aprile Tania ha presentato querela contro Keber. Ha raccontato ai Carabinieri che alcuni giorni prima l’uomo l’aveva afferrata al collo da dietro fino a farle perdere conoscenza. È stato poi lo stesso Keber ad accompagnarla in ospedale, dove le sono stati riconosciuti 2 giorni di prognosi.
Non era stato il primo episodio. Nel dicembre 2025 Tania aveva riferito di essere stata colpita con schiaffi e di avere riportato una contusione occipitale, con 5 giorni di prognosi. Dopo quell’aggressione si era allontanata dall’uomo. La relazione, tuttavia, aveva conosciuto successivi riavvicinamenti, secondo quanto ricostruito dagli investigatori e dai familiari.
La querela di aprile ha fatto scattare il Codice rosso (procedura prioritaria introdotta per accelerare l’intervento nei procedimenti riguardanti violenza domestica e di genere). A giugno il Questore di Venezia ha emesso nei confronti di Keber un ammonimento, cioè una misura amministrativa preventiva con la quale l’Autorità di pubblica sicurezza intima formalmente all’autore di determinate condotte di interromperle. Nelle informazioni pubblicamente disponibili fino a questa mattina non risulta invece una misura cautelare giudiziaria, come il divieto di avvicinamento controllato con dispositivo elettronico o una misura custodiale, applicata a Keber prima dell’uccisione.
Le altre donne e le querele ritirate
Il punto che ha modificato profondamente la lettura della vicenda è emerso dopo il femminicidio. Nel provvedimento di ammonimento risultavano altre 3 querele presentate da precedenti compagne di Keber: una nel 2002, una nel 2010 e una nel 2021. Tutte erano state successivamente ritirate e i relativi procedimenti erano stati archiviati.
È emerso inoltre che, dopo l’aggressione di aprile, Tania aveva contattato direttamente una precedente compagna dell’uomo. Voleva sapere se Keber fosse stato violento anche con lei. Nel messaggio aveva scritto che l’uomo l’aveva “quasi uccisa”. Quella donna ha poi riferito di avere a propria volta subito violenze. ANSA ha parlato così di una quinta presunta vittima oltre alle 4 donne che risultavano avere formalmente denunciato l’uomo.
Questo dato richiede però una distinzione fondamentale. Non è oggi documentato pubblicamente perché ciascuna delle 3 donne abbia ritirato la propria querela, né sarebbe corretto affermare senza gli atti dei singoli procedimenti che gli investigatori non si siano interrogati sulle ragioni di quelle decisioni. È documentato, invece, che quelle querele pregresse erano note e sono state richiamate nell’ammonimento del questore emesso nel giugno 2026.
Quando ritirare non significa che il rischio sia finito
Su questo punto la giurisprudenza più recente offre una chiave di lettura particolarmente importante. Nella Relazione 2026 della Corte di cassazione viene richiamata la sentenza della Sesta sezione n. 4913 dell’8 gennaio 2025. La Suprema Corte ha osservato che, in condizioni di vulnerabilità relazionale, la ritrattazione delle accuse o la remissione della querela possono talvolta costituire esse stesse un segnale della prosecuzione o dell’aggravamento della relazione maltrattante, perché possono derivare da minacce, ricatti, intimidazioni, rappresaglie o condizionamenti. La Cassazione ha aggiunto che la ritrattazione può essere collegata anche alla mancanza di una protezione efficace e immediata. Nel corso del 2025 altre decisioni hanno richiamato la natura ciclica e manipolatoria che può assumere la violenza all’interno delle relazioni.
Non esiste però un automatismo. Una querela ritirata non prova da sola che la donna sia stata costretta a farlo, né impone automaticamente l’arresto della persona denunciata. Gli effetti giuridici dipendono anche dal reato contestato: alcuni delitti sono perseguibili d’ufficio e quindi procedono indipendentemente dalla volontà successiva della vittima, mentre per altri la querela conserva una funzione determinante e la sua remissione può produrre effetti differenti. Il punto affermato dalla Cassazione è un altro: la ritrattazione non può essere necessariamente interpretata come rassicurante quando il resto della vicenda mostra una relazione violenta e condizionante.
Il legislatore ha seguito una logica analoga sul versante preventivo. Dopo la legge n. 168 del 24 novembre 2023 il Questore, per diversi episodi riconducibili alla violenza domestica, può intervenire con l’ammonimento anche senza querela, sulla base di una segnalazione non anonima e dopo gli opportuni accertamenti. Sono stati inoltre rafforzati il divieto di avvicinamento, il controllo mediante braccialetto elettronico e la possibilità di un allontanamento urgente quando esiste un pericolo grave e attuale di reiterazione.
Lo strangolamento come segnale di rischio
C’è poi un elemento tecnico che nel caso Terrin non dovrebbe essere considerato secondario. La compressione non fatale del collo riferita nella denuncia di aprile è riconosciuta nella letteratura scientifica internazionale come un importante indicatore di rischio nelle violenze tra partner.
Uno studio caso-controllo pubblicato sul Journal of Emergency Medicine (spesso abbreviato in JEM è una importante rivista medica internazionale organo ufficiale dell’American Academy of Emergency Medicine, AAEM, edito da Elseviere) indicizzato da PubMed (un motore di ricerca gratuito sviluppato dalla National Library of Medicine, NLM, degli Stati Uniti) ha confrontato 506 omicidi consumati o tentati con 427 donne vittime di abusi, utilizzate come gruppo di controllo. Una precedente strangolazione non fatale è risultata associata a probabilità oltre 7 volte superiori di successivo omicidio consumato. Si tratta di un’associazione statistica ricavata da una ricerca statunitense, non di una previsione certa applicabile automaticamente a una singola persona. Il dato mostra però perché un episodio nel quale una donna riferisce di essere stata stretta al collo fino a perdere conoscenza rappresenti, sul piano clinico e della valutazione del rischio, un segnale particolarmente serio. La stessa letteratura medica segnala inoltre che circa la metà delle persone sottoposte a strangolamento può non mostrare immediatamente lesioni esterne evidenti, pur potendo sviluppare conseguenze importanti, comprese lesioni vascolari, cerebrali da carenza di ossigeno o laringee.
Il Ministero valuta gli ispettori
Dopo la morte di Tania si è aperta anche una verifica politica e istituzionale. Alberto Balboni (sottosegretario alla Giustizia, Fratelli d’Italia) ha dichiarato che insieme a Carlo Nordio (ministro della Giustizia) valuterà “l’invio di ispettori del ministero della Giustizia in Procura a Venezia per capire cosa non abbia funzionato”, definendo il femminicidio di Tania una sconfitta per lo Stato.
L’eventuale attività ispettiva ha un significato preciso: non serve a sostituirsi ai Magistrati nelle decisioni giudiziarie, ma può verificare il funzionamento degli uffici, i tempi, la gestione del fascicolo, il rispetto delle procedure e l’esistenza di eventuali anomalie amministrative o disciplinari. Non è stato individuato, fino a questo momento, un atto pubblico del Ministero che certifichi l’avvio materiale dell’ispezione.
I precedenti del 2025 e del 2026
Fatima Hayat, 46 anni, è stata uccisa a Foggia nella notte tra il 6 e il 7 agosto 2025 dall’ex compagno Tariq El Mefedel. La donna lo aveva denunciato. Il 4 luglio il Giudice per le indagini preliminari aveva disposto il divieto di avvicinamento con braccialetto elettronico. Dalla successiva risposta ufficiale del ministro Nordio al Senato è emerso che il dispositivo non poté essere applicato perché nell’abitazione indicata dall’uomo mancava l’allaccio elettrico. Il Pubblico ministero chiese allora il divieto di dimora a Foggia, disposto l’8 luglio. Dopo nuovi messaggi intimidatori denunciati dalla donna, il 28 luglio venne ordinata la custodia cautelare in carcere. L’uomo era però divenuto irreperibile e la misura non venne eseguita prima dell’omicidio. Il Ministero ha acquisito una relazione della Procura di Foggia e ha ricostruito formalmente l’intera sequenza.
Tiziana Vinci, 54 anni, è stata uccisa dall’ex marito il 13 agosto 2025 alla Spezia. Le reiterate denunce avevano attivato il Codice rosso e dal giugno precedente l’uomo era sottoposto al divieto di avvicinamento con braccialetto elettronico. Un atto ufficiale del Senato ha successivamente riferito che il dispositivo risultava non funzionante da circa 10 giorni e che il guasto era stato segnalato senza essere ancora risolto. La vicenda ha prodotto interrogazioni parlamentari sulle cause del malfunzionamento e sulle eventuali responsabilità. Non è stato invece rintracciato un esito pubblico di un’ispezione ministeriale analogo a quello del caso Ballan.
Daniela Zinnanti, 50 anni, è stata uccisa a Messina nel marzo 2026 dall’ex compagno Santino Bonfiglio. Aveva già denunciato l’uomo nel maggio 2025 e aveva poi ritirato la prima querela. Dopo una nuova aggressione, nel febbraio 2026, è stata nuovamente ricoverata con gravi lesioni, tra cui fratture costali, e ha sporto un’altra denuncia. Il Giudice ha disposto gli arresti domiciliari con braccialetto elettronico, ma il dispositivo non era disponibile. Bonfiglio si è allontanato dall’abitazione e ha raggiunto la donna, uccidendola. Nell’ordinanza precedente al delitto il Giudice aveva peraltro osservato che i tentativi di riconciliazione non smentivano il quadro di violenza, ma potevano confermare la soggezione psicologica della vittima.
Sul caso Zinnanti sono state richieste anche verifiche ministeriali. La senatrice Dafne Musolino (Italia Viva) ha chiesto formalmente l’invio di ispettori al Tribunale di Messina, mentre un’altra interrogazione parlamentare ha sollecitato “iniziative di carattere ispettivo”. Il Ministero della Giustizia ha risposto ufficialmente l’8 maggio 2026, ma non risulta che abbia poi svolto a Messina una vera e propria ispezione conclusa con sanzioni o responsabilità accertate. In sostanza, sono stati chiesti chiarimenti e raccolte informazioni, cosa diversa dall’apertura e dalla conclusione di un’ispezione ministeriale.
Il precedente Ballan e l’esito degli accertamenti
Un precedente particolarmente utile per comprendere cosa possa accadere dopo un intervento del Ministero è quello di Vanessa Ballan, uccisa il 19 dicembre 2023 a Riese Pio X (Comune della provincia di Treviso, in Veneto) da Bujar Fandaj, che aveva precedentemente denunciato per atti persecutori.
Nordio aveva chiesto agli uffici competenti una relazione dettagliata. L’Ispettorato ministeriale ha acquisito gli elementi degli uffici giudiziari trevigiani e il caso è stato sottoposto ad approfondimento. Nel marzo 2024 il ministro ha comunicato l’esito: non erano stati ravvisati ritardi nella trattazione né “incuria nei doveri”. Erano stati eseguiti accertamenti, compresa una perquisizione, e la decisione di non richiedere o applicare divieto di avvicinamento, domiciliari o carcere era stata ricondotta alla valutazione discrezionale svolta allora sulla situazione di urgenza.
Quel precedente è significativo proprio perché dimostra che l’esito tragico non costituisce, da solo, la prova giuridica di una negligenza. Ma dimostra anche qualcosa di diverso: una valutazione del rischio ritenuta legittima al momento in cui è stata compiuta può, alla luce degli eventi successivi, rivelarsi tragicamente sbagliata nella previsione del comportamento dell’autore della violenza. Sono 2 piani differenti e non devono essere confusi.
Leggi scritte male o giustizia troppo discrezionale?
È la domanda che il caso Terrin inevitabilmente ripropone: sono le leggi scritte male oppure la giustizia italiana lascia troppo spazio alla discrezionalità?
La risposta, alla luce delle norme e dei casi esaminati, non può essere ridotta a una delle 2 alternative. L’Italia dispone oggi di strumenti molto più incisivi rispetto a pochi anni fa. La legge n. 168 del 2023 ha rafforzato ammonimenti, misure di prevenzione, allontanamento dalla casa familiare, divieto di avvicinamento e controllo elettronico. La legge n. 181 del 2 dicembre 2025, entrata in vigore il 17 dicembre, ha inoltre introdotto nel codice penale l’articolo 577-bis e quindi il reato autonomo di femminicidio, punito con l’ergastolo quando la morte di una donna deriva, nelle condizioni previste dalla norma, da odio, discriminazione, prevaricazione, controllo, possesso, dominio, rifiuto di una relazione o limitazione della libertà individuale.
La vera questione preventiva rimane ciò che accade prima.
La discrezionalità giudiziaria non è, di per sé, un difetto del sistema. Limitare la libertà personale di qualcuno richiede presupposti previsti dalla legge e una valutazione concreta del pericolo. Una denuncia non può produrre automaticamente il carcere. “Discrezionalità”, inoltre, non significa arbitrarietà: la decisione deve essere motivata.
Il problema emerge quando segnali che isolatamente potrebbero apparire insufficienti vengono osservati separatamente invece che come parti di una stessa sequenza: precedenti denunce, escalation della violenza, controllo e gelosia, reiterazione, violazione delle prescrizioni, minacce, tentativi di strangolamento, riavvicinamenti e ritrattazioni. È precisamente su questa lettura complessiva che giurisprudenza, protocolli e strumenti di valutazione del rischio stanno concentrando sempre maggiore attenzione.
I casi di Fatima Hayat, Tiziana Vinci e Daniela Zinnanti mostrano inoltre che il problema può presentarsi dopo la decisione del Magistrato: un braccialetto tecnicamente non applicabile, un dispositivo guasto, l’indisponibilità materiale dell’apparecchio, una misura carceraria che non si riesce a eseguire perché l’indagato non viene trovato. In queste situazioni non è una maggiore o minore discrezionalità del Giudice a spiegare tutto. Entrano in gioco l’organizzazione, la tecnologia, le comunicazioni tra uffici e la capacità di eseguire rapidamente ciò che è stato deciso.
Nel caso Terrin, prima di attribuire omissioni o responsabilità personali bisogna quindi conoscere il fascicolo e attendere gli eventuali accertamenti ministeriali. Ma una domanda è legittima già adesso: nella valutazione complessiva del rischio quale peso è stato dato all’aggressione con perdita di coscienza, alle precedenti violenze, alle 3 vecchie querele ritirate e agli altri elementi conosciuti dalle autorità ? È su questo, più che sull’esistenza astratta di un’altra legge, che gli accertamenti potranno fornire una risposta.
Il confronto politico
Martina Semenzato (deputata e presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta sul femminicidio) ha sostenuto dopo la morte di Tania che gli ammonimenti non siano sufficienti e che, nelle situazioni di maggiore pericolo, occorra ricorrere subito alla custodia in carcere. È una posizione politica sulla severità delle misure da adottare, non un automatismo previsto oggi dalla legge. Giulia Bongiorno (avvocata, senatrice della Lega e presidente della Commissione Giustizia del Senato), tra le promotrici del Codice rosso, ha posto invece l’accento sull’applicazione: ha sostenuto che non servano necessariamente altre leggi, ma che quelle esistenti debbano essere utilizzate meglio, con maggiore formazione di Forze dell’ordine e Magistratura e senza sottovalutare minacce, controllo, ricatti e violenza psicologica. Ha definito una “resa dello Stato” l’idea che debba essere la donna denunciando a lasciare casa, lavoro e territorio per salvarsi. Il contrasto tra le 2 posizioni fotografa bene il problema: da una parte la richiesta di misure cautelari più dure, dall’altra la convinzione che gli strumenti già esistano e debbano essere applicati in modo più efficace. Probabilmente nessuna delle 2 chiavi, da sola, esaurisce la questione.
Una Procura sotto pressione
Anche il contesto organizzativo veneziano merita attenzione. Barbara Sargenti (procuratrice aggiunta della Repubblica di Venezia) ha riferito che nel solo fine settimana di Ferragosto sono stati registrati 24 nuovi Codici rossi nella provincia. La Procura ha una sezione specializzata composta da 7 Magistrati. RaiNews ha riferito di una pianta organica complessiva di 22 magistrati per un ufficio distrettuale impegnato anche nei procedimenti di mafia e terrorismo. La procuratrice Alessandra Dolci ha diffuso agli uffici e alle Forze di polizia una direttiva operativa sulla violenza domestica e di genere. Le carenze di personale non possono diventare una giustificazione automatica quando una donna viene uccisa. Sono però un altro pezzo della domanda su come trasformare norme sempre più articolate in interventi tempestivi.
Il rumore per Tania
La sera del 20 agosto circa 300 persone si sono riunite a Camponogara per “Rumore per Tania”, iniziativa promossa dopo il femminicidio. Il dato assume un peso particolare accanto ai numeri forniti dallo sportello antiviolenza di Mira, che serve i Comuni della Riviera del Brenta: tra gennaio e luglio 2026 sono stati presi in carico 39 nuovi casi e complessivamente risultano seguite circa 100 donne.
È forse questo il punto sul quale la vicenda lascia l’interrogativo più difficile. Le donne vengono invitate, correttamente, a denunciare. Ma la denuncia non può essere considerata il traguardo. Deve essere l’inizio di una valutazione capace di collegare i segnali, aggiornarsi quando il pericolo cresce e tradurre rapidamente le decisioni in protezione concreta. Altrimenti, tra una legge severa e la vita reale può restare uno spazio nel quale il rischio continua a crescere.
L’opinione
Ritorno sull’argomento con alcune ricerche di carattere generale, anche dopo aver letto diversi commenti pubblicati sui social. Un primo interrogativo: la cultura patriarcale può spiegare tutto? Famiglia, ambiente, educazione, modelli culturali e religiosi assorbiti soprattutto nell’infanzia e nell’adolescenza incidono certamente sul modo di pensare e di comportarsi. Ma, poiché la stragrande maggioranza delle separazioni e delle delusioni sentimentali non sfocia nella violenza, è plausibile ritenere che in alcuni individui intervengano anche caratteristiche personali, psicologiche e neurobiologiche che aumentano impulsività, aggressività e difficoltà a tollerare il rifiuto.
Le neuroscienze forniscono qualche elemento interessante, ma occorre evitare conclusioni eccessive. Aggressività impulsiva, frustrazione e rifiuto coinvolgono circuiti cerebrali della minaccia, della ricompensa e del controllo degli impulsi, mentre amore romantico e dipendenze condividono alcuni, ma non tutti, i meccanismi neuronali. Perciò dire che una separazione produca nel violento una vera “astinenza da cocaina” sarebbe scientificamente troppo forte; è invece plausibile parlare, in determinati soggetti, di craving (desiderio compulsivo), perdita della gratificazione, ossessione e forte reazione alla privazione, con alcuni meccanismi cerebrali in comune con le dipendenze.
Se questa pista continuerà a essere confermata dalla ricerca, potrebbe avere conseguenze anche sulla prevenzione. Nei soggetti già violenti o fortemente ossessivi non dovrebbe forse bastare vietare di avvicinarsi alla vittima: potrebbe essere utile affiancare, nei casi appropriati, valutazioni psicologiche e psichiatriche, percorsi terapeutici e controlli del rischio. Un trattamento farmacologico avrebbe invece senso soltanto quando esiste una specifica condizione clinica che lo giustifichi: oggi non esiste una “pillola” contro il femminicidio o contro l’incapacità di accettare una separazione.
C’è poi una costante che merita ancora più attenzione: in diversi femminicidi l’uomo aveva già manifestato violenza contro la stessa donna o contro precedenti compagne ed era talvolta già conosciuto dalle Forze dell’ordine. La ricerca conferma che la precedente violenza di coppia è uno degli elementi più importanti nella valutazione del rischio futuro. Un uomo che ha già aggredito più partner non è quindi automaticamente destinato a ripetersi, ma quel passato dovrebbe pesare molto nella prevenzione, soprattutto in assenza di un serio percorso di recupero.
Più delicata è la domanda su quanto una nuova compagna conosca di quel passato. Non sarebbe corretto concludere che una donna “sceglie il dominante”. È ormai noto che manipolazione, infatuazione, innamoramento, speranza nel cambiamento, isolamento, paura e dipendenza economica, possono alterare profondamente la percezione della subalternità o del pericolo. Resta però legittimo discutere se, nel rispetto della privacy e della presunzione d’innocenza, sia possibile migliorare l’accesso a informazioni attendibili su precedenti condanne o provvedimenti per violenza quando esiste un rischio concreto.
Insomma, informazione, valutazione scientifica del pericolo, terapia dei soggetti violenti e protezione effettiva delle donne, potrebbero allora affiancare manifestazioni e campagne di sensibilizzazione, importanti, ma da sole evidentemente insufficienti.
Immagine di copertina realizzata con Ia.

Giornalista pubblicista, ex direttore di una precedente testata e attuale direttore di Mediterranea24.









