Sicilia e Italia. Cinque cronache tra morti, errore sanitario, condanne e beni confiscati

Dal giovane morto nel Porto Grande al giornalista trovato carbonizzato nelle campagne di Eboli, alla chemioterapia praticata per un tumore inesistente, fino al delitto commesso per un paio di cuffie e la confisca del patrimonio riciclato della Mala del Brenta

Sintesi

Tra agosto 2004 e aprile 2007 una paziente salentina è stata sottoposta a 57 somministrazioni di chemioterapia per una neoplasia che non aveva, sviluppando una leucemia che ne ha provocato la morte nel febbraio 2009 e per la quale nel luglio 2026 è stato disposto un risarcimento superiore a 1,3 milioni di euro. Nel 2017 è iniziata l’indagine che ha individuato in Toscana una parte dei proventi attribuiti a Felice Maniero e riciclati attraverso immobili, automobili, conti e beni di lusso, confiscati definitivamente per un valore di 2 milioni. L’11 ottobre 2024 Manuel Mastrapasqua è stato ucciso a Rozzano con una coltellata durante una rapina per un paio di cuffie del valore di 14 euro e il 20 luglio 2026 la pena di 27 anni inflitta a Daniele Rezza è stata confermata in appello. Il 19 luglio 2026 Matteo Di Franca è morto nelle acque del Porto Grande di Siracusa dopo essere caduto da un natante ed essere stato raggiunto dalle eliche, secondo una dinamica ancora sottoposta ad accertamento. Nella stessa data il giornalista Luca Esposito è stato trovato carbonizzato in un terreno agricolo di Eboli e l’autopsia dovrà stabilire come sia stato ucciso prima che il corpo venisse dato alle fiamme.

Articolo

La vicenda più lontana nel tempo ha avuto origine nell’agosto 2004, quando a una donna salentina di 59 anni è stato diagnosticato un tumore maligno al posto dell’angioma benigno di cui soffriva. Dario Muci (medico allora in servizio nell’ospedale di Nardò, comune della provincia di Lecce, in Puglia) ha prescritto una terapia a base di mitoxantrone, farmaco antitumorale che è stato somministrato per 33 mesi e complessivamente 57 volte, fino all’aprile 2007. Le consulenze acquisite nel giudizio hanno stabilito che il trattamento era inadatto alla patologia reale e ha determinato una leucemia mieloide acuta. Nel dicembre 2008, al Policlinico San Matteo di Pavia (comune capoluogo dell’omonima provincia, in Lombardia), è stata formulata la diagnosi corretta ed è stato prospettato un trapianto di midollo. La paziente è rimasta cosciente delle conseguenze dell’errore per 56 giorni ed è deceduta nel febbraio 2009. Nel luglio 2026 la prima sezione civile del Tribunale di Lecce ha condannato l’ASL di Lecce (Azienda sanitaria locale), in solido con il professionista, a versare oltre 1,3 milioni di euro al marito, ai 3 figli e ai nipoti. Il risarcimento ha compreso sia la perdita del rapporto familiare sia la sofferenza consapevolmente patita dalla donna nell’ultimo periodo di vita. Il sanitario era già stato riconosciuto colpevole con sentenza penale definitiva di omicidio colposo. La pronuncia civile è stata emessa in primo grado e le fonti consultate non hanno indicato che sia divenuta definitiva. La legge 24 del 2017, conosciuta come legge Gelli-Bianco, ha successivamente riordinato la responsabilità sanitaria, distinguendo la posizione della struttura da quella del singolo esercente la professione. Poiché le cure contestate sono anteriori alla riforma, la responsabilità è stata valutata secondo il sistema precedente. La Corte di cassazione ha ribadito che, per le prestazioni mediche risalenti a quel periodo, il danneggiato deve dimostrare secondo il criterio del “più probabile che non” il collegamento causale tra la condotta e il pregiudizio, mentre il professionista deve provare che l’inadempimento è derivato da una causa imprevedibile e non imputabile. Con la sentenza numero 8630 del 2026 è stata inoltre confermata la distinzione tra le norme che definiscono gli elementi della responsabilità e quelle che disciplinano soltanto il calcolo economico del danno, suscettibili in determinati casi di applicazione anche a fatti precedenti. In termini semplici, il paziente o i suoi familiari non devono dimostrare con certezza assoluta che l’errore medico abbia causato il danno. Devono però presentare elementi (cartelle cliniche, perizie e andamento della malattia) dai quali risulti che è più probabile che il danno sia stato provocato dalla cura sbagliata piuttosto che da un’altra causa. Se questa probabilità viene dimostrata, il medico o la struttura sanitaria, per non essere ritenuti responsabili, devono provare che il risultato negativo è dipeso da un evento realmente imprevedibile, inevitabile e non riconducibile al loro comportamento. Inoltre bisogna distinguere tra le regole che stabiliscono se il medico è responsabile e quelle che servono soltanto a stabilire quanti soldi spettano come risarcimento. Le prime, di norma, non possono essere applicate retroattivamente a fatti avvenuti prima della loro entrata in vigore. I nuovi criteri economici, invece, possono talvolta essere utilizzati anche per valutare danni più antichi. La sentenza della Cassazione numero 8630 del 7 aprile 2026 non riguarda principalmente la prova dell’errore medico, ma il calcolo del danno alla salute: ha stabilito che la nuova Tabella unica nazionale può essere presa come riferimento anche per fatti anteriori al 5 marzo 2025, senza essere applicata retroattivamente come una norma obbligatoria. Il Giudice può scegliere un criterio diverso, ma deve spiegare chiaramente le ragioni. In sostanza: prima si decide se qualcuno è responsabile, poi si stabilisce quanto deve pagare.

Nel 2017 le dichiarazioni rese da Felice Maniero (ex capo e successivamente collaboratore di giustizia della Mala del Brenta) hanno consentito agli investigatori di ricostruire la destinazione di una parte dei guadagni accumulati dall’organizzazione. Il Ministero della giustizia ha definito quel gruppo la prima formazione criminale autoctona dell’Italia settentrionale processata e condannata per associazione mafiosa. Il nome è derivato dall’area attraversata dal fiume Brenta, in Veneto, dove la banda si era sviluppata trasformando il banditismo locale in una struttura capace di gestire rapine, traffici di stupefacenti, riciclaggio e rapporti con altre mafie.

La Mala del Brenta è esistita come organizzazione criminale strutturata dalla seconda metà degli anni 1970 fino alla metà degli anni 1990. Il periodo di maggiore attività è stato soprattutto tra gli anni 1980 e i primi anni 1990, sotto la guida di Felice Maniero. Il gruppo è stato progressivamente smantellato dopo gli arresti e, soprattutto, dopo la collaborazione di Maniero con la giustizia iniziata nel 1995. La Corte d’appello di Venezia ha infatti ricordato che l’organizzazione si era radicata nel territorio veneto per oltre 20 anni e che gli arresti decisivi erano seguiti alla collaborazione del suo capo nel 1995. Quindi, in termini sintetici, si può indicare questo arco temporale: circa 1975-1995. Dopo il 1995 la Mala del Brenta originaria non ha più operato con la stessa struttura unitaria, anche se negli anni successivi sono rimasti attivi singoli ex appartenenti e sono state individuate iniziative criminali considerate eredi o tentativi di ricostituzione del vecchio gruppo. L’attività investigativa ha portato all’arresto di Riccardo Di Cicco (dentista e allora ex cognato dell’ex boss) e Michele Brotini (broker, cioè intermediario finanziario), accusati di avere occultato e reinvestito il denaro attraverso beni e strumenti economici intestati a familiari o prestanome. Gli accertamenti hanno compreso verifiche bancarie, analisi documentali, indagini tecniche, rogatorie internazionali e confronti tra redditi dichiarati e patrimoni disponibili. Il primo sequestro preventivo ha interessato anche immobili situati a Fucecchio (comune della Città metropolitana di Firenze, in Toscana) e a Marina di Pietrasanta (località costiera della provincia di Lucca, nella stessa regione). Il 20 luglio 2026, dopo la condanna definitiva del soggetto ritenuto responsabile del riciclaggio, il Tribunale di Venezia ha ordinato la confisca conclusiva eseguita dal Nucleo speciale di polizia valutaria della Guardia di finanza, con la collaborazione dei reparti toscani e veneti. Sono stati acquisiti definitivamente 2 edifici nelle province di Firenze e Lucca, 5 automobili, gioielli, quadri, disponibilità depositate sui conti e il contenuto delle cassette di sicurezza di 2 banche di Empoli (comune della Città metropolitana fiorentina), nelle quali si trovavano 90.000 euro in contanti e 15 orologi di lusso. Il valore complessivo è stato determinato in circa 2 milioni di euro. La confisca ha riguardato beni intestati al condannato e ai suoi familiari, ma ritenuti riconducibili ai proventi dell’organizzazione. Il passaggio dei beni alla collettività ha richiamato la sorte della villa di Campolongo Maggiore (comune della Città metropolitana di Venezia, che era stata una residenza e una base logistica della banda. L’immobile confiscato è stato destinato ad attività associative, alla documentazione sulla criminalità organizzata e all’educazione alla legalità, diventando un simbolo della restituzione sociale dei patrimoni mafiosi.

La terza vicenda è iniziata intorno alle ore 3 dell’11 ottobre 2024. Manuel Mastrapasqua (31enne addetto a un supermercato milanese) stava rientrando dopo il turno di lavoro e, una volta sceso dal tram a Rozzano (comune della Città metropolitana di Milano, in Lombardia), è stato avvicinato e colpito con una lama vicino al cuore. Daniele Rezza (imputato, oggi 21enne e all’epoca dei fatti diciannovenne) gli ha sottratto un paio di cuffie wireless valutate 14 euro. Dopo il delitto le cuffie sono state consegnate al padre, che le ha gettate, mentre il giovane è stato accompagnato alla stazione di Pieve Emanuele (comune dell’area metropolitana milanese). Da lì è fuggito passando per Pavia e dirigendosi verso Alessandria (comune capoluogo dell’omonima provincia, in Piemonte), dove è stato fermato 2 giorni dopo. Il 2 luglio 2025 la Corte d’assise ha inflitto 27 anni di reclusione per omicidio volontario e rapina aggravata. Durante il processo di secondo grado l’imputato ha chiesto “scusa e perdono”, dopo avere precedentemente definito l’accoltellamento “una stupidata”, ma la famiglia ha considerato quelle parole tardive e prive di reale pentimento. Una perizia psichiatrica ha successivamente escluso un vizio di mente e ha confermato la piena capacità di comprendere e volere, pur rilevando difficoltà nella regolazione delle emozioni e una significativa aggressività. Il 20 luglio 2026 la Corte d’assise d’appello di Milano ha mantenuto la pena di 27 anni, riconoscendo l’omicidio aggravato dalla minorata difesa e la rapina aggravata, ma eliminando l’aggravante dei futili motivi. Le motivazioni dovranno essere depositate entro il 20 settembre e il verdetto non è ancora definitivo, potendo essere impugnato davanti alla Cassazione. Olimpia Bossi (sostituta procuratrice generale) ha riassunto la gravità del fatto parlando di “30 secondi per morire per 14 euro di cuffiette” e ha sottolineato la mancanza di un autentico rimorso. Michael Mastrapasqua (fratello della vittima) ha ribadito che le scuse “non valgono niente” e ha respinto l’ipotesi di un percorso di giustizia riparativa, vale a dire un confronto volontario diretto al riconoscimento del danno e a una possibile riparazione.

Domenica 19 luglio 2026 la cronaca si è spostata a Siracusa. Matteo Di Franca (24enne presidente da circa 1 anno della Consulta comunale giovanile, vicepresidente e responsabile dell’area innovazione e progettazione di Giosef, Giovani senza frontiere) si trovava con altre persone su un natante nelle acque antistanti contrada Isola, nel Porto Grande. Secondo la prima ricostruzione, durante o subito dopo una virata è caduto in mare ed è stato raggiunto dalle eliche del motore, che gli hanno provocato ferite letali. Questa dinamica rappresenta ancora un’ipotesi investigativa e dovrà essere verificata attraverso gli accertamenti tecnici e medico-legali. La Procura ha aperto un fascicolo per omicidio colposo e ha affidato le indagini alla Capitaneria di porto, disponendo l’autopsia. Sono state raccolte le testimonianze delle persone presenti a bordo e di quanti hanno segnalato il corpo gravemente ferito. L’iscrizione del reato serve a consentire gli accertamenti con tutte le garanzie processuali e non equivale all’individuazione di responsabilità. La scomparsa ha provocato un vasto cordoglio. Francesco Italia (sindaco della città e commissario regionale di Azione in Sicilia) ha disposto le bandiere a mezz’asta a Palazzo Vermexio e ha ricordato il giovane come “un vulcano di idee”, capace di coinvolgere i coetanei e di lavorare per il bene comune. L’associazione di promozione sociale ha dichiarato di essere sconvolta e incredula. Michelangelo Giansiracusa (presidente del Libero consorzio e sindaco di Ferla) ne ha richiamato l’entusiasmo e la dedizione alle nuove generazioni. Grande Sicilia lo ha definito un modello di partecipazione civile. La CGIL (Confederazione generale italiana del lavoro) ha ricordato l’intraprendenza, l’intelligenza e l’amabilità con le quali aveva conquistato la stima della comunità. Tiziano Spada (deputato regionale e sindaco di Solarino appartenente al PD, Partito democratico) ha evidenziato la sua capacità di costruire opportunità e renderle accessibili soprattutto a chi disponeva di minori possibilità.

Nello stesso pomeriggio, in un terreno agricolo vicino alla strada statale 7 bis, alla periferia di Eboli (comune della provincia di Salerno), i vigili del fuoco intervenuti per spegnere un incendio hanno rinvenuto un corpo carbonizzato tra le sterpaglie. L’automobile trovata nell’area ha permesso di risalire a Luca Esposito (Luigi all’anagrafe, giornalista pubblicista di 53 anni specializzato nel calcio). Il cadavere era sul terreno e non all’interno del veicolo. La Procura coordinata da Raffaele Cantone (procuratore capo della Repubblica del capoluogo provinciale) ha definito l’accaduto una “azione omicidiaria”, mentre i carabinieri hanno iniziato a esaminare il telefono, i rapporti personali, l’attività professionale e gli ultimi spostamenti. Le prime informazioni hanno parlato di bossoli e della possibilità che il cronista fosse stato colpito con un’arma da fuoco prima di essere cosparso di liquido infiammabile. Questi elementi, tuttavia, non sono stati confermati ufficialmente dagli inquirenti. Una notizia locale diffusa nella mattinata del 21 luglio ha riferito che una TAC (tomografia assiale computerizzata) preliminare non avrebbe individuato ferite compatibili con proiettili, evidenziando invece lesioni e fratture da approfondire. Anche questo dato dovrà essere verificato attraverso l’autopsia e non può ancora essere considerato definitivo. La sorella ha dichiarato di non conoscere nemici o ragioni per le quali qualcuno avrebbe potuto volergli fare del male. Mary Esposito (amica e giornalista sportiva) ha raccontato che il collega appariva sereno e che, poco dopo le ore 21, avrebbe risposto a una telefonata dicendo “ti richiamo”. Ha riferito inoltre che l’uomo parlava di un’attività da chimico e di un impiego regionale, senza però conoscere con precisione il suo lavoro. L’ARPAC (Agenzia regionale per la protezione ambientale della Campania) ha escluso l’esistenza di rapporti professionali con lui. È stato ricordato anche un contrasto con un vicino per presunti rumori domestici, episodio che al momento non può essere collegato al delitto. Nell’area immediata del ritrovamento non risultavano telecamere, ma gli investigatori possono cercare registrazioni lungo le strade utilizzate per raggiungerla. Carlo Bartoli (presidente nazionale dell’Ordine dei giornalisti) ha espresso sconcerto, mentre Ottavio Lucarelli (presidente dell’organismo campano) ha chiesto che venga fatta piena chiarezza. Nella mattinata del 21 luglio non era ancora stato comunicato un esito ufficiale dell’esame autoptico.