Sintesi
Dal 1994 l’Italia ha avviato l’organizzazione unitaria del ciclo dell’acqua, successivamente riordinata nel 2006, senza riuscire a eliminare ovunque la frammentazione gestionale e i ritardi nella manutenzione. Nel 2022, su 100 litri d’acqua immessi negli acquedotti italiani, circa 42 non sono arrivati agli utenti, poiché persi per tubature rotte, perdite, contatori imprecisi o allacci abusivi. In media, ogni giorno sono andati dispersi 157 litri per abitante. In Sicilia la situazione era peggiore: si perdeva più della metà dell’acqua immessa, cioè 51,6 litri ogni 100. Nel 2023 l’Italia ha prelevato complessivamente 36,5 miliardi di metri cubi d’acqua da fiumi, laghi, falde e invasi, destinandoli ad agricoltura, abitazioni, industria ed energia. Tra i Paesi europei messi a confronto, era quello che ne prelevava di più. Nel 2024 la siccità ha provocato razionamenti soprattutto nel Mezzogiorno e nell’Isola, dove nel 2025 sono rimasti elevati i disservizi, la sfiducia nell’acqua del rubinetto e le difficoltà irrigue delle imprese agricole. Nel 2026 la CGIA ha quantificato in 9,846 miliardi di euro l’impatto economico teorico nazionale delle dispersioni e in 1,046 miliardi quello siciliano, mentre sono proseguiti finanziamenti, interventi agricoli e accordi per gli approvvigionamenti industriali senza che il divario infrastrutturale possa considerarsi superato.

Articolo
La crisi delle reti idriche non nasce con l’ultima stagione di siccità. Il moderno SII (Servizio idrico integrato), cioè l’insieme delle attività di captazione, adduzione, distribuzione, fognatura, depurazione e riuso delle acque reflue, fu impostato con la legge Galli del 1994 e riorganizzato dal Codice dell’ambiente del 2006. L’obiettivo era superare la dispersione delle competenze e amministrare il servizio attraverso gli ATO (ambiti territoriali ottimali), dimensionati secondo criteri idrografici, tecnici ed economici. Nell’Isola le grandi condotte sovraprovinciali risalgono in buona parte alla 2ª metà del Novecento. L’EAS (Ente acquedotti siciliani), istituito nel 1942, gestì per decenni la rete regionale, mentre la riforma del 2015 ha suddiviso il territorio in 9 ambiti governati dalle assemblee dei sindaci. Il progressivo invecchiamento delle tubazioni, la manutenzione intermittente e una gestione non ancora pienamente uniforme hanno contribuito ad aggravare una fragilità ormai strutturale.

Per dispersione idrica si intende la differenza tra il volume immesso nelle condotte comunali e quello regolarmente erogato agli utenti. Non tutta l’acqua conteggiata come perduta fuoriesce materialmente da una tubazione. Una quota fisiologica, generalmente compresa tra il 5% e il 10%, è inevitabile in qualsiasi infrastruttura. La componente principale deriva però da corrosione, giunti difettosi, rotture e impianti deteriorati. Esistono inoltre perdite amministrative, valutate intorno al 3-5%, provocate da contatori inesatti, errori di misurazione e allacci abusivi. Il fenomeno tende ad aumentare con l’estensione della rete e con il numero delle utenze collegate.

Il rapporto pubblicato l’11 luglio 2026 dalla CGIA di Mestre (Associazione artigiani e piccole imprese di Mestre) rielabora i dati dell’Istat (Istituto nazionale di statistica) riferiti al 2022, gli ultimi disponibili con un dettaglio omogeneo per tutte le reti comunali. Ogni giorno in Italia venivano immessi 371 litri per abitante e se ne disperdevano 157, pari al 42,4%. La rilevazione ufficiale indica complessivamente 8 miliardi di metri cubi introdotti nel sistema, 4,6 miliardi consegnati agli utilizzatori finali e circa 3,4 miliardi perduti. L’associazione ha invece impiegato nella propria tabella economica un volume di 3,876 miliardi di metri cubi, al quale ha applicato i prezzi regionali raccolti da Cittadinanzattiva, assumendo un valore medio nazionale di 2,54 euro per metro cubo. Da questo procedimento deriva la quantificazione di 9,846 miliardi di euro, che rappresenta una valutazione teorica dei mancati introiti o dei maggiori costi potenziali e non una somma direttamente addebitata agli utenti.
La Sicilia registra 374 litri immessi e 193 dispersi ogni giorno per abitante, con una perdita del 51,6%. Nel confronto regionale è preceduta soltanto da Basilicata con il 65,5%; Abruzzo con il 62,5%; Molise con il 53,9%; Sardegna con il 52,8%. Le percentuali più contenute appartengono a Lombardia con il 31,8%; Valle d’Aosta con il 29,8%; Emilia-Romagna con il 29,7%. Secondo il calcolo economico contenuto nel documento, nell’Isola sarebbero andati perduti 389 milioni di metri cubi, ai quali viene attribuito un valore di 1,046 miliardi di euro. Anche in questo caso si tratta di una simulazione ottenuta moltiplicando il volume indicato per il prezzo territoriale dell’acqua e non di un costo finanziario certificato.
I valori comunali riguardano i capoluoghi e non l’intero territorio delle rispettive province. La situazione siciliana presenta differenze molto marcate: Siracusa è 8ª in Italia con 539 litri immessi, 351 perduti e una dispersione del 65,2%; Messina è 16ª con 444 litri immessi, 251 dispersi e il 56,5%; Agrigento è 27ª con 316 litri immessi, 166 perduti e il 52,4%; Palermo è 29ª con 345 litri immessi, 171 dispersi e il 49,7%; Ragusa è 34ª con 441 litri immessi, 205 perduti e il 46,5%; Catania è 48ª con 402 litri immessi, 162 dispersi e il 40,4%; Caltanissetta è 64ª con 214 litri immessi, 67 perduti e il 31,1%; Enna è 73ª con 234 litri immessi, 64 dispersi e il 27,4%; Trapani è 99ª con 338 litri immessi, 58 perduti e il 17,2%. Nel capoluogo aretuseo si disperdono dunque 351 litri giornalieri per abitante, una quantità superiore ai 316 litri complessivamente immessi nella rete agrigentina.
Nel resto del Paese i capoluoghi con le percentuali peggiori sono Potenza con il 71%; Chieti con il 70,4%; L’Aquila con il 68,9%; Latina con il 67,7%; Cosenza con il 66,5%. All’estremo opposto si trovano Milano con il 13,4%; Pordenone con il 12,1%; Monza con l’11%; Pavia con il 9,4%; Como con il 9,2%. La distanza fra territori dimostra che le dispersioni non dipendono soltanto dal clima o dalla quantità d’acqua disponibile, ma anche dall’età degli impianti, dalla capacità di individuare rapidamente le rotture e dalla continuità degli investimenti.
Nel calcolo possono incidere anche i fontanili. Nei centri urbani e montani si tratta spesso di erogazioni continue e autorizzate che, quando non vengono misurate correttamente, accrescono la differenza tra acqua immessa e acqua contabilizzata. Nelle campagne romane e abruzzesi il termine indica invece abbeveratoi in muratura utilizzati negli allevamenti. È quindi necessario distinguere le falle fisiche dai consumi non registrati, senza che questa precisazione ridimensioni la gravità di percentuali superiori al 50%.
Nel 2023 il prelievo idrico complessivo italiano è stato valutato in 36,5 miliardi di metri cubi: 17,5 miliardi destinati all’agricoltura, pari al 49%; 8,4 miliardi agli usi civili, pari al 23%; 6,6 miliardi all’industria, pari al 18%; 4 miliardi alla produzione elettrica, pari al 10%. Il confronto elaborato da I4C (Italy for Climate, “Italia per il clima”) colloca l‘Italia davanti a Spagna, Francia e Germania per volume complessivamente prelevato. Il dato non deve essere confuso con il solo approvvigionamento potabile, che nel 2024 è sceso a 8,87 miliardi di metri cubi, il livello più basso degli ultimi 25 anni. Nonostante la riduzione, l’Italia continua a essere il maggiore utilizzatore di acqua dolce per uso potabile nell’UE (Unione europea), con 150 metri cubi annui per abitante.
Il cambiamento climatico rende più evidente una vulnerabilità già esistente. Temperature più alte aumentano l’evaporazione e prolungano i periodi asciutti, mentre precipitazioni brevi e molto intense provocano allagamenti senza ricaricare adeguatamente falde e invasi. Nel 2024 oltre un milione di residenti nei capoluoghi italiani è stato interessato da razionamenti, con le maggiori difficoltà concentrate nel Mezzogiorno e soprattutto in Sicilia. Nel 2025 2,7 milioni di famiglie hanno denunciato irregolarità nella fornitura e il 57,6% dei nuclei siciliani ha dichiarato di non fidarsi dell’acqua del rubinetto. Nello stesso anno di riferimento statistico, il 99,2% delle aziende agricole dell’Isola ha segnalato difficoltà nell’irrigazione.
Lo stato di emergenza nazionale per il grave deficit idrico siciliano fu dichiarato il 6 maggio 2024 con uno stanziamento iniziale di 20 milioni di euro. Nel dicembre successivo furono aggiunti 28,1 milioni e il 9 maggio 2025 la misura venne prolungata per altri 12 mesi, poiché gli interventi non erano ancora terminati. Parallelamente la normativa regionale ha destinato 17,5 milioni agli interventi in conto capitale per agricoltori e Comuni, ai quali nel 2025 si sono aggiunti altri 20 milioni. Le opere finanziabili comprendono vasche, serbatoi, laghetti, pozzi, sistemi per il trattamento delle acque reflue, piccoli impianti di dissalazione e apparecchiature di pompaggio. Nel febbraio 2026 il termine per completare i lavori è stato differito al 30 settembre dello stesso anno.
Un’ulteriore misura è stata introdotta dall’articolo 58 della legge di stabilità regionale del 5 gennaio 2026, attuata con un avviso pubblicato il 25 giugno per sostenere le aziende agricole esposte alla scarsità d’acqua attraverso impianti di accumulo, vasche e sistemi di dissalazione. Sul piano nazionale, il decreto-legge 39 del 14 aprile 2023, convertito nella legge 68 del 13 giugno, aveva già previsto disposizioni urgenti contro la scarsità idrica e per l’adeguamento delle infrastrutture. Il MIT (Ministero delle infrastrutture e dei trasporti) ha dichiarato nel luglio 2026 che risultano programmati 733 interventi per quasi 6 miliardi di euro, con risorse attribuite alla Sicilia per circa 1,5 miliardi. Si tratta tuttavia di opere programmate, finanziate o convenzionate, non necessariamente concluse e già capaci di ridurre le dispersioni misurate nel 2022.
La regolazione nazionale assegna inoltre alle perdite un ruolo centrale nella qualità tecnica e nella programmazione tariffaria. L’ARERA (Autorità di regolazione per energia reti e ambiente) applica per il periodo 2024-2029 il 4° metodo tariffario, che collega piani economici, interventi e obiettivi di efficienza, comprendendo attività di telecontrollo, prevenzione delle rotture e riuso dell’acqua trattata nei territori soggetti a siccità. Le tariffe possono contribuire al finanziamento delle opere, ma ciò richiede programmi credibili, dati affidabili e capacità di trasformare le somme riconosciute in cantieri effettivi.
La scarsità d’acqua ha conseguenze dirette anche sull’industria. Il 23 giugno 2026 Sidra e STMicroelectronics hanno sottoscritto il contratto per fornire l’acqua industriale necessaria alla 1ª fase del nuovo complesso produttivo etneo dedicato al carburo di silicio. L’intesa riguarda un piano d’investimento da 5 miliardi di euro e prevede un impianto aziendale di pretrattamento per ottenere la qualità richiesta dalla produzione di semiconduttori. Il nodo dell’approvvigionamento, indicato nei mesi precedenti come una possibile criticità, è stato quindi affrontato almeno per la fase iniziale del progetto.
Anche la giurisprudenza più recente chiarisce il rapporto tra servizio, investimenti e costi. La Corte costituzionale, con la sentenza 59 del 2025, ha ricostruito il ciclo idrico come un servizio unitario e ha ricordato che la tariffa deve considerare qualità, opere necessarie, gestione e copertura degli investimenti. Il Consiglio di Stato, con la decisione 16 del 7 novembre dello stesso anno, ha però precisato che il recupero integrale riguarda i costi efficienti e non garantisce automaticamente il rimborso di qualsiasi spesa o investimento sostenuto dal gestore. La tutela dell’utenza e l’equilibrio economico devono quindi procedere insieme, evitando che inefficienze o ritardi vengano trasferiti senza controllo nelle bollette.
Il quadro porta a una conclusione precisa: l’acqua disponibile deve essere utilizzata meglio prima ancora di essere cercata altrove. Edo Ronchi, presidente della Fondazione per lo sviluppo sostenibile, ha indicato nel giugno 2026 la necessità di passare da un modello lineare a uno circolare, riducendo i consumi, rinnovando le reti, riutilizzando le acque depurate e raccogliendo quelle piovane. L’associazione mestrina chiede inoltre invasi, grandi adduzioni, vasche di laminazione e trincee drenanti, osservando che oggi l’Italia riesce a trattenere soltanto una parte limitata delle precipitazioni. Gli interventi devono però distinguere le emergenze immediate dalle opere strutturali: autobotti, pozzi e razionamenti possono evitare l’interruzione del servizio, ma soltanto condotte rinnovate, controllo continuo e manutenzione programmata possono diminuire stabilmente il 51,6% disperso nell’Isola.

Giornalista pubblicista, ex direttore di una precedente testata e attuale direttore di Mediterranea24.









