Le cliniche specializzate registrano un aumento di pazienti anziani con dipendenze digitali legate a videogiochi e dispositivi connessi. Studi recenti evidenziano un impatto significativo su autonomia, salute e relazioni sociali. L’uso intensivo di smartphone e piattaforme digitali viene associato a isolamento e riduzione delle attività quotidiane. Esperti sottolineano il rischio di sostituzione delle relazioni umane con interazioni digitali e intelligenza artificiale. Negli Stati Uniti alcune decisioni giudiziarie spostano la responsabilità dalle singole informazioni al design delle piattaforme. In Europa le normative come Digital Services Act e AI Act rafforzano la tutela degli utenti.

Articolo
L’analisi del fenomeno della dipendenza digitale tra le fasce più mature della popolazione evidenzia una trasformazione profonda delle abitudini sociali e cognitive. Presso il National Centre for Gaming Disorders, struttura sanitaria britannica dedicata al trattamento delle dipendenze da videogiochi, si registra un incremento costante di pazienti anziani, segnale di un cambiamento che riguarda non più soltanto le giovani generazioni ma anche individui con maggiore età anagrafica.

Le prime evidenze emergono a livello mediatico e scientifico negli ultimi anni. Testate internazionali come The Economist e The Washington Post hanno segnalato un’evoluzione delle abitudini digitali, sottolineando come gli over 60 adottino comportamenti simili a quelli della cosiddetta Generazione Z (coorte demografica nata tra la fine degli anni 90 e il 2010). Parallelamente, analisi europee come quelle pubblicate da Atlantico indicano che questa fascia trascorre oltre 3 ore al giorno online, a cui si aggiunge il tempo dedicato alla televisione, delineando un modello di connessione continua.

Sul piano scientifico, uno dei primi studi strutturati è stato condotto dalla Sakarya University of Applied Sciences e pubblicato su BMC Public Health. La ricerca evidenzia una correlazione diretta tra uso intensivo dello smartphone e riduzione dell’autonomia quotidiana. In particolare, l’impatto si concentra sulle IADL (Instrumental Activities of Daily Living, attività strumentali della vita quotidiana), che comprendono gestione del denaro, acquisti e assunzione corretta dei farmaci. Oltre il 54% degli effetti negativi riguarda attività fisica e tempo libero, mentre circa il 16% incide sull’organizzazione delle attività domestiche di base.
Dal punto di vista clinico e psicologico, il fenomeno viene interpretato come una forma di compensazione emotiva. Secondo la psicoterapeuta Nicoletta Cinotti, l’uso dello smartphone può trasformarsi in un regolatore emotivo, soprattutto in presenza di solitudine e isolamento sociale. Il dispositivo digitale diventa così uno strumento di conforto simile al “comfort food” (cibo consolatorio), capace di attenuare il disagio senza risolverlo. La stessa dinamica si osserva nell’interazione con sistemi di AI (Artificial Intelligence, intelligenza artificiale), percepiti come interlocutori sempre disponibili e privi di giudizio, con il rischio di sostituire relazioni autentiche e percorsi terapeutici professionali.
Le implicazioni non si limitano alla sfera individuale ma si estendono al piano giuridico e regolatorio. Negli Stati Uniti, recenti decisioni giudiziarie emesse in stati come New Mexico e California hanno introdotto un cambio di prospettiva rilevante, spostando l’attenzione dalla responsabilità per i contenuti pubblicati dagli utenti alla progettazione delle piattaforme digitali. In procedimenti che hanno coinvolto aziende come Meta e Google, il fulcro delle contestazioni riguarda il design dei servizi, accusato di incentivare comportamenti compulsivi attraverso sistemi di raccomandazione e modelli di interazione continua.
Questo orientamento consente di superare in parte i limiti imposti dalla Section 230 del Communications Decency Act del 1996 (legge statunitense che limita la responsabilità delle piattaforme per i contenuti degli utenti), introducendo una logica più vicina alla responsabilità da prodotto. In tale prospettiva, non è più centrale soltanto ciò che viene pubblicato, ma il modo in cui il servizio è progettato per massimizzare il tempo di permanenza e l’engagement (coinvolgimento degli utenti).
In Europa, il quadro normativo appare già orientato verso una regolazione più ampia. Strumenti come il Digital Services Act (regolamento europeo sui servizi digitali), l’AI Act (normativa sull’intelligenza artificiale) e la disciplina sulle pratiche commerciali scorrette introducono obblighi di trasparenza, gestione del rischio e tutela del consumatore. L’approccio europeo si fonda infatti su una valutazione preventiva dei rischi sistemici, includendo anche quelli derivanti dall’interazione tra utenti e sistemi automatizzati.
Nel complesso, emerge una dinamica convergente tra evidenze cliniche, studi scientifici e sviluppi normativi. L’uso intensivo delle tecnologie digitali da parte degli anziani non rappresenta più un fenomeno marginale ma una questione strutturale che incide su salute, autonomia e qualità della vita. Allo stesso tempo, il crescente ruolo del design tecnologico nella determinazione dei comportamenti degli utenti apre nuove prospettive di responsabilità per le piattaforme, destinate a ridefinire gli equilibri tra innovazione, mercato e tutela dei diritti.

Giornalista pubblicista, ex direttore di una precedente testata e attuale direttore di Mediterranea24.









