Sintesi
Nel 2015 sarebbero cominciate all’interno dell’Ospedale Giglio di Cefalù, estraneo alla vicenda, le violenze sessuali attribuite a un dipendente di una cooperativa esterna ai danni di 2 colleghe, per le quali la Corte d’appello ha ora pronunciato una condanna a 3 anni e 10 mesi. Il 16 aprile 2025 Vincenzo Gerardi uccise a Samarate la moglie Teresa Stabile e la perizia disposta nel processo lo ha ritenuto pienamente capace di intendere e di volere, suscitando anche una polemica per i riferimenti al contesto culturale della Sicilia di circa 50 anni fa. Nel febbraio 2026 una donna di 57 anni residente a Ragusa consegnò denaro e gioielli per oltre 150 mila euro a 2 persone che le avevano fatto credere che il marito fosse stato arrestato, mentre nel luglio successivo sono state eseguite le misure cautelari nei confronti dei presunti responsabili. Nella notte tra il 10 e l’11 luglio Vincenzo La Foresta, 49 anni, è morto dopo essere stato investito da una motocicletta sul viale Gazzi a Messina. La mattina dell’11 luglio Natale Guarrera, conosciuto come Lino, è stato ucciso a Riposto dal fratello 63enne al termine di una discussione nata, secondo la ricostruzione investigativa, da un’ennesima richiesta di denaro. Nella stessa giornata un uomo di 40 anni è stato arrestato dopo i disordini verificatisi nel Pronto soccorso dell’ospedale Di Maria di Avola e 2 colpi di fucile sono stati esplosi in una strada affollata di Gela, dove gli investigatori stanno valutando anche l’ipotesi di un’intimidazione.

Articolo
La prima vicenda in ordine temporale risale al 2015 e riguarda 2 lavoratrici impiegate da una cooperativa esterna che prestava servizi all’interno dell’Ospedale Giglio di Cefalù, struttura del tutto estranea ai comportamenti contestati. Secondo l’accusa, un collega avrebbe sottoposto le donne a molestie, palpeggiamenti e ripetuti atti sessuali non consensuali. Una delle vittime avrebbe subito gli episodi più gravi al termine del turno, quando negli ambienti di lavoro non erano presenti altri dipendenti. Nel 2021 il Tribunale di Termini Imerese aveva inflitto all’imputato 4 anni di reclusione per violenza sessuale, minacce e calunnia. La terza sezione della Corte d’appello ha adesso rideterminato la pena in 3 anni e 10 mesi. La pronuncia resta soggetta agli eventuali successivi strumenti d’impugnazione e non deve quindi essere presentata come irrevocabile finché non sarà intervenuta una sentenza definitiva. Il caso si inserisce in un quadro giurisprudenziale nel quale la Corte di cassazione ha recentemente ribadito che, nei procedimenti per violenza sessuale, non è indispensabile accertare una totale incapacità della persona offesa. Può assumere rilievo anche una situazione di soggezione, dipendenza o vulnerabilità psicologica sfruttata dall’autore. La sentenza n. 2276, pronunciata il 10 dicembre 2025 e depositata il 21 gennaio 2026, costituisce un orientamento generale e non equivale a una valutazione diretta del processo di Cefalù, che deve essere giudicato esclusivamente sulla base delle prove raccolte nel relativo fascicolo.

Il 16 aprile 2025 la cronaca si sposta a Samarate, in provincia di Varese. Vincenzo Gerardi, originario di Alcamo, uccise la moglie Teresa Stabile, anch’ella alcamese, al culmine di una crisi matrimoniale che si trascinava da tempo. Nel processo davanti alla Corte d’assise di Busto Arsizio è stata depositata la perizia affidata alla criminologa Stefania Zeroli, secondo la quale l’imputato era pienamente capace di comprendere il significato delle proprie azioni e di determinarle. La consulente nominata dai Giudici ha escluso che il delitto possa essere attribuito a un’improvvisa perdita della capacità mentale, descrivendolo invece come l’esito conclusivo di un percorso relazionale e motivazionale maturato nel tempo. La ricostruzione si discosta dalla tesi proposta dalla difesa, che attraverso il proprio consulente aveva prospettato un cedimento psicologico favorito da una condizione ansioso-depressiva e da una gelosia con aspetti deliranti. Nella perizia viene anche richiamato l’ambiente culturale della Sicilia di circa 50 anni fa, nel quale il matrimonio avrebbe rappresentato un vincolo difficilmente dissolubile e un elemento essenziale dell’identità sociale dell’uomo. Il documento chiarisce che tale riferimento non costituisce una giustificazione dell’omicidio. L’avvocato Vito Di Graziano ha comunque definito alcune considerazioni “razziste e fuori tempo” e ne ha annunciato la contestazione nel controesame previsto davanti alla Corte. Resta inoltre controversa la configurabilità della premeditazione, sostenuta dall’accusa e respinta dal difensore. La legge n. 181 del 2 dicembre 2025 ha introdotto nell’ordinamento italiano il reato autonomo di femminicidio ed è entrata in vigore il 17 dicembre dello stesso anno. La nuova disciplina non può tuttavia essere applicata retroattivamente, nella parte più sfavorevole, a un fatto commesso nell’aprile 2025. Il procedimento deve pertanto essere definito secondo le disposizioni penali vigenti al momento dell’uccisione, ferma restando la possibilità di utilizzare il termine femminicidio nel suo significato sociale e criminologico.

Alla fine di febbraio 2026 una donna di 57 anni residente a Ragusa fu contattata da persone che si presentarono falsamente come appartenenti alle Forze dell’ordine. Con uno schema ormai ricorrente, le comunicarono che il marito era stato arrestato per una rapina in una gioielleria e che sarebbe stato necessario consegnare immediatamente denaro e preziosi per evitargli il carcere. Impaurita e disorientata, la vittima affidò ai truffatori contanti e gioielli per un valore complessivo superiore a 150 mila euro. Le registrazioni dei sistemi di videosorveglianza presenti nell’abitazione e nelle strade vicine hanno consentito agli investigatori di ricostruire gli spostamenti e di individuare 2 coniugi siracusani, indicati con le iniziali S.G., 54 anni, e G.N., 50 anni. Il Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Ragusa, accogliendo la richiesta della Procura, ha disposto gli arresti domiciliari per entrambi. L’uomo è stato rintracciato nella propria abitazione a Belvedere. Alla donna il provvedimento è stato notificato nel carcere Pagliarelli di Palermo, dove si trovava già detenuta dopo un precedente arresto in flagranza per una vicenda analoga. Le accuse dovranno essere verificate nel contraddittorio processuale e i destinatari della misura devono essere considerati non colpevoli fino a una pronuncia definitiva.
Poco prima della mezzanotte tra il 10 e l’11 luglio 2026, Vincenzo La Foresta, 49 anni, è stato travolto sul viale Gazzi a Messina, nei pressi dell’istituto Quasimodo. Secondo la prima ricostruzione della Polizia municipale, l’uomo potrebbe avere attraversato la carreggiata mentre sopraggiungeva una motocicletta Honda Africa Twin condotta da un quarantenne. L’impatto lo ha scaraventato sull’asfalto e i tentativi di rianimazione compiuti dal personale del servizio di emergenza sanitaria 118 si sono rivelati inutili. Il mezzo è stato sequestrato e la Procura ha aperto un fascicolo per ricostruire le responsabilità. Gli accertamenti riguardano le immagini delle telecamere, le testimonianze, le condizioni del conducente e la posizione amministrativa della motocicletta, compresa la copertura assicurativa. L’iscrizione del motociclista nel registro degli indagati per omicidio stradale rappresenterebbe un atto necessario per consentirgli di partecipare con un proprio consulente agli accertamenti irripetibili. La salma è stata posta a disposizione dell’autorità giudiziaria e una fonte locale ha riferito che è stato disposto l’esame autoptico.
Intorno alle 9 dell’11 luglio, una discussione familiare si è trasformata in un omicidio nella pescheria di lungomare Pantano a Riposto. Natale Guarrera, chiamato Lino, 61 anni, avrebbe rifiutato un’ulteriore richiesta di denaro avanzata dal fratello 63enne. Quest’ultimo, secondo la ricostruzione degli inquirenti, avrebbe estratto un taglierino e colpito il commerciante alla gola. Il padre di 89 anni e la figlia della vittima tentarono di intervenire per disarmarlo, rimanendo entrambi feriti, ma senza conseguenze letali. Il titolare della rivendita cercò di mettersi in salvo correndo verso via Duca del Mare, ma venne raggiunto e colpito più volte con una mannaia prelevata dal bancone e normalmente impiegata per tagliare il pesce. La scena si consumò davanti a passanti, clienti e commercianti della zona. I Carabinieri bloccarono il presunto aggressore, mentre la vittima fu trasportata all’ospedale Sant’Isidoro di Giarre, dove morì poco dopo. Gli specialisti della Sezione investigazioni scientifiche hanno eseguito i rilievi nella pescheria e lungo il percorso della fuga, sequestrando il taglierino, la mannaia e altri reperti. Il fratello è stato arrestato in flagranza con l’accusa di omicidio volontario e trasferito nel carcere di piazza Lanza a Catania. La Procura ha richiesto la convalida dell’arresto e l’applicazione della custodia cautelare. L’autopsia dovrà chiarire l’esatta causa della morte e la successione delle ferite. Le pregresse richieste di denaro, i rapporti familiari deteriorati e la possibile dipendenza da sostanze costituiscono elementi della ricostruzione investigativa e non possono essere considerati moventi definitivamente accertati prima delle verifiche processuali.
Sempre l’11 luglio si sono verificati momenti di forte tensione nel Pronto soccorso dell’ospedale Di Maria di Avola. Un uomo di 40 anni insisteva per entrare nella stanza nella quale veniva visitata la figlia, rimasta poco prima coinvolta in un incidente stradale. Il personale sanitario, non riuscendo a riportare la calma, chiese l’intervento dell’Arma. All’arrivo delle pattuglie della Stazione locale e del Nucleo radiomobile di Noto, il quarantenne avrebbe reagito con aggressioni verbali e fisiche, causando lesioni ai pubblici ufficiali. Dopo essere stato immobilizzato, è stato arrestato in flagranza per violenza, resistenza e lesioni a pubblico ufficiale. Anche in questo procedimento le accuse dovranno essere accertate davanti al Giudice.
Poco dopo le 13, in corso Salvatore Aldisio a Gela, sono stati esplosi 2 colpi con un’arma da fuoco in una strada molto frequentata e vicina al centro storico. I militari intervenuti hanno recuperato una cartuccia calibro 12 nei pressi di un tombino. Alcuni testimoni hanno riferito di avere udito gli spari e di avere visto subito dopo alcune persone allontanarsi a piedi. Le verifiche successive indicano che sarebbe stato utilizzato un fucile. La Procura di Gela coordina gli accertamenti e ha disposto l’acquisizione delle registrazioni delle telecamere installate nella zona. Sono stati ascoltati anche i titolari di diverse attività commerciali. Gli investigatori non escludono un atto intimidatorio contro un esercente, un regolamento di conti o una lite degenerata, ma allo stato nessuna di queste ipotesi può essere indicata come causa accertata. Non è quindi corretto presentare il racket come movente già dimostrato.

Giornalista pubblicista, ex direttore di una precedente testata e attuale direttore di Mediterranea24.









