Stragi ’93 a Firenze e Milano e grazia Minetti: due atti chiudono i fascicoli ma riaprono il nodo Informazione

Il Gip di Firenze archivia su Dell’Utri e Berlusconi. Il Quirinale conferma la grazia a Minetti dopo le verifiche della Procura generale. La perplessità su un'annosa e odierna Informazione

Sintesi

La stagione delle bombe mafiose del 1993, aperta dopo Capaci e via D’Amelio e passata per Firenze, Milano e Roma, torna al centro del dibattito dopo il decreto con cui il Gip di Firenze Patrizia Martucci ha archiviato la posizione di Marcello Dell’Utri nell’inchiesta sui presunti mandanti occulti, ritenendo non emersi elementi concreti su rapporti diretti tra Cosa Nostra, Silvio Berlusconi e lo stesso Dell’Utri. Il provvedimento, firmato il 15 gennaio 2026 e reso noto il 4 giugno 2026, arriva dopo 30 anni di indagini e dopo altre archiviazioni nello stesso filone. La decisione ha provocato le reazioni di Giorgia Meloni, Marina Berlusconi, Antonio Tajani e Barbara Berlusconi, che hanno denunciato anni di sospetti e accuse ritenute infondate. Nello stesso giorno il Quirinale ha confermato che non ci sono ragioni per rivalutare la grazia concessa a Nicole Minetti, dopo gli accertamenti svolti dalla Procura generale di Milano anche tramite polizie italiane e Interpol (International Criminal Police Organization, organizzazione internazionale di Polizia criminale). Sullo sfondo resta il tema più ampio della giustizia, del diritto di cronaca, della presunzione di innocenza, della responsabilità civile dei magistrati, del pluralismo dei media e della fiducia dei cittadini verso informazione e istituzioni, in un quadro in cui l’Italia è indicata da RSF (Reporters sans frontières, Reporter senza frontiere) al 56° posto su 180 nel World Press Freedom Index 2026 (indice mondiale della libertà di stampa) e in cui il Media Pluralism Monitor (monitor del pluralismo dei media) segnala criticità su concentrazione proprietaria, indipendenza politica e trasparenza. Sullo sfondo resta anche il problema economico dell’Informazione, oggi molto digitale, specialmente nei piccoli centri, che se non sostenuto, ineluttabilmente diviene la leva dell’ingaggio.

Articolo

La nuova chiusura dell’inchiesta fiorentina sui presunti mandanti occulti delle stragi mafiose del 1993 arriva al termine di un percorso giudiziario lungo, tormentato e più volte riaperto. Dopo gli attentati del 1992 contro Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, Cosa Nostra portò la propria strategia stragista fuori dalla Sicilia: il 27 maggio 1993 l’autobomba di via dei Georgofili a Firenze provocò 5 morti, feriti e danni gravissimi al patrimonio artistico; il 27 luglio 1993 l’esplosione di via Palestro a Milano causò altre 5 vittime; nella notte tra il 27 e il 28 luglio furono colpite anche Roma, con gli attentati alle basiliche di San Giovanni in Laterano e San Giorgio al Velabro. È dentro questa sequenza che si collocò, negli anni, il filone investigativo fiorentino sui possibili mandanti esterni, poi riaperto più volte fino all’ultima ripresa del 2022.

Il 15 gennaio 2026 il Gip (Giudice per le indagini preliminari) Patrizia Martucci ha firmato il decreto di archiviazione per Marcello Dell’Utri, già indagato nell’ambito dell’inchiesta della Dda (Direzione distrettuale antimafia) di Firenze. La notizia è stata resa pubblica il 4 giugno 2026. Secondo quanto riportato dalle agenzie che hanno dato conto del provvedimento, il Giudice ha ritenuto assenti elementi concreti su contatti o rapporti diretti tra Cosa Nostra, Silvio Berlusconi e Dell’Utri, stretto collaboratore del fondatore di Forza Italia. La posizione di Berlusconi, morto il 12 giugno 2023, era già stata archiviata nel giugno 2023 proprio a seguito del decesso.

L’ipotesi investigativa sosteneva che la campagna stragista del 1993 fosse servita anche a favorire l’affermazione politica del nuovo progetto di Forza Italia. In particolare, Dell’Utri era stato indicato dall’accusa come possibile collegamento con Giuseppe Graviano, boss mafioso, e come presunto sollecitatore della strategia delle bombe. Con l’archiviazione, questa ricostruzione non ha superato il vaglio giudiziario necessario per andare oltre la fase delle indagini. Sul piano tecnico, l’archiviazione non è una sentenza di assoluzione pronunciata dopo un processo, ma l’atto con cui il Giudice chiude il procedimento quando gli elementi raccolti non sono idonei a sostenere l’accusa in giudizio, secondo la logica dell’articolo 408 del c.p.p. (codice di procedura penale).

La decisione ha immediatamente riacceso il confronto politico. Giorgia Meloni ha letto l’archiviazione come la conferma dell’inesistenza di rapporti tra Berlusconi e la criminalità organizzata, sostenendo che per 30 anni una comunità politica sia stata esposta a un sospetto infamante. Marina Berlusconi ha parlato di un impianto accusatorio e mediatico costruito sul pregiudizio, rivendicando anche il ruolo dei governi guidati dal padre nel rafforzamento del 41-bis (regime penitenziario speciale previsto per detenuti di particolare pericolosità, tra cui i boss mafiosi). Antonio Tajani, leader di FI (Forza Italia), ha accusato una parte della magistratura di aver usato accuse rivelatesi inconsistenti come arma politica, mentre Barbara Berlusconi ha richiamato il costo pubblico di indagini e processi fondati, a suo giudizio, su contestazioni prive di base.

Il caso si innesta su un altro fronte già aperto: la riforma della giustizia. Dopo il referendum costituzionale confermativo del 22 e 23 marzo 2026 sulla giustizia, respinto dagli elettori con la vittoria del No e un’affluenza indicata intorno al 58,9%, Forza Italia è tornata a proporre interventi sulla responsabilità civile dei magistrati. La Lega si è detta disponibile al confronto, mentre dentro la Maggioranza non c’è una linea comune. Il ministro Carlo Nordio ha frenato il 26 maggio 2026, affermando che la responsabilità civile delle toghe non è nel programma, non è all’ordine del giorno e, per quanto lo riguarda, non lo sarà.

Nello stesso 4 giugno 2026 è arrivata anche la chiusura istituzionale del caso Nicole Minetti. Il Quirinale ha comunicato che la Procura generale presso la Corte d’Appello di Milano, su richiesta della Presidenza della Repubblica e con sollecitazione del Ministero della Giustizia, ha svolto verifiche sui fatti riportati da notizie di stampa riguardanti la presunta infondatezza delle condizioni alla base della grazia. Gli accertamenti, condotti tramite organismi di polizia italiani e Interpol, hanno portato alla conclusione che i fatti avversi alla Minetti non corrispondono al vero. Per questo Sergio Mattarella ha preso atto delle conclusioni e ha escluso motivi per rivalutare il provvedimento di clemenza.

La grazia a Minetti era stata firmata il 18 febbraio 2026 ed era emersa pubblicamente l’11 aprile 2026. Il provvedimento aveva riguardato la pena residua legata alle condanne definitive dell’ex consigliera regionale lombarda, tra cui il filone Ruby bis e quello dei rimborsi in Regione Lombardia. Le motivazioni richiamate erano di natura umanitaria, con riferimento alle gravi condizioni di salute di un familiare minore da assistere. Il Quirinale ha precisato che la grazia, prevista dall’articolo 87 della Costituzione, è un potere del Presidente della Repubblica e che, quando la domanda è accompagnata da pareri favorevoli degli organi giudiziari competenti, da oltre 11 anni viene di norma concessa senza valutazioni estranee alle finalità umanitarie.

Il Colle ha respinto anche l’idea di una segretezza anomala. Nel secondo mandato presidenziale, ha spiegato la nota, sono state concesse 42 grazie: 12 rese note con comunicato e 30 non comunicate pubblicamente perché legate a dati sensibili, come malattie, vicende familiari, bambini e altri profili delicati. La scelta di non diffondere subito il caso Minetti, dunque, viene ricondotta alla tutela della riservatezza e non a una volontà di occultamento. Anche la Corte costituzionale, con la sentenza n. 200 del 2006, ha ricondotto la grazia a finalità essenzialmente umanitarie e alla possibilità di temperare il rigore della pena in casi individuali.

Le due vicende, pur diverse, convergono su un punto comune: il rapporto tra politica, giustizia, racconto pubblico e fiducia dei cittadini. Da una parte l’archiviazione fiorentina mostra il limite del sospetto quando non trova riscontro processuale sufficiente. Dall’altra il caso Minetti segnala quanto una notizia giornalistica, soprattutto quando tocca minori, salute, clemenza e responsabilità istituzionali, debba essere verificata con particolare rigore. Qui entrano in gioco l’articolo 21 della Costituzione, che tutela la libertà di manifestazione del pensiero e di stampa, e l’articolo 27, che stabilisce che l’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva. Il bilanciamento tra diritto di cronaca e presunzione di innocenza è stato rafforzato anche dal d.lgs. (decreto legislativo) 10 dicembre 2024, n. 198, che ha modificato l’articolo 114 del c.p.p. vietando la pubblicazione delle ordinanze cautelari fino alla conclusione delle indagini preliminari o dell’udienza preliminare.

Il tema dell’Informazione non può però essere ridotto alla sola cronaca giudiziaria. Il Report 2023 dell’Ordine dei giornalisti sul pluralismo dell’Informazione ha sottolineato che la relazione tra pluralismo e democrazia resta essenziale, ma oggi è indebolita dalla frammentazione delle opinioni pubbliche, dalla sfiducia verso Istituzioni e media (mezzi di comunicazione soprattutto televisivi), dalle piattaforme digitali, dai social network, dalle fake news (notizie false) e dal clickbaiting (titoli o contenuti costruiti per attirare clic più che per informare). La questione non è solo se esistano molte fonti, ma se quelle fonti siano percepite come affidabili.

Il quadro aggiornato conferma la delicatezza del problema. RSF (Reporters sans frontières, Reporter senza frontiere) colloca l’Italia al 56° posto su 180 nell’indice mondiale della libertà di stampa 2026, richiamando pressioni, minacce mafiose, estremismi violenti, Slapp (Strategic lawsuits against public participation, azioni legali intimidatorie contro la partecipazione pubblica) e ostacoli alla cronaca giudiziaria. Il Media Pluralism Monitor 2025, curato dal Centre for Media Pluralism and Media Freedom (Centro per il pluralismo e la libertà dei media), segnala per l’Italia rischi legati alla concentrazione proprietaria, alla trasparenza degli assetti, all’indipendenza del servizio pubblico e all’influenza politica. A livello europeo, il regolamento UE (Unione europea) 2024/1083, noto come EMFA (European Media Freedom Act, regolamento europeo sulla libertà dei media), è entrato in vigore il 7 maggio 2024 e le sue principali disposizioni si applicano dall’8 agosto 2025, con l’obiettivo di proteggere indipendenza editoriale, pluralismo, fonti giornalistiche e trasparenza della proprietà dei media. E non manca risaputamente e di tutta evidenza quanto pure dissimulato, anzi sempre più palesemente diffuso anche per necessità di sopravvivenza economica delle singole testate o televisioni, l’allineamento concettuale spacciato per oggettiva legittima critica, nonché il notorio reclutamento dell’Informazione da parte di centri di potere politico, da destra a sinistra, dai grandi centri ai piccoli comuni.

Il punto politico e civile, dunque, non è trasformare ogni archiviazione in una rivincita di parte o ogni inchiesta giornalistica in una delegittimazione preventiva. Si dovrebbe pretendere che indagini, media e istituzioni rispettino ciascuno il proprio perimetro. La Magistratura dovrebbe cercare riscontri e non alimentare processi infiniti se gli elementi non reggono oppure implicitamente incarichi ministeriali o nomine elettorali. La Stampa dovrebbe vigilare e controllare il Potere ma senza sostituire l’accertamento con la suggestione. La Politica dovrebbe commentare le decisioni giudiziarie senza usarle come clava permanente contro l’avversario o contro interi corpi dello Stato. Solo così il pluralismo non resta una formula astratta e l’Informazione torna a essere ciò che dovrebbe: non una camera d’eco delle appartenenze, ma un presidio democratico fondato su fatti verificati, linguaggio misurato e responsabilità verso i cittadini. Sullo sfondo resta anche il problema economico dell’Informazione, oggi molto digitale, specialmente nei piccoli centri, che se non sostenuto, ineluttabilmente diviene la leva dell’ingaggio.