Operazione “Lost&Found”: amministrazione giudiziaria alla società del porto di Catania per sospette infiltrazioni mafiose nel traffico di cocaina

Il Tribunale della città etnea ha disposto 1 anno di gestione controllata per Europa Servizi Terminalistici dopo l’indagine della Guardia di Finanza su un presunto sistema che avrebbe favorito l’ingresso di droga dal Sud America attraverso i container del porto etneo

Sintesi

L’operazione “Lost&Found” della Guardia di Finanza di Catania ha ricostruito un presunto traffico internazionale di cocaina nascosta nei container provenienti dal Sud America e destinati al porto etneo. Le indagini sono partite dalle dichiarazioni del collaboratore di giustizia Carmelo Liistro e da elementi emersi in interrogatori di esponenti mafiosi del quartiere Monte Po. Secondo la Procura un ruolo centrale sarebbe stato svolto da Angelo Sanfilippo, già condannato per narcotraffico, i cui figli lavoravano nella società Europa Servizi Terminalistici che gestisce servizi logistici nello scalo portuale. Gli investigatori ipotizzano che il clan Pillera-Puntina garantisse supporto operativo allo sbarco della droga ottenendo una percentuale tra il 30% e il 40% del carico. L’inchiesta ha documentato il sequestro o l’intercettazione di oltre 215 kg di cocaina mentre un ulteriore progetto di importazione di 300 kg non si sarebbe concretizzato. Il Tribunale di Catania ha disposto l’amministrazione giudiziaria per 1 anno ritenendo la società permeabile alle infiltrazioni mafiose. Il procuratore Francesco Curcio ha parlato di tolleranza zero verso le aziende che consentono infiltrazioni criminali mentre la Guardia di Finanza ha spiegato che la misura prevista dal Codice antimafia mira a riportare l’impresa in un percorso di legalità.

Articolo

L’amministrazione giudiziaria per la società Europa Servizi Terminalistici rappresenta l’ultimo sviluppo giudiziario dell’operazione “Lost&Found” (perso e trovato), l’indagine condotta nel 2024 dal Gico (Gruppo Investigazione Criminalità Organizzata) del Nucleo di Polizia Economico-Finanziaria della Guardia di Finanza di Catania. L’inchiesta aveva portato all’arresto di diversi indagati nell’ambito di un presunto traffico internazionale di cocaina, decisioni poi in parte riviste dal Tribunale del Riesame, cioè l’organo giudiziario che rivaluta le misure cautelari personali adottate nella fase iniziale dell’indagine.

L’attività investigativa è partita dalle dichiarazioni del collaboratore di giustizia Carmelo Liistro, ex appartenente al clan Cappello, organizzazione mafiosa storicamente radicata nel territorio catanese. Ulteriori spunti investigativi sarebbero emersi anche da un verbale di interrogatorio reso da un esponente mafioso del quartiere Monte Po. Da questi elementi gli investigatori hanno sviluppato accertamenti tecnici e intercettazioni che hanno portato a ricostruire un presunto sistema di importazione di stupefacenti attraverso il porto di Catania, con la droga nascosta all’interno dei container trasportati da navi cargo provenienti dal Sud America.

Secondo l’ipotesi della Procura della Repubblica di Catania la gestione logistica dello sbarco sarebbe stata favorita da una sorta di “subappalto criminale” affidato al clan Pillera-Puntina, gruppo mafioso attivo nel capoluogo etneo. In cambio del supporto operativo per l’ingresso e il recupero della cocaina, l’organizzazione avrebbe ottenuto una quota compresa tra il 30% e il 40% della sostanza importata. Le attività investigative hanno consentito di intercettare o sequestrare complessivamente oltre 215 kg di cocaina mentre un ulteriore progetto di importazione di circa 300 kg non sarebbe stato portato a termine.

Figura centrale dell’inchiesta, secondo la ricostruzione accusatoria, sarebbe Angelo Sanfilippo, 60 anni, già condannato in passato per traffico di droga. I figli dell’uomo, tra cui Melino Sanfilippo, risultano dipendenti della società Europa Servizi Terminalistici, impresa che svolge servizi di logistica portuale nello scalo di Catania. Proprio questo legame lavorativo, secondo l’accusa, avrebbe consentito, secondo gli investigatori, di avere accesso a zone operative strategiche e di intervenire materialmente sui container durante le fasi di movimentazione.

Gli inquirenti sostengono inoltre che Sanfilippo avrebbe sviluppato rapporti con Angelo Di Mauro, soprannominato “Veleno”, ritenuto vicino al clan Pillera-Puntina. Attraverso queste relazioni sarebbe stato possibile organizzare l’arrivo e il recupero dei carichi di droga. Le indagini tecniche, tra cui numerose intercettazioni telefoniche e ambientali, avrebbero dimostrato la possibilità di manipolare i container all’interno dell’area portuale per nascondere o recuperare la sostanza stupefacente.

Il Tribunale di Catania, sezione misure di prevenzione, ha ritenuto che la società non sarebbe rimasta estranea al contesto criminale ma si sarebbe inserita, anche tramite comportamenti omissivi o tolleranti dei propri assetti gestionali, in un meccanismo capace di agevolare stabilmente l’attività di soggetti collegati alla criminalità mafiosa. Secondo i Giudici il quadro indiziario sarebbe grave, preciso e concordante e dimostrerebbe la presenza stabile all’interno dell’organizzazione aziendale di persone inserite in contesti mafiosi con mansioni operative rilevanti nell’area portuale.

Tra gli elementi considerati dal collegio giudicante vi sarebbe anche il presunto sostegno economico fornito dall’azienda alla famiglia Sanfilippo. In particolare sarebbero state pagate spese legali relative a vicende non collegate al lavoro e sarebbero state erogate somme di denaro sotto forma di stipendio anche durante periodi di detenzione o di assenza dall’attività lavorativa. Secondo il tribunale questa libertà di movimento avrebbe permesso ai membri della famiglia di continuare a curare gli interessi criminali del clan Pillera-Puntina nel settore del traffico internazionale di stupefacenti sfruttando la loro posizione all’interno dell’area portuale.

Alla luce di questi elementi i Giudici hanno disposto l’amministrazione giudiziaria della società per la durata di 1 anno. La misura è prevista dal Codice antimafia, cioè il decreto legislativo 159 del 2011 che disciplina gli strumenti di prevenzione contro le infiltrazioni mafiose nell’economia legale. L’amministrazione giudiziaria consente di sostituire temporaneamente la gestione dell’impresa con un amministratore nominato dal tribunale allo scopo di eliminare eventuali condizionamenti criminali e riportare l’azienda su un percorso di piena legalità.

Durante la conferenza stampa di presentazione del provvedimento il Procuratore della Repubblica di Catania, Francesco Curcio, ha utilizzato parole particolarmente severe. “Tolleranza zero: i mafiosi devono stare fuori dalle aziende”, ha dichiarato il Magistrato spiegando che gli imprenditori sarebbero stati consapevoli dell’identità dei propri dipendenti e dei loro legami con ambienti criminali. Curcio ha aggiunto che la decisione del tribunale non mira a distruggere l’attività imprenditoriale ma a eliminare ogni rischio di contaminazione mafiosa. “Chi gestisce un’impresa deve smettere di piegarsi davanti ai mafiosi o a soggetti vicini alla criminalità organizzata. Questo provvedimento deve essere un monito per il mondo imprenditoriale”.

Il comandante provinciale della Guardia di Finanza di Catania, Marco Filipponi, ha evidenziato l’importanza degli strumenti previsti dalla legislazione antimafia. L’amministrazione giudiziaria, ha spiegato, comporta la sostituzione dei vertici aziendali con un amministratore nominato dal Tribunale che ha il compito di accompagnare l’impresa in un percorso di legalità e trasparenza. Alla conferenza stampa hanno partecipato anche il Procuratore aggiunto Agata Santonocito, il Pubblico ministero Emanuele Vadalà, il Comandante del Nucleo PEF (Polizia Economico-Finanziaria) Diego Serra e il Comandante del Gico Andrea Giugno.

Negli ultimi anni la giurisprudenza italiana ha rafforzato l’uso delle misure di prevenzione patrimoniali contro le infiltrazioni mafiose nell’economia. Le decisioni dei Tribunali antimafia e della Corte di Cassazione hanno chiarito che l’amministrazione giudiziaria può essere applicata anche in assenza di una condanna definitiva quando emergono elementi concreti che dimostrano il rischio di condizionamento criminale dell’impresa. Questo strumento consente allo Stato di intervenire tempestivamente per proteggere l’economia legale e impedire che attività imprenditoriali apparentemente regolari vengano utilizzate come supporto logistico o finanziario per le organizzazioni mafiose.