Strage di Altavilla. Ergastolo al padre e alla coppia dei riti: i Giudici di 1° hanno escluso la seminfermità

La ricostruzione: Dal messaggio “A morte” del 3 febbraio 2024 alla sentenza di ieri 2 luglio 2026. La vicenda della villetta di Altavilla Milicia viene ridefinita tra fanatismo pseudo-religioso, torture, perizie, assoluzioni e condanne

Sintesi

La strage di Altavilla Milicia risale al febbraio 2024 e riguarda l’uccisione di Antonella Salamone e dei figli Kevin ed Emanuel nella villetta familiare del Palermitano, al culmine di un crescendo di isolamento, suggestione mistica e violenze compiute per un presunto rito di liberazione dal demonio. Dopo il ritrovamento dei corpi l’11 febbraio 2024, le indagini si sono concentrate sul marito e padre delle vittime, Giovanni Barreca, e sulla coppia formata da Sabrina Fina e Massimo Carandente, mentre la figlia allora minorenne, Miriam, è stata giudicata separatamente. Nel 2025 la ragazza era stata condannata in primo grado a 12 anni e 8 mesi, ma il 26 marzo 2026 è stata assolta in appello perché ritenuta non imputabile nel contesto di pressione e sottomissione psicologica vissuto in casa. Il 4 giugno 2026 la Procura aveva chiesto 30 anni per il padre, ritenendolo semi-infermo, e l’ergastolo per la coppia. Ieri 2 luglio 2026 la Corte d’assise di Palermo ha invece condannato tutti e 3 all’ergastolo, ritenendo superata la tesi della seminfermità e riconoscendo la piena responsabilità degli imputati nel massacro.

Articolo

La strage di Altavilla Milicia è uno dei casi più sconvolgenti della cronaca giudiziaria siciliana recente. Si tratta del massacro avvenuto nella villetta di contrada Granatelli, nel palermitano, dove nel febbraio 2024 furono uccisi Antonella Salamone, 40 anni, e i figli Kevin, 16 anni, ed Emanuel, 5 anni. Il delitto nacque dentro un contesto domestico progressivamente chiuso, dominato da ossessioni religiose, presunte presenze demoniache e riti di “purificazione” che, secondo le ricostruzioni processuali, trasformarono la casa familiare in un luogo di isolamento, sevizie e morte. L’origine della vicenda viene fatta risalire al rapporto tra il padre delle vittime e la coppia palermitana conosciuta nell’ambiente di incontri di preghiera, poi descritta dagli inquirenti come motore di un fanatismo pseudo-religioso capace di soggiogare l’intero nucleo familiare.

Il primo passaggio emerso dagli atti riguarda il 3 febbraio 2024. Quel giorno, secondo le cronache processuali, Sabrina Fina inviò a Massimo Carandente un messaggio di 2 parole, “A morte”, attraverso WhatsApp, benché i 2 si trovassero nella stessa abitazione. Poco prima avrebbe scritto anche “Guarda me, ma io sto pregando”, frase inoltrata pure a Giovanni Barreca. Quei messaggi sono stati letti come il preludio del clima di esaltazione, dominio e violenza che nei giorni successivi avrebbe travolto la moglie e i 2 figli più piccoli. Nelle chat acquisite dagli investigatori comparivano riferimenti a demoni, resurrezioni e presunti spiriti maligni, usati per giustificare ciò che veniva presentato come un rito salvifico e che invece, secondo l’accusa, fu un percorso di tortura e annientamento.

La notte del 7 febbraio 2024 segnò uno dei momenti più drammatici. La donna riuscì a usare un telefono e compose il 112, chiedendo aiuto ai Carabinieri, ma la comunicazione si interruppe e il successivo tentativo di richiamata non ebbe esito. In Aula è stato riferito che quella telefonata fu classificata come un falso allarme. La ricostruzione processuale ha poi indicato la sequenza degli omicidi: prima la moglie, percossa e uccisa, poi il figlio più piccolo, sottoposto a pratiche violente nel nome dell’esorcismo, infine il maggiore, che avrebbe tentato di reagire. L’11 febbraio 2024, dopo la chiamata del padre ai militari da Casteldaccia, i Carabinieri arrivarono nella villetta e trovarono i corpi dei 2 ragazzi, mentre i resti della madre, bruciati e nascosti nel terreno vicino alla casa, furono individuati successivamente.

Il 18 febbraio 2024 le autopsie confermarono le sevizie sui corpi dei 2 minori e la necessità di ulteriori accertamenti sui resti carbonizzati della madre. Il giorno dopo, ad Altavilla Milicia, fu proclamato il lutto cittadino e venne allestita la camera ardente nel plesso comunale Zucchetto. In quella occasione l’arcivescovo di Palermo, Corrado Lorefice, invitò a diffidare da guaritori e santoni, leggendo la tragedia anche come il segno di una fragilità capace di essere catturata da derive spirituali distorte. Il sindaco Pino Virga parlò di una comunità in ginocchio, mentre familiari e conoscenti chiedevano giustizia per una vicenda che aveva oltrepassato il confine della cronaca nera per diventare trauma collettivo.

Sul piano giudiziario, la posizione della figlia allora 17enne è stata definita in un procedimento separato davanti alla giustizia minorile. Il 6 marzo 2025 la ragazza fu condannata in primo grado a 12 anni e 8 mesi per il concorso nella strage, mentre nello stesso periodo iniziava il processo davanti alla Corte d’assise per i 3 adulti. Pochi giorni dopo, il 12 marzo 2025, la Corte di Cassazione confermò la linea del Riesame di Palermo sulla capacità di intendere e di volere del padre, superando la precedente decisione del Giudice dell’udienza preliminare di Termini Imerese che lo aveva considerato totalmente incapace e ne aveva disposto il ricovero in una struttura sanitaria giudiziaria. Quel passaggio fu decisivo perché mantenne l’uomo nel circuito processuale ordinario.

Il 26 marzo 2026 la vicenda della figlia ebbe un esito opposto rispetto al primo grado. La Corte d’appello di Palermo la assolse perché ritenuta temporaneamente incapace di intendere e di volere, dunque non imputabile, valorizzando la minore età, l’isolamento, la pressione psicologica e la soggezione esercitata dagli adulti all’interno della villetta. Secondo la ricostruzione dei Giudici, la giovane non sarebbe stata realmente in grado di autodeterminarsi in un ambiente attraversato da violenze, paura e delirio mistico. La decisione ha previsto per lei un percorso in una struttura protetta fuori dalla Sicilia, con educatori, specialisti e verifiche periodiche.

Il 4 giugno 2026, durante la requisitoria, il Pubblico ministero Manfredi Lanza definì quanto avvenuto nella villetta come una sequenza di sevizie e atrocità. Per l’accusa, la responsabilità dei 3 imputati era provata, ma la Procura chiese pene diverse: 30 anni per il padre, ritenuto semi-infermo di mente, e l’ergastolo per la coppia. Nello stesso giorno, il fratello della vittima, Calogero Salamone, intervenne pubblicamente chiedendo il carcere a vita per tutti e ringraziando gli inquirenti per il lavoro svolto. Quelle parole anticipavano il nodo centrale del verdetto: capire se il delirio religioso dovesse incidere sulla pena oppure se, al contrario, non bastasse a ridurre la piena imputabilità.

ieri 2 luglio 2026, dopo una lunga camera di consiglio, la Corte d’assise di Palermo ha condannato all’ergastolo tutti e 3 gli imputati. La decisione ha aggravato l’impostazione richiesta dalla Procura per il padre, poiché i Giudici di primo grado non hanno riconosciuto la seminfermità mentale e hanno ritenuto pienamente responsabili sia lui sia la coppia. La sentenza è di primo grado, dunque non definitiva, ma segna un passaggio pesante nella ricostruzione giudiziaria della strage: non un gesto isolato o improvviso, ma un massacro maturato in più giorni, dentro un sistema di dominio, fanatismo e violenza condivisa.

Dal punto di vista normativo, il processo si è mosso nel quadro dell’omicidio volontario e delle aggravanti previste dal codice penale. L’articolo 575 punisce chi cagiona la morte di una persona con la reclusione non inferiore a 21 anni, mentre l’articolo 576 consente l’ergastolo in presenza di specifiche circostanze aggravanti. Il tema dell’imputabilità è stato centrale: l’articolo 88 disciplina il vizio totale di mente, che esclude la capacità di intendere o di volere, mentre l’articolo 89 riguarda il vizio parziale, che riduce ma non cancella la responsabilità. Per la figlia, allora minorenne, rileva anche l’articolo 98, secondo cui chi ha compiuto 14 anni ma non ancora 18 è imputabile solo se aveva capacità di intendere e di volere, con pena diminuita in caso di responsabilità.

Sul piano delle novità legislative, va ricordata la legge 2 dicembre 2025, n. 181, entrata in vigore il 17 dicembre 2025, che ha introdotto nel codice penale il delitto autonomo di femminicidio. Tuttavia, per fatti commessi nel febbraio 2024, ogni valutazione resta ancorata al principio di irretroattività della legge penale più sfavorevole, sancito dall’articolo 25 della Costituzione. Per questo la nuova fattispecie non modifica retroattivamente l’imputazione della strage, ma rappresenta il contesto normativo più recente entro cui oggi vengono lette le uccisioni di donne quando siano legate a dominio, controllo, discriminazione o possesso.

La vicenda di Altavilla Milicia resta quindi la storia di una famiglia annientata dentro la propria casa, ma anche il caso giudiziario in cui il confine tra delirio, manipolazione e responsabilità penale è stato esaminato in modo opposto per gli adulti e per la minore. Per i primi, i Giudici hanno scelto la linea della piena imputabilità e del carcere a vita. Per la seconda, l’appello ha riconosciuto l’incapacità di autodeterminarsi in un ambiente chiuso e dominato dagli adulti. In mezzo restano le vittime, una comunità ferita e una domanda che attraversa l’intero processo: come sia stato possibile che, dietro la facciata di preghiere e presunte liberazioni, si sia consumata una delle più crudeli stragi familiari degli ultimi anni, nonché le domande che l’uomo si pone dalla notte dei tempi: chi siamo, da dove veniamo, cosa abita dentro di noi, cosa ci guida e verso dove siamo destinati ad andare ?