Il conflitto cominciato il 28 febbraio 2026 è entrato nella settima notte consecutiva della nuova offensiva statunitense contro l’Iran, avviata dopo il fallimento della tregua e dell’accordo provvisorio raggiunto il 17 giugno. Gli Stati Uniti hanno dichiarato di avere colpito sistemi di sorveglianza, infrastrutture logistiche militari, depositi sotterranei di armi e capacità navali iraniane utilizzando caccia, droni e unità da guerra. Teheran ha denunciato bombardamenti su aeroporti, ponti, stazioni ferroviarie, impianti elettrici e sistemi di desalinizzazione nelle province meridionali, attribuendo agli attacchi più recenti almeno 46 morti e oltre 400 feriti. Le forze iraniane hanno replicato lanciando missili e droni contro basi e strutture situate in Kuwait, Bahrein, Giordania e in altri Stati della regione, ma diverse rivendicazioni relative alla distruzione di installazioni statunitensi o alla morte di militari americani non hanno ricevuto conferme indipendenti. Il Kuwait ha sospeso temporaneamente parte delle attività aeroportuali e ha comunicato danni a una centrale elettrica e di desalinizzazione, mentre la Giordania ha dichiarato di avere intercettato 10 missili. Lo Stretto di Hormuz è rimasto quasi chiuso al traffico commerciale, nonostante il passaggio di alcune imbarcazioni, con ripercussioni sui prezzi energetici e sulle esportazioni petrolifere dell’Iraq. Le autorità iraniane hanno minacciato operazioni offensive più ampie qualora i raid statunitensi proseguissero, mentre Libano e Iraq hanno intensificato i contatti con Washington per limitare gli effetti politici, militari ed economici della crisi.

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L’attuale guerra ha avuto inizio il 28 febbraio 2026, quando gli Stati Uniti e Israele hanno avviato una campagna militare contro l’Iran. Durante gli attacchi è stato ucciso Ali Khamenei (allora Guida suprema iraniana, autorità religiosa e politica priva di appartenenza partitica), al quale è succeduto il figlio Mojtaba. Le radici della contrapposizione tra Washington e Teheran sono tuttavia molto più lontane e risalgono almeno alla rivoluzione islamica del 1979, alla successiva occupazione dell’ambasciata statunitense e alla detenzione di oltre 50 diplomatici per 444 giorni. La dimensione marittima della contesa si era già manifestata durante la guerra delle petroliere degli anni ’80 e con la Operation Praying Mantis (operazione Mantide religiosa) del 18 aprile 1988, quando la Marina statunitense ha attaccato navi e piattaforme iraniane dopo il danneggiamento di una fregata americana provocato da una mina.

Dopo la prima fase del conflitto, il 7 aprile 2026 è stata annunciata una tregua iniziale di 2 settimane, successivamente prolungata. Il 17 giugno le parti hanno sottoscritto un memorandum of understanding (memorandum d’intesa) articolato in 14 punti, che ha formalizzato il cessate il fuoco, interrotto il blocco navale statunitense e consentito la riapertura dello Stretto di Hormuz. L’intesa ha previsto un periodo di 60 giorni per concludere un accordo definitivo sul programma nucleare iraniano, sulla navigazione commerciale e sulle eventuali tariffe per i servizi marittimi. Le prime violazioni sono state segnalate già il 25 giugno e una nuova crisi è esplosa all’inizio di luglio, quando l’Iran ha colpito alcune navi e Washington ha revocato importanti concessioni economiche, riattivando il blocco dei porti iraniani.

Nella notte tra il 17 e il 18 luglio il CENTCOM (United States Central Command, Comando centrale degli Stati Uniti) ha completato la settima offensiva consecutiva contro obiettivi iraniani. Il comando militare ha riferito di avere colpito postazioni di sorveglianza, reti logistiche, depositi sotterranei di armamenti e capacità marittime mediante aerei da combattimento, velivoli senza pilota e navi da guerra. L’operazione è stata disposta dall’amministrazione guidata da Donald Trump, che ha ripristinato il blocco navale sostenendo di voler costringere Teheran a garantire la libera circolazione nello Stretto. La versione ufficiale statunitense ha descritto gli obiettivi come militari, ma i bombardamenti hanno coinvolto anche ponti, collegamenti di trasporto e infrastrutture utilizzate dalla popolazione civile.
Le esplosioni sono state segnalate a Sirik (città costiera della provincia iraniana meridionale di Hormozgan), Bandar Abbas (capoluogo portuale della stessa provincia), Jask (centro affacciato sul Golfo di Oman) e Bushehr (provincia iraniana sud-occidentale situata sul Golfo Persico). Le autorità locali hanno denunciato attacchi contro un aeroporto, una stazione ferroviaria, 2 ponti, impianti elettrici e pompe destinate alla desalinizzazione dell’acqua. In alcuni villaggi meridionali circa 10.000 persone sono rimaste temporaneamente senza rifornimento idrico. Singoli episodi hanno causato la morte di automobilisti e residenti, compresi una donna e un conducente impegnato nel trasporto di carburante, mentre un bambino di 1 anno è rimasto ferito. Il bilancio complessivo comunicato da Teheran per l’ultima fase degli attacchi ha raggiunto almeno 46 morti e più di 400 feriti, ma non tutte le cifre hanno potuto essere controllate da osservatori indipendenti.
Il danneggiamento della rete elettrica ha obbligato le autorità iraniane a chiedere alla popolazione di limitare i consumi e spegnere i condizionatori, nonostante le temperature elevate. Gli attacchi contro strutture idriche ed energetiche hanno inoltre suscitato la preoccupazione dell’ONU, poiché la perdita di elettricità e acqua potabile può produrre conseguenze umanitarie molto più estese rispetto all’area direttamente bombardata. La qualificazione giuridica dei singoli bersagli dipenderà dalla loro effettiva utilizzazione militare, dalla proporzionalità dell’attacco e dalle precauzioni concretamente adottate per proteggere i civili.
La risposta iraniana è stata condotta dall’IRGC (Islamic Revolutionary Guard Corps, Corpo delle Guardie della rivoluzione islamica), conosciuto anche come Pasdaran, insieme alle altre componenti delle forze armate. Missili e droni sono stati lanciati contro installazioni situate in Kuwait (Stato del Golfo Persico), Bahrein (piccolo regno insulare del Golfo), Qatar (emirato della penisola arabica), Giordania (monarchia del Medio Oriente confinante con Israele), Oman (sultanato situato nella parte sud-orientale della Penisola arabica) e, secondo alcune ricostruzioni, Arabia Saudita. Il Kuwait ha comunicato che le proprie difese aeree hanno affrontato una nuova ondata di ordigni e ha sospeso temporaneamente decolli e atterraggi nell’aeroporto internazionale della capitale, mentre la compagnia di bandiera ha riprogrammato gran parte dei collegamenti.
Un attacco iraniano ha provocato un incendio nella seconda centrale kuwaitiana destinata alla produzione di elettricità e alla desalinizzazione. Alcune unità sono state scollegate per precauzione, ma il Governo ha dichiarato di avere attivato i piani d’emergenza per impedire l’interruzione dei servizi idrici ed energetici. Le forze armate giordane hanno invece riferito di avere intercettato e abbattuto 10 missili penetrati nello spazio aereo nazionale. Le notizie disponibili hanno confermato ulteriori ferimenti tra il personale militare statunitense, ma non hanno dimostrato la morte di soldati americani nella base di Camp Arifjan o la completa distruzione del radar di Ali Al Salem, entrambe rivendicate dagli apparati iraniani.
Teheran ha dichiarato anche di avere centrato in Bahrein un deposito di droni, la base aerea di Sheikh Isa e quello che ha definito il principale artificial intelligence center (centro di intelligenza artificiale) del Paese. La formula impiegata proviene direttamente dalla propaganda militare iraniana e non consente di stabilire quale struttura sia stata realmente colpita né quale fosse la sua funzione. La stampa iraniana ha inoltre annunciato il lancio di un missile da crociera terra-mare contro una nave statunitense nell’Oceano Indiano settentrionale, sostenendo che l’unità si sia allontanata dall’area. Anche queste informazioni sono rimaste prive di verifiche indipendenti complete.
Lo Stretto di Hormuz (passaggio marittimo tra Iran e Oman che collega il Golfo Persico al Golfo di Oman e all’Oceano Indiano) è diventato il centro militare ed economico della contesa. Attraverso questa rotta è transitato normalmente circa il 20% del petrolio e del gas commercializzato nel mondo. I Pasdaran hanno sostenuto di avere fermato 4 imbarcazioni e hanno proclamato la chiusura completa del canale, ma i dati di navigazione hanno indicato un traffico estremamente ridotto, non totalmente azzerato. In una delle giornate più critiche sono state registrate soltanto 8 traversate, mentre numerosi mercantili hanno modificato le rotte o disattivato i sistemi di localizzazione per limitare il rischio di attacchi. La crisi ha spinto il petrolio oltre gli 86 dollari al barile e ha aggravato le difficoltà delle economie dipendenti dalle esportazioni attraverso il Golfo.
L’organizzazione iraniana per la tutela dell’ambiente ha proposto di introdurre un pagamento collegato ai servizi ambientali e di sicurezza forniti alle navi, calcolato in base alla tipologia dell’imbarcazione, al carico trasportato e al rischio di inquinamento. La proposta non ha ancora definito procedure, importi e modalità di riscossione. La sua compatibilità con il diritto internazionale appare comunque problematica qualora il contributo si trasformasse in un pedaggio obbligatorio per il semplice transito, poiché la disciplina internazionale stabilisce che il passaggio attraverso gli stretti destinati alla navigazione mondiale non può essere impedito o sospeso. Un corrispettivo può essere più facilmente sostenuto quando remunera servizi specifici, concretamente forniti e applicati senza discriminazioni.
Mohsen Rezaei (consigliere militare della Guida suprema, già comandante dei Pasdaran ed esponente dell’area conservatrice) ha avvertito che, qualora gli attacchi statunitensi fossero proseguiti per altri 2 o 3 giorni, l’Iran sarebbe entrato in una fase di operazioni offensive su vasta scala, rinunciando alla sola logica della risposta equivalente. La minaccia è stata formulata mentre Mojtaba Khamenei (attuale Guida suprema iraniana, religioso vicino all’apparato delle Guardie e senza una carica partitica formale) è rimasto lontano dalle apparizioni pubbliche dopo essere rimasto ferito nella prima fase del conflitto. La promessa di superare ogni limite geografico ha accresciuto il rischio per gli Stati che ospitano installazioni americane, ma non ha chiarito quali capacità militari aggiuntive Teheran sia realmente in grado di impiegare.
La crisi ha coinvolto anche il Libano, dove sono stati segnalati nuovi bombardamenti israeliani nel meridione. Joseph Aoun (presidente libanese ed ex comandante dell’esercito, indipendente) è partito per Washington in vista dell’incontro del 21 luglio con il presidente statunitense. La visita è stata preparata dai colloqui tecnici tenuti a Roma tra rappresentanti libanesi e israeliani e dovrà affrontare il consolidamento del cessate il fuoco, il dispiegamento dell’esercito nazionale nel sud e il progressivo ritiro delle forze israeliane dalle aree ancora occupate.
Anche l’Iraq ha cercato percorsi alternativi allo Stretto. Durante la visita negli Stati Uniti, Ali al-Zaidi (primo ministro iracheno, imprenditore indicato come figura politica di consenso) ha annunciato 48 tra accordi, protocolli e dichiarazioni di partenariato. Reuters ha verificato la firma di decine di intese, prevalentemente non vincolanti, per un valore superiore a 60 miliardi di dollari con società energetiche e tecnologiche. Tra i progetti è comparso un oleodotto diretto verso la costa della Siria, che permetterebbe di esportare petrolio senza attraversare Hormuz.
Sul piano giuridico, la Carta delle Nazioni Unite vieta in linea generale il ricorso alla forza contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica degli Stati, consentendolo in presenza di un’autorizzazione del Consiglio di sicurezza oppure nell’esercizio della legittima difesa dopo un attacco armato. La risoluzione 2817, approvata l’11 marzo 2026 con 13 voti favorevoli e 2 astensioni, ha condannato gli attacchi iraniani contro Bahrein, Kuwait, Oman, Qatar, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Giordania. Il provvedimento non ha però autorizzato indistintamente qualsiasi successiva operazione militare statunitense sul territorio iraniano. La legittimità di ogni intervento deve essere valutata considerando necessità, proporzionalità, obiettivo perseguito e collegamento con l’aggressione alla quale si afferma di rispondere.
La UNCLOS (United Nations Convention on the Law of the Sea, Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare) riconosce alle navi e agli aeromobili il transit passage (passaggio in transito) attraverso gli stretti internazionali, imponendo agli Stati costieri di non ostacolarlo e di non sospenderlo. Le navi devono a loro volta attraversare rapidamente la zona, rispettare le regole di sicurezza e non minacciare i Paesi rivieraschi. La Corte internazionale di giustizia, nella sentenza del 2003 relativa alle piattaforme petrolifere iraniane, ha inoltre ribadito che uno Stato intenzionato a giustificare un’azione militare come legittima difesa deve dimostrarne la necessità e la proporzionalità.
Per l’Italia, Antonio Tajani (vicepresidente del Consiglio, ministro degli Esteri e segretario di Forza Italia) ha ribadito il 13 luglio la necessità di proseguire il dialogo tra Washington e Teheran, ripristinare completamente la libertà di navigazione a Hormuz e rafforzare l’operazione navale europea Aspides (“Scudi”) nel Mar Rosso. La posizione italiana ha quindi cercato di combinare la tutela delle rotte commerciali con la pressione diplomatica, evitando di presentare l’escalation militare come l’unico strumento disponibile.
Il quadro emerso nella mattina del 18 luglio mostra dunque una crisi entrata in una fase più pericolosa. Gli attacchi non sono più limitati alle installazioni strettamente militari, ma stanno coinvolgendo trasporti, acqua, elettricità, aeroporti, navigazione e rifornimenti energetici. La distinzione tra dati confermati e propaganda delle parti rimane indispensabile, soprattutto per le notizie riguardanti militari uccisi, basi distrutte e navi colpite. La possibilità che nuovi Paesi vengano trascinati direttamente nel conflitto aumenta ogni volta che un missile raggiunge uno Stato del Golfo o che una struttura civile viene danneggiata. In assenza di una nuova tregua, la combinazione tra blocco navale, quasi chiusura di Hormuz e bombardamenti delle infrastrutture essenziali può trasformare lo scontro bilaterale in una crisi regionale umanitaria ed economica ancora più vasta.

Giornalista pubblicista, ex direttore di una precedente testata e attuale direttore di Mediterranea24.








