Sintesi
Il 23 maggio 1992 la strage di Capaci uccise Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e gli agenti Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro, mentre Giuseppe Costanza sopravvisse all’esplosione a bordo della Croma bianca. Il 19 luglio successivo l’attentato di via D’Amelio provocò la morte di Paolo Borsellino e dei 5 componenti della scorta, mentre dal luogo della strage scomparve l’agenda rossa del Magistrato. Le prime ricostruzioni fondate sulle false dichiarazioni di Vincenzo Scarantino determinarono condanne ingiuste e orientarono per anni le indagini verso una versione successivamente smentita. La collaborazione di Gaspare Spatuzza avviata nel 2008 permise di riscrivere una parte decisiva della fase esecutiva e condusse al processo Borsellino quater, concluso definitivamente nel 2021. Il primo procedimento sui depistaggi si è chiuso nel 2024 con la prescrizione per 3 poliziotti, mentre dal marzo 2026 è ripartito davanti a un nuovo collegio il processo Depistaggio bis contro altri 4 ex appartenenti alla Polizia di Stato. Nel maggio 2026 è stata revocata anche la condanna per calunnia inflitta a Scarantino, mentre restano aperti ulteriori filoni investigativi sulle cause dell’accelerazione della strage, sugli eventuali interessi esterni, sulla pista mafia-appalti e sulla sparizione dell’agenda. Il 13 luglio 2026 la Croma, trasferita da Roma e collocata in una teca blu, sarà accolta a Palazzo Jung dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni, con la partecipazione annunciata dei ministri Matteo Piantedosi e Carlo Nordio. Costanza ha deciso di non partecipare, contestando un modo di rappresentare l’antimafia che, a suo giudizio, ha trascurato il sacrificio personale di chi viaggiava su quell’automobile. La metafora: come un falegname esperto riconosce subito il legno marcio, così resta difficile spiegare perché investigatori e giudici qualificati non colsero le contraddizioni di Scarantino. Una domanda legittima, senza trasformarla in una condanna indiscriminata delle istituzioni.

Articolo
Il 23 maggio 1992 la Fiat Croma bianca sulla quale viaggiavano Giovanni Falcone, la moglie e Magistrata Francesca Morvillo e l’autista giudiziario Giuseppe Costanza fu investita dall’esplosione predisposta da Cosa nostra lungo l’autostrada nei pressi di Capaci. Al volante si trovava lo stesso Giudice, mentre l’autista sedeva dietro e sopravvisse riportando gravi ferite. Nell’attentato persero la vita anche i poliziotti Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro. L’automobile, deformata dalla violenza della deflagrazione, non è quindi soltanto un reperto materiale, ma conserva le tracce di tutte le persone che si trovavano al suo interno e rappresenta uno dei simboli più immediati dell’aggressione mafiosa allo Stato.

Appena 57 giorni dopo, il 19 luglio, un’autobomba collocata in via D’Amelio uccise Paolo Borsellino insieme agli agenti Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina. Nelle ore successive scomparve dalla borsa del Magistrato l’agenda rossa sulla quale annotava incontri, riflessioni e informazioni riservate. Quel vuoto documentale è diventato uno dei principali interrogativi dell’intera vicenda, poiché il taccuino non è mai stato ritrovato e le ricostruzioni sulla sua sottrazione non hanno ancora prodotto una verità giudiziaria definitiva.

Le prime investigazioni sulla strage di via D’Amelio furono indirizzate dalle dichiarazioni di Vincenzo Scarantino, piccolo delinquente del quartiere Guadagna, presentato come collaboratore di giustizia e autore di una confessione rivelatasi falsa. Le sue parole, unite a quelle di Salvatore Candura, Francesco Andriotta e successivamente Calogero Pulci, contribuirono alla condanna di persone estranee alla fase esecutiva dell’attentato. La Corte d’appello di Catania, nel luglio 2017, assolse in sede di revisione diversi imputati ingiustamente condannati. Le relazioni ufficiali della Corte d’appello di Caltanissetta hanno riconosciuto che le precedenti decisioni erano state influenzate da una narrazione costruita attraverso informazioni che avrebbero dovuto essere conosciute soltanto da fonti qualificate, mentre le finalità ultime del depistaggio non risultano ancora completamente chiarite.
La svolta arrivò con Gaspare Spatuzza, uomo della famiglia mafiosa di Brancaccio, che dal 2008 iniziò a collaborare con la giustizia e smentì in modo sostanziale la versione attribuita al falso pentito. Le nuove dichiarazioni consentirono di ricostruire diversamente la preparazione dell’autobomba e l’esecuzione materiale dell’attentato. Il processo denominato Borsellino quater si concluse in primo grado il 20 aprile 2017, proseguì in appello nel 2019 e divenne definitivo con la sentenza della Corte di cassazione dell’8 novembre 2021. Non tutti i procedimenti celebrati in precedenza possono tuttavia essere indistintamente considerati fondati su Scarantino: il Magistrato Nino Di Matteo ha più volte precisato che il Borsellino ter seguì un differente quadro probatorio e non utilizzò il falso collaboratore come testimone.
Il primo processo direttamente rivolto alle condotte degli investigatori si è concluso in appello il 4 giugno 2024 con la prescrizione delle accuse contestate a Mario Bo, Fabrizio Mattei e Michele Ribaudo. La decisione non ha cancellato la gravità dei fatti ricostruiti, ma ha impedito una condanna definitiva a causa del tempo trascorso. La formula adoperata nelle sentenze per descrivere quanto avvenuto, ripresa anche dal presidente del Tribunale di Palermo Antonio Balsamo, è quella del più grave depistaggio della storia giudiziaria italiana.
Un secondo procedimento, indicato come Depistaggio bis, riguarda Giuseppe Di Gangi, Vincenzo Maniscaldi, Angelo Tedesco e Maurizio Zerilli. Il dibattimento è ripartito il 25 marzo 2026 davanti a un collegio presieduto da Giuseppina Chianetta, mantenendo validi gli atti già acquisiti. I figli di Borsellino sono stati ammessi come parti civili, mentre la Presidenza del Consiglio e il Ministero dell’Interno sono stati chiamati in giudizio quali responsabili civili. Fabio Trizzino, marito di Lucia Borsellino e legale della famiglia, ha sostenuto che l’alterazione della verità cominciò già nelle ore immediatamente successive all’esplosione, quando le incongruenze della futura ricostruzione investigativa avrebbero dovuto essere individuate da operatori esperti.
La figlia maggiore del Giudice è intervenuta più volte davanti alla Commissione parlamentare antimafia, anche nelle audizioni dell’ottobre 2023, chiedendo che ogni pista venga esaminata senza condizionamenti e definendo la sparizione dell’agenda rossa un profondo buio istituzionale. Ha inoltre ricordato che nella borsa poteva trovarsi un’altra agenda di colore marrone, contenente recapiti e riferimenti potenzialmente utili per comprendere i rapporti e le preoccupazioni del padre. La famiglia continua a sostenere che il diritto alla verità non possa essere consumato dal trascorrere del tempo e che la fiducia nelle istituzioni debba fondarsi sulla completa libertà degli inquirenti di approfondire ogni elemento.
Nuovi interrogativi sono emersi anche sulla borsa recuperata dopo l’attentato. Durante un’udienza del 30 giugno 2026, Salvatore La Barbera (ex dirigente della Polizia di Stato ed ex capo della Sezione Omicidi della Squadra Mobile di Palermo) ha riferito che l’oggetto sarebbe rimasto nell’ufficio del padre Arnaldo (1942–2002, è stato un importante funzionario di polizia e prefetto italiano, noto soprattutto per aver guidato la Squadra Mobile di Palermo e il gruppo investigativo sulle stragi di mafia dei primi anni ’90, è una figura controversa, ritenuta dai Magistrati la mente del depistaggio sulla strage di via D’Amelio) senza che, durante quei primi incontri, qualcuno assumesse l’iniziativa di controllarne formalmente il contenuto. Tuttavia non si può dire con certezza che la borsa di Paolo Borsellino non sia mai stata controllata, poiché esiste un documento ufficiale che attesta un’apertura il 5 novembre 1992. Il vero dubbio riguarda invece che cosa accadde subito dopo la strage e nei mesi successivi: chi custodì la borsa, se al suo interno ci fossero una o più agende, se qualcosa sia stato sottratto e perché il controllo ufficiale sia avvenuto solo molto tempo dopo.
Nel maggio 2026 la Corte d’appello di Perugia ha inoltre revocato la condanna a 8 anni per calunnia aggravata inflitta a Scarantino nel 2002. La pena era stata già interamente scontata, ma la revisione ha riconosciuto l’inconsistenza dell’autoaccusa sulla quale si era retto uno dei più gravi errori giudiziari italiani. La pronuncia non trasforma l’ex collaboratore in un testimone attendibile, ma conferma che la sua falsa versione deve essere esaminata anche alla luce delle pressioni, dei suggerimenti e delle manipolazioni che egli ha denunciato di avere subito.
Le investigazioni sulla strage non possono essere considerate definitivamente concluse. Nell’aprile 2026 la Procura di Caltanissetta ha chiesto l’archiviazione parziale di uno specifico filone riguardante persone rimaste ignote, senza tuttavia chiudere gli altri approfondimenti. Gli inquirenti hanno collegato l’accelerazione dell’attentato anche al discorso pronunciato da Paolo Borsellino il 25 giugno 1992 a Casa Professa e hanno ipotizzato che il depistaggio abbia ridotto le possibili causali alla sola vendetta di Cosa nostra, allontanando l’attenzione da interessi esterni. Restano oggetto di esame la pista nera, l’eventuale presenza di ulteriori mandanti o concorrenti e il rapporto con l’inchiesta mafia-appalti, nata dal dossier elaborato dal ROS (Raggruppamento operativo speciale) dei Carabinieri. Quest’ultima può essere valutata come concausa, ma non è stata giudiziariamente dimostrata quale unica spiegazione della strage.
In quel discorso Paolo Borsellino ricordò soprattutto l’isolamento professionale subito da Giovanni Falcone. Disse che Falcone aveva “cominciato a morire” già nel gennaio 1988, quando il CSM (Consiglio superiore della magistratura) gli preferì Antonino Meli alla guida dell’Ufficio istruzione di Palermo, interrompendo di fatto il metodo di lavoro del pool antimafia. Accusò parti della magistratura e delle istituzioni di averlo ostacolato, delegittimato e lasciato solo.
Il passaggio considerato più delicato fu però un altro: Borsellino dichiarò di essere non soltanto un Magistrato, ma anche un testimone, perché Falcone gli aveva confidato informazioni che potevano essere utili per comprendere le ragioni della strage di Capaci. Precisò che avrebbe riferito prima di tutto all’autorità giudiziaria e che, proprio per questo, non poteva ancora parlarne pubblicamente. Confermò inoltre l’autenticità di alcuni appunti di Falcone pubblicati dalla stampa.
In termini molto semplici, il messaggio era: “Falcone non è stato soltanto ucciso dalla mafia: prima era stato isolato e ostacolato. Io conosco fatti che potrebbero aiutare a capire perché lo hanno assassinato e devo raccontarli ai magistrati”.
È proprio quest’ultima affermazione che oggi viene collegata, come ipotesi investigativa e non come verità definitivamente accertata, all’accelerazione dell’omicidio di Borsellino: qualcuno avrebbe potuto temere ciò che il Magistrato Paolo sapeva e stava per riferire. Nel discorso, tuttavia, Borsellino non rivelò quali fossero concretamente quelle informazioni e non indicò esplicitamente la pista mafia-appalti.
La Croma successivamente era stata trasferita nel 2002 dalla Corte d’appello di Palermo al DAP (Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria), che l’aveva sottratta al deterioramento e restaurata. Dal 18 maggio 2012 era esposta nella Scuola di formazione e aggiornamento del Corpo di Polizia penitenziaria di Roma. Il rientro in Sicilia è stato annunciato il 23 maggio 2026, durante le commemorazioni della strage di Capaci. Secondo la ricostruzione giornalistica, a metà giugno il veicolo è stato caricato su un C-130, aereo militare da trasporto della 46ª Brigata aerea di Pisa, e scortato in volo dagli Eurofighter (caccia europei multiruolo) del 37º Stormo di Trapani-Birgi.
Il reperto è stato racchiuso in una struttura blu sulla quale compaiono le immagini dei 2 Magistrati. Il progetto espositivo, curato dal direttore Alessandro De Lisi e sostenuto dalle imprese Edilsider, PressR3, Arternativa e Liberty Assicurazioni, non prevede un vetro frontale tradizionale e utilizza superfici riflettenti. Chi osserva l’automobile vede quindi anche la propria immagine, secondo una scelta progettuale che trasforma la visita in un confronto personale con la memoria, con la responsabilità civile e con le conseguenze dell’indifferenza. La teca è stata pensata anche per consentire futuri spostamenti del veicolo in altre città italiane.
Il Museo del Presente “Giovanni Falcone e Paolo Borsellino” ha sede a Palazzo Jung, in via Lincoln 71, edificio della Città Metropolitana di Palermo. Il percorso raccoglie documenti, installazioni multimediali e oggetti appartenuti ai protagonisti della lotta alla mafia, fra cui la bicicletta del giudice ucciso in via D’Amelio, la sedia, la penna, alcuni diari e la fotocopiatrice utilizzati dal collega. La scelta di chiamarlo Museo del Presente sottolinea che le stragi non appartengono a un passato definitivamente archiviato, ma continuano a interrogare le istituzioni, la politica e la società.
La mattina del 13 luglio il convoglio percorrerà circa 13 chilometri dalla caserma Ciro Scianna fino a Palazzo Jung, accompagnato dal GOM (Gruppo operativo mobile) della Polizia penitenziaria, da 7 automobili, 2 motociclette, personale specializzato nei sistemi anti-drone e operatori incaricati delle riprese. Alle 17 è prevista la cerimonia con la presidente del Consiglio e con i titolari dei dicasteri dell’Interno e della Giustizia. L’agenda ufficiale del Governo conferma la presenza di Meloni a Palermo nel pomeriggio di lunedì 13 luglio 2026.
Non prenderà parte all’iniziativa Giuseppe Costanza. L’ex autista ha spiegato di essere stato invitato telefonicamente da Maria Falcone, presidente della Fondazione intitolata al fratello, ma di non condividere la gestione della vicenda. La fondazione da lui costituita aveva chiesto anni prima di impiegare l’automobile in un progetto educativo, ricevendo come alternativa la possibilità di realizzarne un ologramma a proprie spese. Da qui la decisione di non essere presente e l’amara rivendicazione: “Su quell’auto c’è anche il mio sangue”. La sua assenza non riduce il valore del ritorno del veicolo, ma ricorda che la memoria pubblica diventa credibile soltanto quando riconosce tutte le vittime, i sopravvissuti e le sofferenze senza costruire gerarchie simboliche.
La metafora del falegname che riconosce immediatamente un legno inadatto o deteriorato rende comprensibile la domanda sollevata dalla famiglia Borsellino: come poterono investigatori e giudici esperti non cogliere le vistose incongruenze di una fonte come Scarantino? È una domanda civile legittima, rafforzata dagli errori accertati nelle sentenze, ma che non può trasformarsi in una condanna indistinta di tutti i Magistrati e di tutte le Forze dell’ordine. Le responsabilità personali devono essere stabilite nei processi, distinguendo chi costruì, assecondò o non impedì il depistaggio da chi, anche all’interno degli stessi apparati, contribuì successivamente a smontarlo. Proprio questa distinzione è necessaria per recuperare fiducia: difendere le istituzioni non significa nasconderne gli errori, ma pretendere che sappiano riconoscerli, correggerli e individuare chi li ha provocati.
La Croma che torna a Palermo racconta dunque 2 storie inseparabili. La prima è quella della reazione civile e istituzionale seguita alle stragi, del progressivo indebolimento di Cosa nostra e della diffusione di una cultura antimafiosa nelle scuole e nella società. La seconda riguarda una verità ancora incompleta, segnata da innocenti condannati, reperti gestiti in modo controverso, dichiarazioni costruite, processi prescritti e interrogativi rimasti aperti. Gli specchi della teca hanno senso soltanto se inducono a guardare anche questa parte della storia, senza celebrazioni autosufficienti e senza utilizzare la memoria come semplice rappresentazione pubblica.

Giornalista pubblicista, ex direttore di una precedente testata e attuale direttore di Mediterranea24.









