Sintesi
Nel 2009 gli Emirati Arabi Uniti avevano rinunciato all’arricchimento dell’uranio per ottenere la cooperazione nucleare statunitense, mentre l’Arabia Saudita ha successivamente rivendicato il diritto di sviluppare un proprio ciclo del combustibile. Dopo anni di trattative e la conclusione dei negoziati annunciata nel 2025, il 22 luglio 2026 gli Stati Uniti e Riad hanno firmato un accordo civile della durata prevista di circa 30 anni, che permette la costruzione di reattori americani e contempla l’arricchimento dell’uranio, ma non comprende il protocollo che avrebbe garantito controlli internazionali più penetranti. L’intesa è stata trasmessa al Congresso e ha suscitato critiche bipartisan e forti preoccupazioni in Israele, mentre Donald Trump ha sostenuto che impedirà alla Russia e alla Cina di conquistare il mercato saudita. Il patto è arrivato durante la guerra statunitense e israeliana contro l’Iran, costata a Washington almeno 37,5 miliardi di dollari, 18 militari morti e oltre 500 feriti, con nuove minacce reciproche sullo Stretto di Hormuz. Nello stesso periodo è emersa, senza conferme ufficiali, l’ipotesi che il presidente statunitense possa sostenere Gianni Infantino per la guida delle Nazioni Unite. Sul fronte russo-ucraino, gli attacchi del 18 e del 22 luglio hanno colpito diversi magazzini Wildberries, causando vittime, feriti, incendi e la sospensione delle attività, mentre Kiev ha accusato l’impresa di sostenere la produzione militare russa e Mosca ha respinto l’addebito. Il riassetto dei vertici politici e militari ucraini ha alimentato proteste interne, mentre Stati Uniti e Russia hanno tentato di riaprire un canale diplomatico a Manila. La Duma ha inoltre approvato misure che potranno bloccare beni, conti, servizi e documenti dei cittadini russi perseguiti e residenti all’estero. In Israele sono infine iniziati gli scavi per un fossato lungo circa 170 metri nel carcere di Ketziot, ma il trasferimento effettivo dei coccodrilli non è ancora stato deciso.

Articolo
L’accordo nucleare tra gli Stati Uniti e l’Arabia Saudita si è inserito in una trattativa avviata almeno dal 2012 e proseguita durante la prima presidenza di Donald Trump, l’amministrazione di Joe Biden e il successivo ritorno del tycoon alla Casa Bianca. Riad (capitale dell’Arabia Saudita) ha collocato lo sviluppo dell’energia atomica all’interno di “Vision 2030”, il programma attraverso il quale il regno punta a diversificare l’economia, ridurre il consumo interno di petrolio e ampliare le fonti energetiche disponibili. Nel novembre 2025 i 2 Paesi avevano annunciato la conclusione dei negoziati, rinviando la firma al completamento delle procedure interne.

Il precedente più rilevante risale al 2009, quando gli Emirati Arabi Uniti avevano sottoscritto con Washington un’intesa fondata sul cosiddetto “gold standard” (standard d’oro), rinunciando espressamente all’arricchimento dell’uranio e al riprocessamento del combustibile esausto. L’Arabia Saudita non ha accettato la medesima limitazione, sostenendo di possedere risorse minerarie utilizzabili e di volere un ciclo nucleare nazionale destinato a scopi pacifici. Questa differenza ha rallentato per anni il negoziato, insieme alle dichiarazioni con cui il principe ereditario aveva avvertito che il regno avrebbe potuto procurarsi un’arma atomica qualora l’Iran ne avesse costruita una.

Il 22 luglio 2026 Chris Wright (segretario statunitense all’Energia e componente dell’amministrazione repubblicana) e Abdulaziz bin Salman (principe e ministro saudita dell’Energia) hanno firmato l’accordo di cooperazione civile e le relative garanzie bilaterali contro la proliferazione. Si tratta di un “123 Agreement” (accordo previsto dalla sezione 123 della legge statunitense sull’energia atomica), indispensabile affinché il Governo e le società americane possano trasferire materiali, competenze e tecnologie nucleari a un altro Stato. La durata prevista è di circa 30 anni e il valore potenziale raggiunge decine di miliardi di dollari.
Il progetto dovrebbe affidare un ruolo centrale a Westinghouse e al suo modello AP1000 (Advanced Passive 1000, reattore avanzato passivo da circa 1.000 megawatt elettrici). Prima della costruzione degli impianti è previsto uno studio di fattibilità, mentre l’eventuale infrastruttura per l’arricchimento richiederebbe tempi molto più lunghi. L’intesa non obbliga automaticamente Washington a consegnare a Riad la relativa tecnologia, ma crea una cornice giuridica che consente di negoziare anche le attività collegate al ciclo del combustibile. La scelta permette alle imprese statunitensi di prevalere sui concorrenti russi e cinesi, che da tempo avevano manifestato interesse per il mercato saudita.
Il punto maggiormente contestato riguarda l’assenza del Protocollo aggiuntivo dell’AIEA (Agenzia internazionale per l’energia atomica), che autorizzerebbe ispezioni più estese, rapide e intrusive, comprese verifiche in luoghi non dichiarati. L’arricchimento a bassa percentuale consente di produrre combustibile per le centrali, ma l’impiego di centrifughe sempre più efficienti può avvicinare progressivamente il materiale ai livelli necessari per finalità militari. Anche il riprocessamento del combustibile esausto può separare plutonio utilizzabile per ordigni. Per questa ragione esperti di controllo degli armamenti e parlamentari americani hanno chiesto di modificare o respingere il testo, temendo che possa indebolire gli standard internazionali e favorire una competizione atomica regionale.
Il Dipartimento dell’Energia ha assicurato che la cooperazione rispetta le prescrizioni statunitensi sulla non proliferazione e impiega tecnologie sottoposte a controlli rigorosi. L’accordo è stato trasmesso al Congresso, che dispone di 90 giorni di sessione per opporsi. Un eventuale veto presidenziale alla risoluzione contraria potrebbe essere superato soltanto con una maggioranza dei 2 terzi, condizione difficile da raggiungere perché il Partito Repubblicano controlla entrambe le Camere. Il patto non è quindi ancora operativo, sebbene il suo blocco parlamentare appaia politicamente complesso.
Il Governo israeliano ha reagito con forte preoccupazione. Esponenti della Maggioranza e dell’Opposizione hanno annunciato iniziative per convincere il Congresso a fermare l’intesa, ritenendo che l’arricchimento sul territorio saudita possa trasformarsi in una minaccia futura. La cooperazione non è stata vincolata alla normalizzazione dei rapporti tra Riad e Israele, come aveva invece tentato di fare la precedente Amministrazione americana. Le critiche hanno accresciuto la pressione su Benjamin Netanyahu (primo ministro israeliano e leader del Likud), già alle prese con divergenze strategiche con la Casa Bianca sulla conduzione delle crisi mediorientali.
Il significato politico dell’accordo è stato amplificato dalla guerra che Stati Uniti e Israele stanno combattendo contro l’Iran. Washington ha giustificato l’intervento anche con la necessità di impedire a Teheran di raggiungere capacità militari nucleari, mentre la Repubblica islamica ha continuato a sostenere che il proprio programma di arricchimento ha finalità civili. La contemporanea apertura al ciclo del combustibile saudita ha quindi alimentato l’accusa di utilizzare criteri differenti nei confronti di 2 Paesi rivali.
Intanto, le forze statunitensi hanno completato la 12ª notte consecutiva di bombardamenti dell’ultima fase dell’offensiva, colpendo infrastrutture marittime, depositi di missili e droni, sistemi di sorveglianza costiera e postazioni di difesa aerea. L’Iran ha risposto contro basi americane nei Paesi del Golfo, mentre le operazioni e le minacce hanno aggravato i rischi per la navigazione commerciale. Le Autorità iraniane hanno inoltre rivendicato il fermo di alcune petroliere e denunciato attacchi contro unità destinate al soccorso marittimo, affermazioni che non hanno ricevuto una verifica indipendente completa.
Il conflitto, iniziato nel febbraio 2026, è costato agli Stati Uniti almeno 37,5 miliardi di dollari. Alla data del 22 luglio il bilancio americano era salito a 18 militari morti e oltre 500 feriti. Il presidente si è recato alla base aerea di Dover (città dello Stato del Delaware, negli Stati Uniti) per accogliere i feretri di 4 soldati uccisi negli attacchi iraniani. La crescita del prezzo del petrolio, le spese militari e l’assenza di una prospettiva di conclusione hanno aumentato le perplessità anche tra parlamentari repubblicani, oltre che nell’Opposizione democratica e nell’opinione pubblica.
La tensione si è concentrata soprattutto sullo Stretto di Hormuz (passaggio marittimo tra il Golfo Persico e il Golfo di Oman, essenziale per il commercio energetico mondiale). La Casa Bianca ha minacciato di distruggere ponti o centrali elettriche iraniane in risposta a ogni attacco contro le navi. Abbas Araghchi (ministro degli Esteri dell’Iran) ha replicato annunciando una reazione proporzionata contro qualsiasi infrastruttura statale colpita. Antonio Tajani (vicepresidente del Consiglio e ministro degli Esteri italiano, Forza Italia) ha affermato che lo Stretto deve tornare libero, aperto e navigabile senza pedaggi, assicurando il contributo dell’Italia alla sicurezza delle rotte.
In questo scenario è circolata anche l’indiscrezione secondo cui il presidente statunitense starebbe valutando Gianni Infantino (presidente italo-svizzero della FIFA, Fédération Internationale de Football Association, Federazione internazionale del calcio) come possibile candidato alla segreteria generale dell’ONU. La ricostruzione è stata attribuita a fonti anonime della Casa Bianca e non è stata confermata né dalla presidenza né dalla federazione calcistica. Non risulta inoltre che sia stata presentata una candidatura formale. Il successore di António Guterres dovrà essere raccomandato dal Consiglio di sicurezza e successivamente nominato dall’Assemblea generale, mentre il mandato dell’attuale segretario terminerà il 31 dicembre 2026.
La guerra in Ucraina ha intanto continuato ad allargarsi alle infrastrutture economiche russe. Wildberries, nata nel 2004 in un appartamento dell’area di Mosca e divenuta la principale società russa di e-commerce (commercio elettronico), gestisce milioni di ordini quotidiani ed è spesso definita “l’Amazon russa”. Nel 2024 l’azienda si è fusa con Russ Group, operatore della pubblicità esterna, in un’operazione sostenuta dal Cremlino e presentata anche come base di un sistema digitale in rubli capace di aggirare SWIFT (Society for Worldwide Interbank Financial Telecommunication, rete internazionale per le comunicazioni finanziarie tra banche). La controversia tra i proprietari è culminata nel settembre dello stesso anno in una sparatoria nella sede centrale di Mosca, durante la quale sono morte 2 guardie di sicurezza.
Il 18 luglio 2026 droni ucraini hanno colpito i centri logistici di Kotovsk (città della regione di Tambov, nella Russia occidentale) ed Elektrostal (città della regione di Mosca), provocando complessivamente 8 morti e decine di feriti. Il 22 luglio nuovi incendi sono divampati nelle strutture di Krasnodar (città della Russia meridionale) e Nevinnomyssk (centro del territorio di Stavropol, sempre nel sud del Paese), costringendo l’impresa a sospendere le operazioni, deviare le consegne e interrompere l’addebito dei costi di deposito ai venditori coinvolti. Le autorità hanno dichiarato emergenze locali e impiegato elicotteri per contenere le fiamme.
I dati sulle conseguenze del secondo attacco non sono risultati uniformi. Tatyana Kim (fondatrice e dirigente di Wildberries, considerata la donna più ricca della Russia) ha riferito di 15 persone ferite, 10 nella prima città e 5 nella seconda. Reuters ha riportato anche la morte di una giovane donna e il ricovero di altri 3 feriti nel sito di Krasnodar, sulla base delle dichiarazioni del governatore regionale. Alcuni messaggi diffusi nelle chat sindacali hanno sostenuto che una parte del personale non sarebbe stata autorizzata ad abbandonare tempestivamente gli edifici, ma questa versione non è stata verificata in modo indipendente.
Nella stessa notte sono stati presi di mira anche 3 stabilimenti Miratorg, il maggiore produttore russo di carne, nella regione di Bryansk (territorio della Russia occidentale confinante con l’Ucraina). L’impresa ha comunicato il ferimento di una guardia e danni rilevanti a un impianto. Volodymyr Zelensky (presidente dell’Ucraina) ha rivendicato per la prima volta apertamente la scelta degli obiettivi, accusando Wildberries di fornire componenti per droni e altre attrezzature alle forze russe. Il Cremlino ha negato ogni coinvolgimento dell’azienda nella logistica militare.
Kiev ha così esteso la strategia già utilizzata contro raffinerie, depositi petroliferi, magazzini di munizioni, navi e infrastrutture logistiche. L’obiettivo dichiarato è ridurre le entrate, le capacità industriali e le catene di approvvigionamento che sostengono l’invasione russa iniziata nel febbraio 2022. Mosca ha contemporaneamente proseguito gli attacchi contro il territorio ucraino, colpendo impianti industriali, depositi di carburante, officine, strutture navali e centri logistici nelle aree di Kryvyi Rih, Zaporizhzhia, Mykolaiv, Ternopil e Leopoli, oltre a obiettivi nelle regioni di Poltava e Cherkasy.
L’escalation è coincisa con una profonda riorganizzazione del potere ucraino. Il capo dello Stato ha rimosso Oleksandr Syrskyi (ex comandante supremo delle Forze armate) e ha scelto Mykhailo Drapatyi (generale di 43 anni, considerato esponente di una generazione più giovane) per guidare l’esercito. La precedente destituzione di Mykhailo Fedorov (ex ministro della Difesa e promotore dell’innovazione tecnologica e dei droni) aveva provocato manifestazioni a Kiev (capitale dell’Ucraina), Leopoli e in altre città, con parte dei militari e dell’opinione pubblica preoccupata per l’indebolimento del processo di modernizzazione.
Dopo una telefonata con gli inviati americani Steve Witkoff e Jared Kushner (negoziatori vicini alla presidenza statunitense), il leader ucraino ha descritto il confronto come positivo. Marco Rubio (segretario di Stato degli Stati Uniti, Partito Repubblicano) ha programmato a Manila (capitale delle Filippine) un incontro con Serghei Lavrov (ministro degli Esteri della Federazione russa), a margine del vertice ASEAN (Association of Southeast Asian Nations, Associazione delle nazioni del Sud-est asiatico), con l’intenzione dichiarata di verificare se esistano condizioni per riavviare un negoziato.
Sul piano interno, il 22 luglio la Duma di Stato (camera bassa del Parlamento russo) ha approvato in seconda e terza lettura 2 disegni di legge destinati ai cittadini che vivono all’estero e sono considerati sottratti all’esecuzione di condanne penali o di specifiche sanzioni amministrative. Le fattispecie comprendono violazioni legate agli “agenti stranieri”, la richiesta di sanzioni internazionali, la contestazione dell’integrità territoriale, la partecipazione a organizzazioni dichiarate indesiderabili e la cosiddetta “discreditazione” delle Forze armate.
Le 14 restrizioni previste comprendono il congelamento di denaro e altri beni, il blocco dell’accesso ai servizi bancari digitali, il divieto di ottenere prestiti, di registrare imprese o veicoli, di compiere operazioni immobiliari, di utilizzare procure e firme elettroniche, di ricevere licenze, autorizzazioni e determinati servizi consolari. Il ministero della Giustizia dovrebbe compilare un elenco pubblico e applicare le misure dal giorno successivo all’inserimento del nominativo. Vjacheslav Volodin (presidente della Duma ed esponente di Russia Unita) ha presentato l’intervento come uno strumento contro quelli che ha definito traditori ed estremisti rifugiati in altri Stati.
Il gruppo di giuristi “Pervyj otdel” (Primo dipartimento, organizzazione russa impegnata nei procedimenti politici e di sicurezza nazionale) ha parlato di una sostanziale cancellazione del cittadino, formalmente ancora in possesso della nazionalità ma privato della capacità concreta di usare beni, conti, documenti e servizi pubblici. Secondo gli osservatori indipendenti, il provvedimento mira soprattutto a intimidire oppositori della guerra, giornalisti, attivisti, avvocati e collaboratori di enti classificati dal Cremlino come estremisti, indesiderabili o agenti stranieri.
Un’altra iniziativa contestata è stata avviata nel carcere di Ketziot (penitenziario nel deserto del Negev, nel sud di Israele), dove il 22 luglio sono iniziati gli scavi per un fossato destinato, secondo il progetto, a ospitare coccodrilli attorno a un’ala di massima sicurezza. Il piano è stato promosso da Itamar Ben-Gvir (ministro israeliano della Sicurezza nazionale e leader del partito di estrema destra Otzma Yehudit) come misura di deterrenza nei confronti dei detenuti palestinesi. La trincea dovrebbe raggiungere circa 170 metri e non sarebbe visibile dall’esterno.
Il ministero ha stanziato 21 milioni di shekel, equivalenti a circa 6,3-7 milioni di dollari, assicurando di avere predisposto programmi per la cura degli animali, la formazione del personale e la gestione del sito. Idit Silman (ministra israeliana per la Protezione ambientale, Likud) ha riclassificato il coccodrillo del Nilo per consentirne l’impiego nelle strutture di sicurezza. L’Autorità israeliana per la natura e i parchi ha però affermato che non esistono basi scientifiche o professionali per utilizzare un grande predatore in un carcere e ha segnalato pericoli per agenti, detenuti, popolazione ed ecosistema. Gli scavi costituiscono dunque una fase preparatoria, poiché non è stato ancora stabilito se gli animali saranno realmente trasferiti.
Nell’immagine di copertina la fase conclusiva dei negoziati nucleari del 2025, poi l’incendio del 22 luglio 2026 in un magazzino Wildberries e l’ingresso del carcere di Ketziot nel 2025

Giornalista pubblicista, ex direttore di una precedente testata e attuale direttore di Mediterranea24.








