Sintesi
Le radici della Sas sono risalite al 1997, quando è stata costituita la Servizi ABC, trasformata successivamente in Arte Vita e Beni Culturali Gestioni & Servizi. Il riordino delle partecipate regionali è iniziato nel 2010 e ha condotto alla nascita dell’attuale società consortile il 27 marzo 2012, con il compito di fornire servizi alla Regione e agli enti pubblici soci. In termini semplici, la Sas è stata creata per riunire in un’unica struttura lavoratori e attività di supporto precedentemente distribuiti tra diverse società pubbliche.

All’inizio del 2026 la gestione guidata da Mauro Pantò è finita sotto esame dopo alcune ricostruzioni giornalistiche riguardanti assunzioni, progressioni professionali e accordi con i dipendenti. Il 26 febbraio Renato Schifani ha chiesto la convocazione dell’assemblea dei soci, il 4 marzo il consiglio di amministrazione ha formalizzato le dimissioni e il 12 marzo è stato nominato un nuovo vertice.

L’indagine della Commissione Regionale Antimafia è stata avviata a marzo e ha approfondito soprattutto le transazioni concluse con alcuni lavoratori. Il caso più rilevante ha riguardato un dipendente che aveva chiesto il riconoscimento della qualifica dirigenziale: dopo una sentenza sfavorevole in primo grado e una vittoria della società in appello, la vertenza sarebbe stata comunque chiusa con un accordo da 640.000 euro. In pratica, la società avrebbe pagato una somma molto elevata nonostante avesse già ottenuto una decisione giudiziaria favorevole.

Secondo i contenuti della relazione anticipati dalla ricostruzione fornita, la Commissione Antimafia ha esaminato anche 218 incarichi legali conferiti tra il 2021 e il 2025, costati complessivamente 907.445 euro, oltre a contratti per formazione, consulenza, elaborazione delle retribuzioni e ulteriori prestazioni esterne. Le voci considerate avrebbero superato complessivamente 2,2 milioni di euro.
In sostanza, il problema contestato non è stato soltanto quanto si è speso, ma se una parte delle attività potesse essere affidata al personale già in servizio.
Il 24 giugno è stata approvata la relazione sull’attività svolta dalla Commissione Antimafia nel 2025, presentata alla stampa l’8 luglio e discussa dall’Ars il 28 luglio. Antonello Cracolici ha delineato un quadro regionale nel quale corruzione, favoritismi, infiltrazioni economiche, traffico di droga, estorsioni e difficoltà nella gestione dei beni confiscati si sarebbero progressivamente aggravati.
In termini semplici, la Commissione ha sostenuto che la debolezza dei controlli abbia permesso a interessi personali e relazioni di favore di incidere sempre più sull’amministrazione pubblica.
Il rapporto Anac diffuso il 3 agosto ha analizzato 141 procedimenti comunicati da 100 Procure tra gennaio 2020 e maggio 2026, con 994 persone, 490 imprese, 212 stazioni appaltanti e 533 contratti coinvolti. La Sicilia ha concentrato quasi il 24% dei casi esaminati, mentre i lavori pubblici e gli Enti territoriali e locali sono risultati gli ambiti maggiormente esposti.
Il voto conclusivo sulla relazione dedicata alla Sas, previsto il 4 agosto, secondo la ricostruzione fornita è stato rinviato per la mancanza del numero legale. Il portale dell’Ars ha confermato lo svolgimento della seduta, ma alla mattina del 6 agosto non ha ancora pubblicato il dossier tra le relazioni ufficialmente disponibili.
Il Governo regionale siciliano, in atto di centrodestra del presidente Renato Schifani, sembra perpetuare gravi carenze nei controlli, mentre si moltiplicano episodi di evidente commistione tra politica, amministrazione e interessi particolari, nell’apparente tradizionale indifferenza dell’Esecutivo nazionale, adesso di centrodestra della premier Giorgia Meloni.
Articolo
La Sas (Servizi Ausiliari Sicilia) è una società consortile per azioni “in house” (controllata da Enti pubblici e impiegata prevalentemente per svolgere direttamente i servizi loro affidati) che ha fornito supporto operativo, tecnico e amministrativo alla Regione e agli altri Enti soci. Le sue origini sono risalite alla Servizi ABC, costituita il 30 ottobre 1997 e divenuta successivamente Arte Vita e Beni Culturali Gestioni & Servizi. Il processo di riorganizzazione è stato avviato con la legge regionale 11 del 12 maggio 2010, è proseguito con il decreto assessoriale 1720 del 28 settembre 2011 e si è concluso il 27 marzo 2012 con la costituzione dell’attuale società. La Regione ha detenuto l’85,13% del capitale, mentre le quote residue sono state distribuite tra aziende sanitarie, ospedali, istituti regionali e consorzi pubblici.
La partecipata ha operato nei servizi sociosanitari, nell’assistenza amministrativa, nella manutenzione, nella sanificazione, nella custodia, nella tutela ambientale, nella valorizzazione dei beni culturali e nella logistica. Il bilancio al 31 dicembre 2024 ha indicato 2.573 lavoratori e ricavi complessivi per 72.226.799 euro. Dopo le successive assunzioni, comprese le prime 275 stabilizzazioni avviate nell’aprile 2026, il sito della società ha riportato oltre 3.400 dipendenti.
Il passaggio più controverso della vicenda è maturato tra la fine di febbraio e marzo 2026. Alcuni articoli hanno portato all’attenzione pubblica assunzioni, avanzamenti professionali e conciliazioni concluse dalla società. La Commissione Antimafia dell’Ars ha quindi avviato un approfondimento sui presunti casi di cattiva gestione. Antonello Cracolici (deputato regionale del PD, Partito Democratico, e presidente della Commissione Antimafia) ha sostenuto che la partecipata rischiasse di trasformarsi in una struttura fondata sulla precarietà e sulla produzione di consenso, contestando anche il mancato rinnovo del collegio sindacale nominato nel luglio 2019.
Mauro Pantò (precedente presidente della società, già candidato alle elezioni regionali del 2022 con la DC, Democrazia Cristiana, e successivamente indicato dalla stampa come vicino all’area di Sud chiama Nord) ha lasciato l’incarico insieme agli altri componenti del consiglio. Renato Schifani (presidente della Regione Siciliana ed esponente di Forza Italia) aveva chiesto il 26 febbraio la convocazione dell’assemblea dei soci, dopo le valutazioni formulate dall’ufficio regionale incaricato di vigilare sulle partecipate. Le dimissioni sono state formalizzate il 4 marzo e il 12 marzo l’assemblea ne ha preso atto, deliberando anche l’avvio di un’azione di responsabilità e la nomina di un nuovo consiglio guidato da Alessandro Virgara (avvocato e amministratore).
L’attenzione della Commissione Antimafia si è concentrata soprattutto sulle transazioni, cioè sugli accordi con i quali 2 parti rinunciano a proseguire una controversia in cambio di reciproche concessioni. Il caso più rilevante ha riguardato un dipendente che aveva agito in giudizio per ottenere il riconoscimento della qualifica dirigenziale. La società aveva perso in primo grado, ma aveva ottenuto una decisione favorevole in appello. Nonostante questo risultato, avrebbe successivamente accettato di chiudere il contenzioso con una somma complessiva di 640.000 euro.
Secondo i contenuti attribuiti alla relazione, 320.000 euro sarebbero stati qualificati come retribuzione e sottoposti alla tassazione ordinaria, mentre altri 320.000 euro sarebbero stati riconosciuti come risarcimento del danno non patrimoniale, cioè riferito non a una perdita economica diretta ma alla salute, alla dignità, alla vita personale e alle relazioni sociali. Di questa seconda quota, 170.000 euro avrebbero compensato la rinuncia alla causa e 150.000 euro la rinuncia alle pretese relative al danno biologico, morale e alla vita di relazione provocato dalla presunta dequalificazione. Un precedente accertamento regionale avrebbe tuttavia rilevato che quel pregiudizio non era stato specificamente richiesto né dimostrato nel giudizio. Da qui il giudizio politico di un accordo “faraonico”, perché apparentemente più favorevole di quanto il lavoratore avrebbe potuto ottenere sulla base delle domande formulate.
Questo elemento, se confermato dal documento definitivo, non renderebbe automaticamente illecita la transazione. Un accordo può essere giustificato dal rischio di una successiva sconfitta, dai costi della prosecuzione del processo e dall’esigenza di evitare ulteriori passività. In una società pubblica, tuttavia, la convenienza deve essere sostenuta da un’istruttoria completa, da pareri adeguati e da un confronto documentato tra la somma pagata e il rischio effettivo. L’eventuale invio degli atti alle Procure non equivarrà perciò all’accertamento di un reato, ma consentirà agli Organi competenti di verificare se le decisioni abbiano provocato un danno al patrimonio pubblico.
L’indagine ha esaminato anche altre transazioni, comprese alcune da 75.000 euro, e un elevato numero di incarichi difensivi affidati a professionisti esterni. Tra il 2021 e il 2025 ne sarebbero stati conferiti 218, con un costo complessivo di 907.445 euro. Molti compensi avrebbero oscillato tra 5.435 e 38.000 euro, mentre 2 parcelle sarebbero ammontate rispettivamente a 75.000 e 40.000 euro. La contestazione non ha riguardato la possibilità, di per sé legittima, di rivolgersi a un avvocato esterno, ma la motivazione delle scelte, la concentrazione di più affidamenti sugli stessi professionisti e l’eventuale assenza di un’adeguata alternanza.
Il regime giuridico degli incarichi legali richiede, però, una distinzione. La rappresentanza in una singola causa è compresa tra i contratti esclusi dalle procedure ordinarie del Codice dei contratti pubblici, mentre la gestione complessiva e continuativa dei servizi legali può costituire un vero appalto. In entrambi i casi devono essere rispettati trasparenza, motivazione, tracciabilità e assenza di conflitti di interesse. L’Anac (Autorità nazionale anticorruzione) ha inoltre chiarito che le società a controllo pubblico devono rendere pubblici entro 30 giorni l’atto di conferimento, l’oggetto, la durata, il curriculum del professionista, il compenso, la procedura seguita e il numero dei partecipanti.
Ulteriori rilievi hanno interessato 3 contratti per il coordinamento del piano formativo, costati 65.388 euro, e altri 3 accordi per la formazione obbligatoria, pari a 118.106 euro. Nel 2025 sarebbe stato inoltre assegnato a una società di consulenza un incarico da 75.000 euro con un oggetto simile ad attività già affidate in precedenza ad altri professionisti. Sono stati infine segnalati 134.520 euro versati alla società esterna incaricata di elaborare le buste paga, nonostante l’organizzazione aziendale comprendesse già un ufficio Paghe e contributi. La relazione avrebbe calcolato in 657.589 euro il costo degli incarichi aggiuntivi sostenuto in 2 anni. Sommando tale importo alle spese legali e alla maggiore transazione si raggiungono 2.205.034 euro.
Un’altra anomalia ha riguardato il collegio sindacale, cioè l’organo chiamato a controllare la regolarità contabile e amministrativa della società. Secondo quanto denunciato in aula il 31 marzo, i suoi componenti erano stati nominati nel luglio 2019 ed erano rimasti in “prorogatio” (prosecuzione temporanea delle funzioni dopo la scadenza dell’incarico) per quasi 7 anni, in attesa della sostituzione. Una permanenza tanto prolungata ha sollevato dubbi sull’effettività della vigilanza e ha indotto la Commissione a chiedere la conclusione di quel regime.
Il caso Sas si è collocato dentro un quadro politico e amministrativo più ampio. La relazione sulle attività svolte dalla Commissione Antimafia nel 2025 è stata approvata il 24 giugno, presentata alla stampa l’8 luglio e illustrata nell’aula di Palazzo dei Normanni, a Palermo, il 28 luglio. Il documento ha riassunto 47 sedute, 5 inchieste e 45 audizioni, descrivendo una Regione percepita come distante dai cittadini e troppo esposta a intermediazioni, favoritismi e interessi particolari.
Nella discussione parlamentare sono state esaminate anche la capacità di Cosa Nostra di penetrare nell’economia legale e di utilizzare le reti sociali digitali, la crescita del traffico di stupefacenti, la circolazione delle armi, la ripresa delle estorsioni, le condizioni delle carceri e le difficoltà di gestione dei beni confiscati. Cracolici ha affermato che “la Sicilia è peggiorata” e ha richiamato la politica alla necessità di ripristinare controlli più efficaci. Si tratta di una valutazione politica e parlamentare, non della certificazione giudiziaria di una corruzione generalizzata dell’intero sistema pubblico siciliano.
Il quadro è stato completato dal rapporto diffuso dall’Anac il 3 agosto 2026 e riferito al periodo compreso tra gennaio 2020 e maggio 2026. L’analisi ha considerato 141 procedimenti penali trasmessi da 100 Procure, riguardanti 994 persone, 490 imprese, 212 stazioni appaltanti e 533 contratti. Il reato più ricorrente è stato la turbata libertà della gara o della procedura di scelta del contraente, presente nel 28,3% dei casi, seguito dalla corruzione per un atto contrario ai doveri d’ufficio, pari al 22,2%, e dalle condotte corruttive attribuite alla parte privata, pari al 21,2%.
Oltre il 40% delle vicende ha interessato i lavori pubblici. I Comuni hanno rappresentato 98 delle 212 stazioni appaltanti coinvolte, pari al 46,2%, mentre l’insieme degli Enti territoriali si è avvicinato al 53%. Gli enti sanitari pubblici hanno inciso per il 20,8% e le società partecipate per il 14,2%. Tra i soggetti appartenenti alle stazioni appaltanti, il 79% è stato composto da funzionari e dipendenti e il 21% da esponenti degli organi politici. La Sicilia ha raccolto quasi il 24% dei procedimenti studiati, davanti alla Campania con oltre il 18%, alla Lombardia con il 10,4%, al Lazio con il 9,6% e alla Puglia con l’8,1%.
L’Autorità ha esaminato esclusivamente i procedimenti emersi e comunicati dagli uffici giudiziari e ha precisato che un numero basso non dimostra una minore presenza della corruzione. Di conseguenza, il quasi 24% non può essere trasformato nella dichiarazione secondo cui la Sicilia concentrerebbe un quarto di tutti i fatti corruttivi italiani. Indica soltanto che, all’interno del campione disponibile, l’Isola ha registrato la quota territoriale più elevata.
Il presidente dell’Autorità Nazionale Anticorruzione, Giuseppe Busia (vertice istituzionale dell’Anac) aveva già avvertito il 21 aprile che la corruzione rappresenta una “piaga senza patria” capace di sfruttare le debolezze degli ordinamenti. Nella stessa relazione aveva segnalato che nel 2025 gli affidamenti diretti avevano riguardato quasi il 95% degli acquisti di servizi e forniture considerati e che l’86% delle procedure per lavori pubblici superiori a 40.000 euro era stato assegnato mediante affidamenti diretti o procedure senza bando. Secondo l’Autorità, in questi spazi possono annidarsi sprechi, frazionamenti artificiosi, opportunismi e infiltrazioni criminali.
Sul piano normativo, le società “in house” possono ricevere affidamenti diretti dai soci pubblici, ma devono acquistare lavori, beni e servizi rispettando la disciplina dei contratti pubblici. Sono inoltre tenute a rendere conoscibili gli incarichi professionali e i relativi compensi. L’assemblea della Sas ha deliberato il 12 marzo di promuovere un’azione di responsabilità contro i precedenti amministratori e di valutare davanti alla Corte dei conti gli eventuali danni erariali. La Corte di cassazione, con l’ordinanza delle Sezioni Unite 5569 del 22 febbraio 2023, ha confermato che le azioni per il danno arrecato al patrimonio di una società “in house” rientrano nella giurisdizione contabile quando ricorrono i presupposti previsti dal Testo unico sulle società partecipate.
La trasmissione del dossier alle Procure della Repubblica e alla Procura regionale della Corte dei conti servirà dunque a verificare se le transazioni, gli incarichi e le consulenze abbiano rispettato le regole e tutelato l’interesse societario. Fino a un eventuale accertamento giudiziario definitivo, le risultanze della Commissione devono essere considerate valutazioni parlamentari e documentali, non prove della responsabilità penale o contabile delle persone coinvolte.
La seduta del 4 agosto è stata effettivamente convocata, ma il portale dell’Ars, consultato il 6 agosto 2026, non ha ancora reso disponibile una relazione conclusiva dedicata alla Sas. Il voto saltato per mancanza del numero legale, riferito nella ricostruzione fornita, ha quindi rinviato un passaggio formale essenziale. Soltanto la pubblicazione del documento permetterà di confrontare le cifre anticipate, esaminare gli allegati, conoscere le eventuali posizioni difensive e distinguere con precisione tra irregolarità amministrative, scelte economicamente svantaggiose e possibili responsabilità sottoposte alla valutazione della magistratura.
L’ennesimo generale quadro emerso, restituisce l’immagine di un sistema regionale, territoriale e locale, nel quale l’assenza di verifiche efficaci rischia di trasformarsi in una costante devitata. Il Governo di centrodestra alla Regione sembra perpetuare questa debolezza, mentre Roma appare colpita da un’annosa conveniente miopia, incapace o non intenzionata a cogliere la gravità di vicende che coinvolgono risorse pubbliche, incarichi e gestione amministrativa.
Nell’immagine di copertina, il presidente della Commissione Regionale Antimafia, parte della Commissione e il presidente dell’Autorità Nazionale Anticorruzione.

Giornalista pubblicista, ex direttore di una precedente testata e attuale direttore di Mediterranea24.









