Sintesi
Donald Trump ha spostato il confronto con l’Iran dalla ricerca di una nuova intesa alla minaccia di un isolamento economico ancora più pesante. La finestra di 60 giorni prevista dal memorandum del 17 giugno per arrivare a un accordo definitivo si è conclusa senza risultati. Teheran nel frattempo avrebbe studiato possibili obiettivi militari statunitensi in Bulgaria e a Cipro nel caso di nuovi attacchi americani. Non risulta tuttavia impartito alcun ordine operativo per colpire l’Europa. La trattativa è quasi ferma e le parti stanno cercando di aumentare il costo che l’avversario dovrebbe sostenere in caso di nuova escalation.

La tensione si è estesa agli Emirati Arabi Uniti, che hanno denunciato il lancio di 2 missili iraniani e hanno successivamente sospeso gli scambi commerciali e finanziari con l’Iran, mentre Teheran ha respinto l’accusa. Sul versante europeo resta elevata l’attenzione della Nato, che già a marzo ha neutralizzato una munizione balistica iraniana diretta verso lo spazio aereo turco. Il rischio maggiore non è soltanto una ripresa dei bombardamenti, ma l’allargamento della crisi a Paesi che ospitano strutture militari occidentali o mantengono importanti rapporti economici con l’Iran.

Sul fronte asiatico Trump ha annunciato di voler incontrare nuovamente Kim Jong-un entro la fine del 2026 e ha attribuito alla Corea del Nord 57 armi nucleari. La cifra è stata però superata il 20 agosto dalla valutazione del ministro della Difesa sudcoreano, che ha indicato un possibile arsenale compreso tra 80 e 120 testate, mentre una recente stima indipendente ne calcolava circa 60 già assemblate. Pyongyang ha contemporaneamente minimizzato la riduzione delle esercitazioni militari tra Stati Uniti e Corea del Sud. Il dialogo personale tra Trump e Kim potrebbe ripartire da una Corea del Nord militarmente molto più forte rispetto ai vertici del 2018 e del 2019.

Gli Stati Uniti hanno inoltre imposto nuove sanzioni alla presidente della Corte penale internazionale Tomoko Akane e al funzionario giudiziario Abdoulaye Seye. La Corte ha denunciato un attacco alla propria indipendenza, mentre il Governo giapponese e diversi Paesi europei hanno criticato la scelta americana. Lo scontro non riguarda soltanto singoli Giudici, ma il potere della Corte di esercitare la propria giurisdizione anche in procedimenti che coinvolgono cittadini e dirigenti di Stati che non aderiscono allo Statuto di Roma.
In Ucraina Volodymyr Zelensky ha rimosso Iryna Mudra dopo la perquisizione del suo ufficio nell’ambito di una vasta operazione anticorruzione, ma al momento della diffusione delle informazioni gli investigatori non l’avevano pubblicamente indicata come sospettata. Nelle stesse ore il Parlamento ha approvato Yevhenii Khmara come nuovo ministro della Difesa, mentre l’ex ministro Mykhailo Fedorov ha chiesto di individuare un meccanismo per tornare alle elezioni anche durante la guerra. In Croazia è stato inoltre arrestato un secondo cittadino ucraino ricercato dalla Germania per il sabotaggio dei gasdotti Nord Stream. Zelensky si trova contemporaneamente sotto pressione sul terreno giudiziario, politico e istituzionale.
Articolo
Dalla trattativa alla pressione economica
Donald Trump (presidente degli Stati Uniti) ha progressivamente spostato il confronto con Teheran (capitale dell’Iran) verso una strategia di pressione economica. Il 19 agosto ha minacciato un “ECONOMIC D-DAY” (“giorno D economico”), prospettando conseguenze contro l’Iran e contro soggetti o Paesi che continueranno a fornire al regime sostegno finanziario o materiale. L’Amministrazione non ha ancora precisato l’intero pacchetto di misure, ma l’attenzione si è concentrata sulle esportazioni petrolifere, sui circuiti finanziari e sulle reti utilizzate per aggirare le restrizioni internazionali.
Il passaggio è significativo perché Trump ha contemporaneamente sostenuto che non vi siano negoziati con Teheran in corso o programmati. Jared Kushner (genero e consigliere informale del presidente statunitense) ha tuttavia lasciato intendere che alcuni contatti indiretti potrebbero non essersi completamente interrotti. La situazione è quindi più complessa di un abbandono assoluto della diplomazia: il canale ufficiale appare quasi congelato, mentre possono continuare comunicazioni riservate utilizzate per evitare un’immediata ripresa delle ostilità.
Il memorandum di giugno era già in crisi
Il punto di partenza è il memorandum di Islamabad, sottoscritto il 17 giugno con la mediazione del Pakistan. L’intesa prevedeva la cessazione delle operazioni militari, un regime temporaneo di passaggio commerciale nello Stretto di Hormuz e una finestra di 60 giorni entro la quale Washington e Teheran avrebbero dovuto negoziare un accordo definitivo. Gli Stati Uniti si erano inoltre impegnati a porre termine al blocco navale entro 30 giorni.
Il termine dei 60 giorni è arrivato il 17 agosto senza un’intesa. Ma il meccanismo era già entrato in crisi settimane prima: Washington aveva dichiarato sostanzialmente esaurito l’accordo e l’Iran ne aveva contestato l’applicazione.
Il contrasto sullo Stretto di Hormuz resta uno dei punti centrali. Trump ha sostenuto che la rotta sia aperta, mentre l’Iran ha collegato il ripristino della piena libertà di transito all’attuazione degli impegni previsti a giugno. La differenza non è soltanto terminologica, in quanto da quel passaggio marittimo dipende una quota decisiva dei flussi petroliferi e di gas naturale liquefatto provenienti dal Golfo.
Teheran avrebbe studiato possibili obiettivi in Europa
Il nuovo elemento emerso il 19 agosto riguarda l’Europa. Il Financial Times (uno dei più importanti e autorevoli quotidiani economici e finanziari al mondo, fondato a Londra nel 1888) ha riferito, citando 2 persone vicine al regime iraniano, che Teheran avrebbe preso in considerazione la possibilità di colpire installazioni militari statunitensi nel sud e nel sud-est europeo nell’eventualità di una nuova offensiva americana. Si tratta di una valutazione di possibili scenari attribuita a fonti interne e non dell’annuncio pubblico di un piano d’attacco già approvato.
Tra le località richiamate figurano la Bulgaria (Stato dell’Europa sud-orientale e membro della Nato) e Cipro (Stato insulare del Mediterraneo orientale, non appartenente alla Nato). Nel primo caso l’attenzione è rivolta anche alla base aerea di Bezmer. Nel secondo viene indicata RAF Akrotiri, installazione britannica situata nell’area di sovranità del Regno Unito sull’Isola di Cipro.
La distinzione è rilevante anche dal punto di vista politico e giuridico. Un eventuale attacco sul territorio della Bulgaria coinvolgerebbe direttamente un Paese dell’Alleanza Atlantica. Akrotiri appartiene invece a una Sovereign Base Area (“area di sovranità”) britannica e porrebbe anzitutto una questione di sicurezza del Regno Unito, pur con inevitabili conseguenze per gli alleati occidentali.
Guido Crosetto (ministro italiano della Difesa) ha invitato a non escludere scenari di allargamento della crisi, osservando però che è opportuno non contribuire a suggerire possibili obiettivi o modalità operative. La preoccupazione italiana riguarda soprattutto la possibilità che la strategia iraniana punti a trasferire instabilità verso Paesi finora estranei al confronto diretto.
Il precedente del missile diretto verso la Turchia
Il rischio per il territorio europeo della Nato non è del tutto teorico. Il 4 marzo il ministero della Difesa turco ha comunicato che una munizione balistica partita dall’Iran, dopo avere attraversato le direttrici di Iraq e Siria, si era diretta verso lo spazio aereo della Turchia. Il bersaglio è stato neutralizzato da assetti della difesa aerea e missilistica della Nato schierati nel Mediterraneo orientale. Un frammento è successivamente caduto nell’area di Dörtyol, nella provincia turca di Hatay, senza provocare vittime. La comunicazione ufficiale turca documenta quindi almeno un precedente concreto.
Questo episodio non consente di sostenere automaticamente che l’Iran abbia già tentato più volte di colpire Stati europei. Dimostra però che la traiettoria dei missili lanciati nel conflitto può coinvolgere lo spazio di sicurezza dell’Alleanza.
Gli Emirati interrompono i rapporti economici
La pressione su Teheran si è aggravata anche nel Golfo. Gli Emirati Arabi Uniti hanno denunciato il lancio dall’Iran di 2 missili balistici che, secondo Abu Dhabi, erano diretti verso traffico marittimo collegato al Paese e sono poi caduti in mare. Teheran ha definito l’accusa infondata.
La risposta emiratina è stata particolarmente pesante poiché Abu Dhabi ha sospeso gli scambi commerciali, le operazioni finanziarie e le altre relazioni economiche con l’Iran fino a nuovo avviso. Gli Emirati hanno rappresentato per anni uno dei più importanti snodi commerciali e di riesportazione iraniani. La loro chiusura può quindi rendere più efficace la pressione annunciata da Washington rispetto a sanzioni applicate soltanto dagli Stati Uniti.
Nelle valutazioni attribuite a Teheran è comparsa anche l’ipotesi di azioni contro cavi sottomarini in fibra ottica nello Stretto di Hormuz. Anche in questo caso non risulta un ordine operativo confermato, ma l’eventuale danneggiamento di queste infrastrutture trasformerebbe il confronto energetico e militare in una crisi delle comunicazioni digitali internazionali.
Trump riapre a Kim, ma sulle testate i numeri divergono
Quasi contemporaneamente alla linea dura sull’Iran, Trump ha aperto un diverso canale con Kim Jong-un (leader della Corea del Nord), annunciando l’intenzione di incontrarlo entro la fine del 2026. Sarebbe il 4º incontro faccia a faccia tra i 2 dopo Singapore nel giugno 2018, Hanoi nel febbraio 2019 e l’incontro del 30 giugno 2019 nella zona demilitarizzata tra le 2 Coree. Quest’ultimo non è generalmente classificato come un vero vertice bilaterale formale.
Nel formulare l’annuncio, Trump ha sostenuto che Pyongyang disponga di 57 armi nucleari “molto potenti”. Non si tratta però di un dato ufficiale verificato dall’Aiea (Agenzia internazionale per l’energia atomica) e il quadro disponibile presenta valutazioni sensibilmente differenti.
Il 20 agosto Ahn Gyu-back (ministro della Difesa della Corea del Sud) ha riferito al Parlamento che Seoul stima oggi tra 80 e 120 testate nucleari nordcoreane, precisando che stabilire un numero esatto è estremamente difficile. È una valutazione molto superiore alle 57 indicate da Trump.
Un riferimento indipendente è arrivato dal SIPRI (Stockholm International Peace Research Institute, Istituto internazionale di ricerca sulla pace di Stoccolma). Nel rapporto pubblicato nel giugno 2026 l’istituto ha stimato che, all’inizio dell’anno, la Corea del Nord potesse avere assemblato circa 60 testate e accumulato materiale fissile sufficiente a produrne almeno altre 30. La stima SIPRI 2026 colloca quindi il numero evocato da Trump vicino a una valutazione plausibile delle testate già assemblate, ma non misura necessariamente l’intero potenziale arsenale nordcoreano.
Rafael Grossi (direttore generale dell’Aiea; Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica, o IAEA in inglese, un ente autonomo delle Nazioni Unite fondato nel 1957 con lo scopo principale è promuovere l’uso pacifico dell’energia nucleare e bloccare la sua diffusione per scopi militari o bellici) aveva già segnalato in aprile una crescita molto rapida delle capacità nordcoreane, indicando attività nel reattore da 5 megawatt di Yongbyon, nell’impianto di riprocessamento e nelle strutture di arricchimento dell’uranio. La Corea del Nord ha effettuato 6 test nucleari tra il 2006 e il settembre 2017, ma negli anni successivi ha continuato ad aumentare la disponibilità di materiale fissile e le capacità missilistiche.
Le esercitazioni ridotte non convincono Pyongyang
L’apertura di Trump è stata accompagnata dalla decisione di ridurre le esercitazioni militari congiunte con la Corea del Sud. Ulchi Freedom Shield (“Scudo della libertà Ulchi”), programmata inizialmente dal 17 al 27 agosto, è stata accorciata da 11 a 5 giorni e alcune attività sul terreno sono state ridimensionate su richiesta di Washington. Le manovre comprendono simulazioni contro minacce missilistiche, attacchi con droni, operazioni informatiche e interferenze dei sistemi GPS (Global Positioning System, sistema di posizionamento globale).
Kim Yo-jong (sorella di Kim Jong-un e influente dirigente nordcoreana) ha risposto che la riduzione non cambia, secondo Pyongyang, la natura provocatoria delle esercitazioni. Ha contemporaneamente negato che in questo momento vi sia una comunicazione diretta tra Trump e suo fratello, pur definendo ancora eccellenti i rapporti personali tra i 2 leader.
Il possibile nuovo incontro partirebbe quindi da condizioni molto differenti rispetto al 2018. I primi vertici non hanno prodotto la denuclearizzazione della penisola e, da allora, Pyongyang ha aumentato la quantità di materiale nucleare disponibile, sviluppato nuovi vettori e consolidato il proprio status di potenza nucleare di fatto.
Washington colpisce la presidente della Corte penale internazionale
Sul piano giuridico internazionale l’amministrazione Trump ha aperto un altro fronte. Il Dipartimento di Stato ha imposto sanzioni a Tomoko Akane (magistrata giapponese e presidente della Corte penale internazionale) e ad Abdoulaye Seye (magistrato senegalese e funzionario dell’ufficio del procuratore della Corte). Le misure comportano il congelamento di eventuali beni soggetti alla giurisdizione statunitense e l’esclusione dal sistema finanziario americano.
Marco Rubio (segretario di Stato degli Stati Uniti) ha accusato la Cpi (Corte penale internazionale) di avere oltrepassato i propri poteri e di agire contro cittadini e dirigenti di Paesi che non hanno accettato la sua giurisdizione. La Corte dell’Aja (tribunale internazionale con sede nei Paesi Bassi) ha risposto definendo le sanzioni un attacco alla propria indipendenza e al sistema internazionale di giustizia.
Sanae Takaichi (prima ministra del Giappone) ha giudicato la misura “molto spiacevole”, mentre il governo dei Paesi Bassi ha ribadito il proprio sostegno alla Corte. Il caso Akane ha assunto un significato particolare per Tokyo, perché il Giappone aderisce alla Cpi dal 2007 ed è uno dei suoi principali sostenitori finanziari.
La base giuridica delle sanzioni americane
La campagna statunitense poggia sull’ordine esecutivo 14203, firmato da Trump il 6 febbraio 2025. Il provvedimento ha autorizzato restrizioni economiche e di ingresso negli Stati Uniti contro persone considerate responsabili di attività della Corte rivolte contro cittadini statunitensi o di Paesi alleati senza il consenso degli Stati interessati. Tra le basi normative richiamate figura l’International Emergency Economic Powers Act (“legge sui poteri economici internazionali in caso di emergenza”).
Il punto più controverso riguarda la giurisdizione. Il fatto che uno Stato non appartenga alla Cpi non esclude in ogni circostanza l’intervento della Corte, perché lo Statuto di Roma consente l’esercizio della giurisdizione anche sulla base del territorio nel quale i fatti contestati sarebbero stati commessi, quando ricorrono le condizioni stabilite dallo Statuto. È su questa impostazione che la Cpi ha fondato anche il procedimento relativo ai territori palestinesi e il 21 novembre 2024 ha emesso mandati di arresto nei confronti di Benjamin Netanyahu (primo ministro israeliano) e Yoav Gallant (allora ministro della Difesa di Israele). La decisione ufficiale della Corte risale quindi al 2024 e non al 2023.
Gli Stati Uniti firmarono lo Statuto, ma non ne sono parte
Lo Statuto di Roma è stato adottato il 17 luglio 1998 ed è entrato in vigore il 1º luglio 2002. Gli Stati Uniti lo hanno firmato il 31 dicembre 2000, durante la presidenza di Bill Clinton, ma non lo hanno mai ratificato. Il 6 maggio 2002 Washington ha inoltre notificato al segretario generale delle Nazioni Unite che non intendeva diventare parte dello Statuto e che non riconosceva obblighi derivanti dalla precedente firma. La comunicazione depositaria delle Nazioni Unite chiarisce questo passaggio, spesso sintetizzato impropriamente affermando soltanto che gli Stati Uniti sarebbero “firmatari ma non membri”.
Israele e Russia non sono Stati parte. La Cpi, nata per perseguire singole persone e non gli Stati, esercita la propria competenza sui crimini di genocidio, contro l’umanità, di guerra e di aggressione nei limiti previsti dallo Statuto.
Kiev, Mudra rimossa dopo le perquisizioni
Anche per Volodymyr Zelensky (presidente dell’Ucraina) il 19 agosto si è aperto un fronte interno particolarmente delicato. Iryna Mudra (vicecapo dell’Ufficio del presidente con competenze nel settore della giustizia) è stata rimossa dall’incarico dopo che gli investigatori anticorruzione hanno perquisito il suo ufficio.
La distinzione giuridica è importante. Al momento in cui sono state diffuse le prime informazioni, la NABU (National Anti-Corruption Bureau of Ukraine, Ufficio nazionale anticorruzione dell’Ucraina) non aveva pubblicamente indicato Mudra come sospettata o formalmente indagata. L’agenzia aveva invece riferito di un’operazione contro una presunta organizzazione criminale comprendente parlamentari in carica ed ex parlamentari, dirigenti e alti funzionari dell’Ufficio presidenziale.
Secondo gli investigatori, il gruppo avrebbe riciclato circa 150 milioni di grivna, equivalenti a circa 3,4 milioni di dollari secondo la valutazione riportata dall’Associated Press, utilizzati anche per finanziare una cauzione collegata a un’importante precedente inchiesta sulla corruzione nel settore dell’energia nucleare statale. Le accuse dovranno naturalmente essere provate nelle sedi giudiziarie competenti. L’episodio è politicamente pesante perché segue le precedenti indagini che hanno investito persone vicine alla presidenza e riapre il problema dell’indipendenza delle istituzioni anticorruzione ucraine, tema particolarmente sensibile anche nei rapporti con l’Unione europea.
Fedorov chiede di riaprire la questione delle elezioni
Contemporaneamente Mykhailo Fedorov (ex ministro ucraino della Difesa ed ex responsabile della trasformazione digitale) ha rotto un altro equilibrio politico. Dopo essere stato rimosso dalla Difesa nel luglio scorso, ha sostenuto che “la democrazia non può essere tenuta in ostaggio dalla Russia” e ha chiesto di individuare un meccanismo legale e sicuro che consenta di ripristinare il processo elettorale anche se la guerra dovesse protrarsi. La richiesta non può essere tradotta semplicemente nella convocazione immediata delle urne. L’attuale legge ucraina sul regime di legge marziale non consente lo svolgimento delle elezioni mentre resta in vigore la legge marziale. A questo ostacolo si aggiungono problemi pratici enormi: milioni di cittadini sfollati o rifugiati all’estero, militari impegnati al fronte, territori occupati e località sottoposte ad attacchi.
La posizione di Fedorov è però politicamente nuova perché arriva da una personalità che ha fatto parte per anni del nucleo riformatore vicino a Zelensky. La sua uscita dal Governo, le proteste seguite alla sostituzione e la successiva richiesta di discutere le elezioni trasformano una questione finora soprattutto costituzionale in un possibile terreno di confronto politico interno. Il 19 agosto la Verkhovna Rada (Parlamento unicamerale dell’Ucraina) ha intanto approvato con 312 voti la nomina di Yevhenii Khmara (ufficiale ucraino) a ministro della Difesa. Per l’approvazione erano necessari almeno 226 voti.
Nei giorni precedenti Fedorov aveva anche elogiato il ruolo svolto da Elon Musk (imprenditore statunitense fondatore di SpaceX) e dal sistema satellitare Starlink nel sostenere le comunicazioni e le capacità operative ucraine. Il rapporto non è stato però privo di tensioni: erano emerse divergenze sull’impiego della rete satellitare in operazioni rivolte contro obiettivi situati all’interno della Russia.
Nord Stream, un secondo arresto in Croazia
Un ulteriore elemento di pressione su Kiev è arrivato da Pola (città costiera della Croazia), dove è stato arrestato Vladimir Z., cittadino ucraino e sommozzatore addestrato ricercato dalla Germania nell’inchiesta sulle esplosioni dei gasdotti Nord Stream (letteralmente, “Flusso del Nord”). Il fermo è stato eseguito sulla base di un mandato d’arresto europeo e l’uomo attende la procedura di consegna alle autorità tedesche.
È il 2º cittadino ucraino finito in custodia nell’ambito dell’inchiesta. I procuratori tedeschi sostengono che Vladimir Z. avrebbe fatto parte del gruppo coinvolto nel sabotaggio insieme, tra gli altri, a Serhii K., ex ufficiale delle forze armate ucraine già raggiunto dalle accuse. Si tratta di contestazioni della Magistratura tedesca e non di responsabilità accertate con sentenza.
Le esplosioni del 26 settembre 2022 hanno danneggiato Nord Stream 1 e Nord Stream 2 nelle acque del Mar Baltico vicino all’isola danese di Bornholm. Nord Stream 1 trasportava gas russo verso la Germania, mentre Nord Stream 2 non era mai entrato in servizio commerciale. Le autorità ucraine hanno ripetutamente negato di avere ordinato l’operazione.
Una crisi internazionale su più livelli
I fatti delle ultime ore mostrano 4 dinamiche diverse ma collegate. Con l’Iran, Trump sta cercando di sostituire alla fragile tregua negoziale una pressione economica capace di ridurre le risorse di Teheran senza assumersi immediatamente il costo di una nuova offensiva. Con la Corea del Nord, lo stesso presidente tenta invece di recuperare la diplomazia personale con Kim mentre Pyongyang dispone di capacità nucleari molto maggiori rispetto al 2018.
Lo scontro con la Corte penale internazionale apre contemporaneamente una battaglia sul limite tra sovranità nazionale e giustizia penale internazionale. In Ucraina, infine, le indagini anticorruzione, il dibattito sulle elezioni e gli sviluppi dell’inchiesta Nord Stream mostrano che, dopo oltre 4 anni di guerra, alla pressione militare russa si stanno sommando questioni interne che Zelensky non può più gestire soltanto come conseguenze dell’emergenza bellica.
La linea comune è proprio questa: dalla sicurezza europea al Golfo, dalla penisola coreana all’Aja e fino a Kiev, gli equilibri costruiti negli anni precedenti sono entrati in una fase nella quale deterrenza militare, sanzioni economiche, legittimità istituzionale e consenso politico stanno diventando parti dello stesso confronto. Cosa potrebbe aspettarci in Europa da un’accentuazione delle tensioni è l’incognita.
Nell’immagine di copertina, Donald Trump, Tomoko Akane, Mykhailo Fedorov.

Giornalista pubblicista, ex direttore di una precedente testata e attuale direttore di Mediterranea24.








