Coez, quando basta una nota per far cantare una generazione

Ci sono concerti nei quali il pubblico ascolta. E poi ci sono quelli in cui il pubblico sembra sapere tutto […]

Ci sono concerti nei quali il pubblico ascolta. E poi ci sono quelli in cui il pubblico sembra sapere tutto prima ancora che l’artista abbia iniziato a raccontarlo.

È successo al Teatro Antico di Taormina, dove Coez ha portato il suo tour davanti a circa quattromila persone. Teatro pieno, pubblico in piedi e un’energia che, soprattutto guardando i più giovani, raccontava qualcosa che andava oltre la semplice partecipazione a un concerto.

Coez aveva preparato arrangiamenti nuovi proprio per questo tour. Una scelta interessante, quasi una piccola sfida lanciata al suo stesso pubblico: cambiare l’abito alle canzoni, modificarne l’attacco, giocare con le sonorità per evitare che venissero riconosciute immediatamente dalle prime note.

Un tentativo, almeno sulla carta, di sorprendere chi quelle canzoni le conosce bene.

Ma con quattromila persone davanti, alcune delle quali sembravano avere una memoria musicale infallibile, la sfida non era affatto semplice.

Perché bastavano poche note.

E soprattutto i giovanissimi riconoscevano le canzoni quasi immediatamente. Non serviva arrivare al ritornello, non serviva che la melodia prendesse la sua forma definitiva. A volte era sufficiente un accenno, una sonorità, quel particolare passaggio che appartiene ormai alla memoria collettiva di chi sta crescendo con la musica di Coez.

E allora il Teatro Antico si trasformava.

Non era più soltanto il pubblico davanti a un artista. Era una generazione che cantava insieme.

Ed è forse questo l’aspetto più interessante della serata.

Perché Coez, nel tempo, è riuscito a costruire un rapporto particolare con chi lo ascolta. Le sue canzoni hanno accompagnato anni diversi della vita di molte persone, entrando in momenti che spesso non hanno bisogno di essere spiegati: una relazione, una separazione, un’estate, un viaggio, una notte in cui certe parole sembravano dire esattamente quello che noi non riuscivamo a dire.

La musica, del resto, funziona anche così.

Diventa memoria senza che ce ne accorgiamo.

E ieri sera, osservando il pubblico del Teatro Antico, questa cosa era evidente. C’erano ragazzi giovanissimi che cantavano parole scritte da Coez come se fossero state scritte per loro, e c’era quella partecipazione collettiva che appartiene ai concerti quando una canzone smette di essere soltanto di chi l’ha scritta e diventa, almeno per qualche minuto, di tutti.

Gli arrangiamenti nuovi hanno quindi avuto un significato particolare. Coez ha provato a spostare le coordinate conosciute, a non concedere al pubblico la certezza immediata del riconoscimento.

Ma il pubblico lo ha riconosciuto comunque.

Ed è forse questa la cosa più bella che possa accadere a un artista: scoprire che le proprie canzoni sono diventate talmente parte della vita di chi le ascolta da essere riconoscibili anche quando cambiano forma.

Al Teatro Antico di Taormina, poi, tutto questo assumeva una dimensione ancora più suggestiva.

Da una parte la storia, le pietre, il luogo che da secoli accoglie voci e spettacoli. Dall’altra una generazione che quelle pietre le riempiva con parole, melodie e ritornelli appartenenti al proprio tempo.

Due epoche lontanissime che, per una sera, sembravano incontrarsi senza alcuna difficoltà.

E forse è proprio questo che resta di un concerto.

Non soltanto la scaletta, non soltanto gli arrangiamenti o la qualità dello spettacolo. Restano le persone. Il modo in cui reagiscono a una canzone. Quel momento in cui migliaia di voci diventano una sola.

Quattromila persone in piedi possono essere semplicemente un dato.

Ma quando quelle quattromila persone cantano insieme, diventano una storia.

Quella di una generazione che, almeno per una sera, ha avuto bisogno soltanto di una nota per riconoscersi e di Coez per cantare insieme.

Mariella Musso©Tutti i diritti riservati