Sintesi
Il Senato ha approvato la riforma elettorale con 113 voti favorevoli, 71 contrari e 2 astenuti, ma il provvedimento non è ancora legge. Poiché Palazzo Madama ha modificato il testo già votato dalla Camera, Montecitorio dovrà esaminarlo nuovamente dal 28 settembre. Solo l’approvazione dello stesso testo renderà possibile la promulgazione.

Il nuovo sistema sarebbe proporzionale, senza collegi uninominali, con un premio di 70 deputati e 35 senatori alla lista o coalizione più votata che raggiunga almeno il 42% sia alla Camera sia al Senato. Se la soglia non viene raggiunta in entrambi i rami del Parlamento, tutti i seggi vengono distribuiti proporzionalmente. Non è previsto alcun ballottaggio.

Ogni lista avrebbe un capolista bloccato e 6 candidati tra i quali esprimere fino a 3 preferenze, alternando uomini e donne. Il capolista, però, sarebbe eletto prima degli altri indipendentemente dalle preferenze raccolte. Gli elettori tornerebbero quindi a scegliere alcuni parlamentari, ma non tutti.

La riforma nazionale non cambierebbe automaticamente le elezioni regionali e comunali siciliane. Se l’Assemblea regionale siciliana non approverà altre norme, nel 2027 il presidente della Regione sarà eletto direttamente in un unico turno, mentre nei Comuni sopra 15.000 abitanti resterà il ballottaggio se nessun candidato raggiungerà almeno il 40%.

Articolo
Il voto del Senato e l’ultimo passaggio alla Camera
L’Aula del Senato ha approvato il 15 settembre il disegno di legge n. 1971 sulla nuova elezione della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica. I voti favorevoli sono stati 113, i contrari 71 e gli astenuti 2. Il testo dovrà tornare alla Camera in quanto Palazzo Madama ha introdotto modifiche sostanziali, soprattutto sulle preferenze, sui voti delle liste minori, sulla raccolta delle firme e sul voto fuori sede. L’esame a Montecitorio è programmato dal 28 settembre, ma l’approvazione definitiva non può essere considerata già acquisita. Il resoconto del Senato conferma che il provvedimento è ancora in corso di approvazione.
Proporzionale, premio al 42% e nessun ballottaggio
Il sistema sarebbe prevalentemente proporzionale: ogni partito riceverebbe un numero di seggi collegato ai voti ottenuti. Verrebbero eliminati i collegi uninominali del Rosatellum, nei quali oggi viene eletto direttamente il candidato più votato nel territorio.
A questo riparto proporzionale si aggiungerebbe un premio fisso di 70 deputati e 35 senatori alla lista o alla coalizione arrivata prima, ma soltanto se raggiungesse almeno il 42% dei voti validi sia alla Camera sia al Senato. Non basterebbe superare il 42% in uno solo dei 2 rami del Parlamento e il premio non scatterebbe neppure se Camera e Senato indicassero vincitori diversi.
I 70 deputati e i 35 senatori non aumenterebbero il numero complessivo dei parlamentari: sarebbero seggi sottratti al riparto proporzionale e assegnati al vincitore. È previsto un tetto massimo di 220 deputati e 113 senatori eletti nel territorio nazionale. Se nessuno raggiungesse la soglia, si applicherebbe il proporzionale puro, senza ballottaggio e senza premio. È questo il funzionamento illustrato anche nel dossier parlamentare sul premio di governabilità.
Il o la presidente del Consiglio non sarebbe eletto/a direttamente
Al momento della presentazione del simbolo e del programma, ogni lista o coalizione dovrebbe indicare la persona che intende proporre come presidente del Consiglio. Il nome sarebbe unico per tutti i partiti della stessa coalizione, ma non comparirebbe sulla scheda elettorale e non verrebbe eletto direttamente dai cittadini.
La scelta continuerebbe formalmente a spettare al presidente della Repubblica, secondo l’articolo 92 della Costituzione. L’indicazione politica avrebbe quindi un peso rilevante, ma non trasformerebbe l’Italia in una Repubblica con elezione diretta del capo del Governo.
Sette candidati, ma il primo resta bloccato
Ogni lista nei collegi plurinominali presenterebbe 7 candidati. Il primo sarebbe il capolista scelto dal partito e non sottoposto alle preferenze; l’elettore potrebbe invece scegliere fino a 3 nomi fra gli altri 6 candidati.
Se vengono espresse 2 o 3 preferenze, i sessi devono alternarsi. Si potrebbe quindi indicare una donna e un uomo oppure, con 3 scelte, donna-uomo-donna o uomo-donna-uomo. In caso di mancata alternanza, le preferenze successive irregolari verrebbero annullate.
Il capolista avrebbe comunque la precedenza: se una lista ottenesse un solo seggio in quel collegio, sarebbe eletto lui anche quando un altro candidato avesse raccolto molte più preferenze. Soltanto gli ulteriori seggi sarebbero assegnati in base alle scelte degli elettori. Mediterranea24 aveva già spiegato questa soluzione intermedia, che restituisce una parte della scelta ai cittadini ma conserva un ruolo determinante alle segreterie dei partiti.
Il limite complessivo del 60%-40% previsto dal Rosatellum per i capilista dello stesso partito non verrebbe più applicato. Rimangono l’alternanza dei candidati nella singola lista e l’equilibrio di genere nei listini del premio, ma un partito potrebbe indicare prevalentemente uomini o prevalentemente donne come capilista nei diversi collegi.
Il listone del premio scelto dalle coalizioni
Le coalizioni dovrebbero inoltre predisporre un elenco di candidati destinati a occupare i seggi del premio. Questi nomi sarebbero decisi preventivamente dai partiti e distribuiti nelle circoscrizioni. Se il premio non scattasse, i candidati entrerebbero in Parlamento soltanto attraverso il normale riparto nei collegi.
Il meccanismo rafforza ulteriormente il ruolo delle forze politiche: accanto ai capilista bloccati vi sarebbe infatti un secondo gruppo di candidati predeterminato per l’eventuale premio.
Soglie e liste minori
Resterebbe lo sbarramento del 3% per le singole liste e del 10% per le coalizioni. In ogni coalizione potrebbe essere ammessa alla distribuzione dei seggi anche la lista più votata rimasta sotto il 3%.
Il Senato ha però eliminato la cosiddetta norma “anti-cespugli”. Anche i voti delle altre liste coalizzate rimaste sotto il 3% contribuirebbero al raggiungimento del 42% necessario per il premio, pur non attribuendo direttamente seggi a quelle formazioni. Una piccola lista potrebbe quindi aiutare la coalizione a conquistare il premio senza eleggere propri parlamentari. Le modifiche apportate dal Senato sono ricostruite dettagliatamente nell’analisi pubblicata dopo il voto.
Per i partiti privi di una rappresentanza parlamentare organizzata, le firme necessarie per presentare le liste salirebbero dalle attuali 1.500-2.000 a 6.000-7.000 per collegio. Restano specifiche esenzioni per le forze già rappresentate nelle Camere.
Come si voterebbe in Sicilia alle elezioni politiche
La nuova legge nazionale, se approvata definitivamente, si applicherebbe anche agli elettori siciliani per l’elezione della Camera e del Senato. In Sicilia, quindi, alle politiche non si userebbero più i collegi uninominali e si troverebbero sulla scheda il capolista bloccato, gli altri 6 candidati e gli spazi per le preferenze.
Queste regole non si trasferirebbero, però, alle elezioni dell’Assemblea regionale siciliana o dei Comuni. Nel 2027 potrebbero pertanto svolgersi nello stesso periodo elezioni politiche, regionali e amministrative con schede e sistemi completamente differenti. L’eventuale accorpamento delle date non è stato ancora deciso.
Regionali siciliane, presidente eletto in un solo turno
Se l’Assemblea regionale siciliana non interverrà prima del voto, continuerà ad applicarsi il sistema utilizzato nel 2022, disciplinato dalla legge regionale 3 giugno 2005, n. 7.
Il presidente della Regione Siciliana sarà eletto direttamente in un unico turno: vincerà il candidato che avrà ottenuto più voti, anche senza superare il 50%. Non è previsto il ballottaggio.
L’elettore avrà una sola scheda e potrà scegliere una lista regionale con il candidato presidente; votare una lista provinciale ed esprimere una preferenza per un candidato all’Assemblea regionale siciliana; oppure utilizzare il voto disgiunto, scegliendo un presidente e una lista provinciale appartenenti a schieramenti differenti. Se viene votata soltanto la lista provinciale, il voto si estende automaticamente al candidato presidente collegato, come chiarisce la guida ufficiale della Regione.
Dei 70 deputati regionali, 62 vengono assegnati proporzionalmente nelle circoscrizioni provinciali. Il presidente eletto entra nell’Assemblea insieme al candidato presidente arrivato secondo. Fino a 6 ulteriori seggi possono essere attribuiti attraverso il listino regionale bloccato per consentire alla coalizione vincente di raggiungere, quando possibile, un massimo di 42 deputati. Le liste provinciali devono superare il 5% regionale per partecipare alla distribuzione dei seggi.
Amministrative siciliane, regole differenti secondo la popolazione
Anche le elezioni comunali rimarrebbero disciplinate dalle leggi siciliane. L’elettore può votare soltanto il candidato sindaco, senza attribuire voti alle liste; votare una lista, facendo estendere il voto al sindaco collegato; oppure scegliere un sindaco e una lista non collegata, utilizzando il voto disgiunto.
Per il Consiglio comunale possono essere espresse fino a 2 preferenze. Se sono 2, devono riguardare un uomo e una donna della stessa lista; altrimenti la seconda viene annullata. Queste modalità sono state confermate dalla circolare regionale dell’8 aprile 2026.
Nei Comuni fino a 15.000 abitanti viene eletto al primo turno il candidato sindaco che ottiene più voti. Le liste collegate al vincitore ricevono normalmente i 2 terzi dei seggi del Consiglio, salvo le eccezioni previste quando un’altra lista raggiunge la maggioranza assoluta dei voti.
Nei Comuni con più di 15.000 abitanti viene eletto al primo turno il candidato più votato che abbia raggiunto almeno il 40% dei voti validi. Se nessuno arriva al 40%, si svolge il ballottaggio fra i 2 candidati più votati. Le liste collegate al sindaco vincitore possono ottenere il 60% dei seggi, ma soltanto quando ricorrono le condizioni stabilite dalla legge. Per entrare nella distribuzione dei consiglieri, una lista deve raggiungere almeno il 5%.
Nel 2027 voteranno i Comuni arrivati alla naturale scadenza del mandato e quelli che avevano eletto i propri organi nell’autunno del 2021. La Regione ha già stabilito che 39 di questi ultimi torneranno alle urne nella finestra compresa tra il 15 aprile e il 15 giugno 2027, dopo il rinvio adottato per riallineare le scadenze alterate dalla pandemia. Lo precisa il provvedimento regionale sui Comuni interessati.
Nell’immagine di copertina, la protesta delle Opposizioni nell’Aula del Senato dopo l’approvazione della riforma; l’Aula dell’Assemblea regionale siciliana a Palazzo dei Normanni; una elettrice inserisce nell’urna la scheda delle regionali siciliane del 2022.

Giornalista pubblicista, ex direttore di una precedente testata e attuale direttore di Mediterranea24.









