Ex LSU in Sicilia: pensioni minime e rivendicazioni: verso una soluzione legislativa regionale

Tra vuoti contributivi e riforme previdenziali, migliaia di lavoratori chiedono giustizia mentre il DDL presentato all’ARS tenta di colmare una lacuna storica del sistema

Sintesi

La questione degli ex LSU siciliani nasce da lacune contributive tra 1989 e 1995 e dall’impatto della riforma Dini (Legge 335/1995, la storica riforma previdenziale italiana varata nel 1995 dal governo di Lamberto Dini) che ha ridotto gli assegni pensionistici. Le mobilitazioni sindacali dal 2023 hanno denunciato il rischio povertà per migliaia di lavoratori. Nel 2025 si è rafforzato il coordinamento regionale con comitati e assemblee dedicate al recupero contributivo. Nel 2026 è stato presentato un disegno di legge che propone la conversione dei contributi figurativi e un fondo regionale. La giurisprudenza non ha ancora fornito soluzioni definitive lasciando alla politica il compito di intervenire.

Articolo

La protesta degli ex LSU (Lavoratori Socialmente Utili) in Sicilia rappresenta l’esito di una lunga criticità strutturale del sistema previdenziale italiano. Il nodo centrale riguarda il periodo compreso tra il 1989 e il 1995, durante il quale molti lavoratori impiegati nella Pubblica amministrazione regionale e locale hanno svolto attività senza versamenti contributivi pieni oppure con accrediti figurativi parziali. Tale situazione si è intrecciata con l’introduzione della riforma Legge Dini 335/1995, che ha imposto il sistema contributivo (calcolo della pensione basato sui contributi versati) per i lavoratori entrati dopo il 1996, determinando una riduzione significativa degli assegni finali.

In base alla normativa prevista dal Decreto Legislativo 468/1997, i contributi figurativi (accrediti previdenziali senza versamento diretto) sono stati riconosciuti integralmente solo fino al 31 luglio 1995 ai fini del diritto e della misura della pensione, mentre successivamente sono stati validi esclusivamente per il diritto. Questa distinzione ha generato pensioni particolarmente basse, spesso comprese tra 503 e 600 euro lordi mensili, nonostante carriere lavorative di durata compresa tra 25 e 35 anni.

La questione interessa una platea stimata tra 8000 e 20000 lavoratori tra Regione, Comuni e società partecipate; include categorie come ex PIP (Piani di Inserimento Professionale), ASU (Attività Socialmente Utili), LSU e lavoratori Resais (società regionale per l’occupazione) e riguarda soggetti ormai prossimi o già in pensione con trattamenti inferiori alla soglia minima.

Nel corso del tempo, la vertenza si è sviluppata attraverso diverse fasi. Nel 2023 le organizzazioni sindacali come USB (Unione Sindacale di Base) e CISAL (Confederazione Italiana Sindacati Autonomi Lavoratori) hanno promosso campagne per la regolarizzazione contributiva e retributiva. Nel giugno 2025 si è costituito il Comitato regionale INPS Sicilia, che ha evidenziato la condizione di circa 1000 pensionati già sotto la soglia minima. Nel settembre 2025 il deputato regionale Vincenzo Figuccia ha denunciato il rischio di impoverimento per migliaia di ex lavoratori precari della pubblica amministrazione.

Alla fine del 2025, l’assemblea organizzata a Catania dal coordinamento Confael (Confederazione Autonoma Europea dei Lavoratori) ha portato alla nascita di una struttura dedicata al recupero contributivo per il periodo 1989-1995, guidata da Ignazio Martines. Il 2 gennaio 2026 è stato quindi presentato un documento programmatico condiviso tra sindacato e rappresentanza politica, finalizzato alla regolarizzazione di circa 5000 lavoratori.

Il percorso ha trovato un punto di svolta il 10 aprile 2026 con la presentazione all’Assemblea Regionale Siciliana del disegno di legge promosso da Figuccia. Il ddl all’Ars mira a riconoscere la natura subordinata del rapporto di lavoro degli LSU, a convertire i contributi figurativi in contributi effettivi e a istituire un fondo regionale finanziato con risorse pubbliche, comprese quelle europee. L’obiettivo è garantire effetti retroattivi su pensioni, TFR (Trattamento di Fine Rapporto) e altri istituti previdenziali, senza oneri diretti per gli enti locali.

Nonostante le rivendicazioni, la giurisprudenza non ha ancora prodotto orientamenti risolutivi. I Tribunali riconoscono generalmente i contributi figurativi ai fini del diritto alla pensione, ma non sempre ai fini della misura economica, rendendo incerta la via giudiziaria. Questo scenario rafforza la necessità di un intervento normativo.

Le dichiarazioni più recenti evidenziano la dimensione sociale della vertenza. Martines il segretario regionale Confael ha parlato di un “vuoto previdenziale” legato agli anni precedenti al 1996, sottolineando la necessità di estendere criteri più favorevoli già applicati ad altri strumenti come la CIG (Cassa Integrazione Guadagni) e la mobilità. Il deputato Figuccia ha invece definito la proposta legislativa come un “atto di equità sociale”, sostenendo che non sia più tollerabile penalizzare lavoratori che hanno prestato servizio continuativo per decenni. In questo contesto, la questione degli ex LSU siciliani si configura come un caso emblematico siciliano e delle criticità del sistema previdenziale italiano, dove la stratificazione normativa e le riforme succedutesi nel tempo hanno generato disuguaglianze difficili da correggere senza un intervento strutturale. La soluzione appare oggi affidata principalmente alla capacità della politica regionale e nazionale di tradurre le istanze sociali in misure concrete ed efficaci.