Sintesi
La Procura di Caltanissetta ha richiesto l’archiviazione del filone contro ignoti legato a mafia-appalti per le stragi del 1992 senza escludere la rilevanza investigativa della pista. Il documento ricostruisce errori, omissioni e possibili depistaggi nelle indagini successive agli attentati. Emergono dubbi su magistrati, servizi segreti e dinamiche interne alle istituzioni. Restano aperti altri procedimenti e il contenzioso sulla cosiddetta pista nera. L’Antimafia prosegue le audizioni mentre si rafforza l’ipotesi di responsabilità esterne a cosa nostra. Il quadro complessivo evidenzia una verità ancora incompleta a oltre 30 anni dalle stragi.

Articolo
La Procura di Caltanissetta ha avanzato nel mese corrente una richiesta di archiviazione relativa al filone contro ignoti connesso al dossier “mafia-appalti” del 1991, collegato alle stragi del 1992 in cui persero la vita Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. La decisione, motivata anche dalla scomparsa di alcuni soggetti indagati, non cancella la rilevanza investigativa della pista, che continua a essere considerata prioritaria dagli inquirenti. Il procuratore Salvatore De Luca ha ribadito davanti alla Commissione Antimafia la centralità del legame tra criminalità organizzata, imprenditoria e appalti pubblici, ridimensionando al contempo ipotesi alternative.

Il provvedimento, composto da 389 pagine, è un resoconto giudiziario successivo agli attentati del 1992, nel quale si tenta di individuare responsabilità e contesti che avrebbero favorito o accelerato le stragi del ’92. Nel testo emergono criticità nell’operato di alcuni magistrati dell’epoca, definiti di elevato livello professionale ma autori di scelte convergenti verso esiti che avrebbero favorito l’impunità di determinati soggetti, tra cui ambienti imprenditoriali collegati al gruppo Ferruzzi*.

Già negli anni 90 erano state espresse riserve sull’efficacia delle indagini relative ai rapporti tra mafia e imprenditoria. Secondo quanto ricostruito, investigatori e funzionari avrebbero riscontrato ostacoli operativi, tra cui mancate autorizzazioni a perquisizioni e intercettazioni, strumenti fondamentali per l’attività giudiziaria. Tali limitazioni avrebbero contribuito a configurare quella che oggi viene definita “indagine apparente”, cioè formalmente esistente ma sostanzialmente inefficace.
Nel contesto emergono anche riferimenti a rapporti tra imprenditori ritenuti vicini a cosa nostra e ambienti istituzionali. Alcune dichiarazioni di collaboratori di giustizia, tra cui Antonino Giuffrè, hanno evidenziato l’isolamento progressivo di Falcone e Borsellino all’interno di settori della magistratura, elemento che avrebbe rafforzato la capacità operativa di Salvatore Riina. Tale isolamento viene indicato come un fattore strategico già sperimentato prima delle stragi.
Un punto centrale riguarda la scomparsa dell’agenda rossa di Borsellino, considerata un documento potenzialmente decisivo. Secondo i magistrati nisseni, la sottrazione non risponderebbe a un interesse diretto della mafia, ma a quello di ambienti esterni interessati a mantenere riservate informazioni sensibili annotate dal Magistrato. La sequenza degli eventi evidenzia come la strage di via D’Amelio, avvenuta 56 giorni dopo quella di Capaci, non abbia prodotto vantaggi diretti per Cosa nostra, determinando invece l’introduzione di misure più severe come il 41 bis (regime carcerario speciale per detenuti mafiosi). Questo elemento rafforza l’ipotesi di interessi ulteriori rispetto a quelli esclusivamente mafiosi.
Le indagini successive agli attentati risultano segnate da depistaggi e anomalie. Il coordinamento investigativo affidato anche a strutture dei servizi segreti e il ruolo di funzionari come Bruno Contrada e Arnaldo La Barbera sono stati oggetto di valutazioni critiche in sede giudiziaria. Le sentenze sul depistaggio hanno evidenziato una ricostruzione definita “minimalista”, che avrebbe limitato l’accertamento delle responsabilità esterne.
Parallelamente, la Commissione parlamentare Antimafia, presieduta da Chiara Colosimo, ha riaperto il ciclo di audizioni per approfondire il ruolo della pista mafia-appalti come concausa della strage di via D’Amelio. Tra i soggetti ascoltati figurano magistrati, ufficiali del Ros (Raggruppamento Operativo Speciale dei Carabinieri) e testimoni diretti, tra cui Mario Mori e Giuseppe De Donno.
A distanza di oltre 30 anni, restano aperti diversi filoni investigativi, tra cui quello che coinvolge ex magistrati e un ufficiale della Guardia di Finanza, oltre al contenzioso sulla cosiddetta pista nera, attualmente all’esame della Cassazione. Il quadro complessivo continua a evidenziare una rete complessa di relazioni tra criminalità organizzata, politica e imprenditoria, evolutasi nel tempo verso forme più sofisticate di infiltrazione economica tramite prestanome e società formalmente regolari.
Il fattore temporale rappresenta un elemento determinante nell’analisi delle indagini. La ricostruzione delle omissioni e delle scelte investigative successive alle stragi si basa su una rilettura documentale che copre il periodo dal 1992 fino a oggi. Il documento della Procura, firmato oltre che da De Luca anche dall’aggiunto Pasquale Pacifico e dai sostituti Nadia Caruso, Claudia Pasciuti e Davide Spina, riordina cronologicamente atti e sviluppi, delineando una verità giudiziaria ancora parziale.
La cosiddetta “indagine apparente” continua quindi a rappresentare uno dei nodi più controversi nella ricerca della verità sulle stragi di Capaci e via D’Amelio, configurandosi non come conclusione ma come base documentale per ulteriori approfondimenti. Il futuro degli accertamenti dipenderà dalla disponibilità di nuove testimonianze e dalla capacità delle istituzioni di fare piena luce su una delle pagine più complesse della storia giudiziaria italiana.
* Il Gruppo Ferruzzi, fondato a Ravenna nel 1948 da Serafino Ferruzzi, nacque come colosso del commercio di cereali, soia e zucchero, diventando il principale operatore privato mondiale nel trading agricolo grazie a una vasta flotta navale e ingenti proprietà terriere. Negli anni ’80, sotto la guida del genero Raul Gardini, detto “il Corsaro”, il gruppo intraprese un’ambiziosa espansione finanziaria, acquisendo nel 1987 la Montedison e creando il più grande polo chimico italiano. L’impero, attivo nei settori agroalimentare, chimico, edilizio e armatoriale, crollò però nei primi anni ’90 per l’eccessivo indebitamento, la gestione complessa e lo scandalo Enimont legato a Tangentopoli. Il 23 luglio 1993, alla vigilia di un interrogatorio chiave con i Magistrati di Mani Pulite, Raul Gardini fu trovato morto nella sua casa di piazza Belgioioso a Milano, con un colpo di pistola alla testa. La magistratura archiviò il caso come suicidio, nonostante alcune anomalie emerse negli anni e ipotesi alternative, alimentate anche dalla rivelazione di Antonio Di Pietro di aver spostato la pistola prima dell’arrivo degli inquirenti.

Giornalista pubblicista, ex direttore di una precedente testata e attuale direttore di Mediterranea24.









