
Sintesi
Alle ore 00:12 del 2 giugno 2026 le stazioni della Rete Sismica Nazionale dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia hanno registrato un terremoto di magnitudo ML (Magnitudo Locale) 6.2 e magnitudo Mw (Magnitudo Momento) 6.1 nel Mar Tirreno meridionale, con epicentro in mare a circa 20-22 chilometri dalla costa nord-occidentale della Calabria, tra Amantea e Belmonte Calabro, in provincia di Cosenza, e con ipocentro a circa 250 chilometri di profondità. Dopo la scossa il Dipartimento della Protezione Civile ha attivato le procedure di monitoraggio e il capo dipartimento Fabio Ciciliano ha convocato l’Unità di Crisi a Roma. Il sisma è stato percepito in gran parte dell’Italia meridionale e in diverse aree del Centro Italia, dal Lazio alla Sicilia, grazie alla notevole energia liberata e alla profondità dell’evento. Le verifiche effettuate nelle ore successive non hanno evidenziato danni significativi a persone o strutture. Gli esperti attribuiscono il terremoto al processo di subduzione della litosfera ionica sotto l’Arco Calabro, uno dei fenomeni geodinamici più complessi del Mediterraneo. I dati storici mostrano che la zona è interessata da una sismicità profonda ricorrente, con eventi analoghi registrati nel 1998, nel 2008 e nel 1743. Le mappe di scuotimento elaborate da INGV e DPC (Dipartimento della Protezione Civile) indicano intensità massime comprese tra il IV e il V grado della scala MCS (Mercalli-Cancani-Sieberg), con effetti avvertiti su un territorio molto esteso. Gli studiosi sottolineano che terremoti così profondi raramente producono danni gravi in superficie ma rappresentano importanti indicatori dell’attività tettonica in atto nel sottosuolo del Tirreno meridionale.

Articolo
Il terremoto registrato alle ore 00:12 del 2 giugno 2026 nel Mar Tirreno meridionale rappresenta uno degli eventi sismici più significativi degli ultimi anni nell’area compresa tra la Calabria e il bacino tirrenico. Le rilevazioni ufficiali dell’INGV (Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia) hanno determinato una magnitudo ML 6.2 corrispondente a una magnitudo Mw 6.1, con epicentro localizzato in mare a circa 20-22 chilometri dalla costa nord-occidentale calabrese, nei pressi di Amantea e Belmonte Calabro, in provincia di Cosenza. L’aspetto più rilevante dell’evento è la profondità dell’ipocentro, stimata in circa 250 chilometri sotto la superficie terrestre.

Subito dopo la registrazione della scossa, la Sala Situazione Italia del Dipartimento della Protezione Civile ha avviato i contatti con le strutture territoriali del Servizio Nazionale della Protezione Civile per verificare eventuali criticità. Il capo dipartimento Fabio Ciciliano ha disposto la convocazione dell’Unità di Crisi presso la sede centrale di Roma per seguire l’evoluzione della situazione e coordinare le attività di controllo sul territorio.
Nonostante la considerevole profondità, il terremoto è stato distintamente percepito in un’area molto vasta. Numerose segnalazioni sono giunte dalla Calabria, dalla Sicilia, dalla Basilicata, dalla Campania, dalla Puglia e dal Lazio. Questo fenomeno è tipico dei terremoti profondi, che tendono a propagare le onde sismiche su distanze molto maggiori rispetto ai terremoti superficiali. Le mappe di scuotimento elaborate con i dati delle reti sismiche e accelerometriche di INGV e DPC evidenziano livelli di intensità compresi fino al IV-V grado della scala MCS, con una diffusione estesa in tutto il Mezzogiorno.
Dal punto di vista geologico, l’evento è collegato a uno dei principali processi tettonici attivi nel Mediterraneo. La causa del terremoto è infatti riconducibile alla subduzione della litosfera ionica, cioè allo sprofondamento della porzione di crosta terrestre appartenente alla placca ionica sotto l’Arco Calabro. Questo enorme blocco di litosfera, costituito dalla parte più rigida della Terra formata da crosta e mantello superiore, continua a scendere in profondità nel mantello terrestre. Durante questo lento ma incessante movimento si accumulano tensioni che vengono periodicamente rilasciate sotto forma di terremoti profondi.
I movimenti che agiscono nel sottosuolo della Calabria e del Tirreno meridionale hanno origine dall’interazione tra la placca africana e quella euroasiatica. La convergenza tra queste grandi strutture tettoniche provoca lo sprofondamento della litosfera ionica verso nord-ovest e la conseguente deformazione dell’area calabro-peloritana. Si tratta di un processo iniziato milioni di anni fa e tuttora in corso, responsabile non soltanto della sismicità profonda ma anche dell’evoluzione geologica dell’intero settore meridionale della penisola italiana.
L’analisi della sismicità storica conferma che la zona è caratterizzata da terremoti profondi ricorrenti. Secondo il CPTI15 (Catalogo Parametrico dei Terremoti Italiani), uno degli eventi storici più significativi avvenne il 2 ottobre 1743 con una magnitudo stimata di 5.1 nei pressi di Amantea comune costiero della provincia tirrenica cosentina. In epoca recente, la rete strumentale ha registrato due terremoti di magnitudo 5.1 il 18 maggio 1998 e il 17 dicembre 2008, entrambi caratterizzati da ipocentri compresi tra 270 e 310 chilometri di profondità, valori molto simili a quelli osservati nel sisma del 2 giugno 2026.
Le Isole Eolie rappresentano uno degli esempi più significativi di arco vulcanico insulare del Mediterraneo, formatosi in seguito ai complessi movimenti delle placche tettoniche che interessano l’Italia meridionale. Alla base di questo fenomeno vi è la subduzione della Placca Ionica, una porzione della più vasta placca africana, che scivola lentamente sotto la placca euroasiatica penetrando nel mantello terrestre. Questo processo, che si sviluppa a grandi profondità, è documentato dalla presenza di numerosi terremoti profondi distribuiti lungo il cosiddetto piano di Benioff, la superficie inclinata che accompagna lo sprofondamento della placca.
Durante la discesa della crosta oceanica nel mantello, le elevate pressioni e temperature provocano il rilascio dei fluidi contenuti nelle rocce. Queste sostanze favoriscono la fusione parziale del mantello sovrastante, generando ingenti quantità di magma. Essendo più caldo e meno denso delle rocce circostanti, il magma tende a risalire verso la superficie attraverso fratture e zone di debolezza della crosta terrestre, alimentando nel tempo il vulcanismo delle Eolie. È proprio questo meccanismo che ha dato origine all’arco vulcanico eoliano, una struttura geologica lunga circa 200 chilometri che comprende vulcani attivi di grande interesse scientifico come Stromboli e Vulcano.
Tra i commenti più autorevoli diffusi nelle ore successive all’evento, i sismologi dell’INGV hanno evidenziato come la notevole profondità abbia contribuito a limitare gli effetti distruttivi in superficie pur favorendo una percezione molto ampia del fenomeno. Gli esperti ricordano inoltre che terremoti di questo tipo non sono generalmente associati a fenomeni di maremoto o tsunami, poiché avvengono a profondità elevate e non provocano significativi spostamenti del fondale marino.
Alla luce delle informazioni disponibili, il terremoto di stanotte 2 giugno 2026 conferma l’elevata complessità geodinamica dell’area tirrenica meridionale e la persistente attività della zona di subduzione ionica. Pur non avendo causato danni rilevanti, l’evento costituisce un importante elemento di studio per comprendere l’evoluzione dei processi tettonici che interessano la Calabria, la Sicilia nord-orientale e l’intero bacino del Mediterraneo centrale.

Giornalista pubblicista, ex direttore di una precedente testata e attuale direttore di Mediterranea24.




