Sintesi
Dal 27 maggio 2024, con l’Accordo per lo sviluppo e la coesione sottoscritto a Palermo, la Sicilia ha avuto a disposizione una stagione finanziaria eccezionale, alimentata da FSC, PNRR e politiche europee. Nel 2025 l’economia regionale ha continuato a crescere, ma a ritmo più lento, con un aumento trainato soprattutto da edilizia, opere pubbliche e investimenti, non da una trasformazione strutturale già consolidata. A fine 2025 e nei primi mesi del 2026 i dati disponibili hanno mostrato una spesa pubblica in aumento, gare numerose, pagamenti ancora parziali, turismo in tenuta e occupazione complessivamente positiva, ma anche calo dell’occupazione femminile, fuga di giovani e laureati, redditi reali ancora deboli e servizi digitali comunali sotto la media nazionale. Nel 2026 le liste di attesa sanitarie sono rimaste il punto più critico, con la Sicilia indicata tra i territori in peggioramento per visite ed esami specialistici, mentre la nuova programmazione nazionale impone alle Regioni tempi, agende e controlli più stringenti. Sul fronte dei trasporti, i cantieri ferroviari e gli interventi di manutenzione promettono benefici futuri, ma nel presente producono cancellazioni, bus sostitutivi e disagi, aggravati da eventi meteo e scioperi. Anche la giustizia civile registra passi avanti nello smaltimento dell’arretrato, senza che ciò basti a cancellare lentezze, carenze organizzative e sfiducia. Le critiche alla politica regionale nascono quindi dal divario tra i risultati rivendicati e la vita quotidiana di chi incontra sanità lenta, mobilità incerta, precarietà, clientelismo percepito, nomine contestate, risorse distribuite in mille rivoli e timori per il dopo PNRR, quando la fine degli stimoli straordinari potrebbe lasciare strutture costose da mantenere e il rischio di nuova pressione fiscale, soprattutto locale.

Articolo
Nel giugno 2026 la contrapposizione tra il racconto ottimistico del centrodestra al Governo della Sicilia e le contestazioni di cittadini, Opposizioni e osservatori, nasce da un dato semplice: i numeri generali possono indicare una crescita, ma i fattti concreti quotidiani continuano spesso a restituire una realtà più faticosa. Dire che l’Isola cresce non è falso se si guarda ad alcuni indicatori economici, ma diventa una narrazione parziale quando quella crescita non si traduce in tempi sanitari più brevi, collegamenti affidabili, lavoro stabile, uffici più rapidi, infrastrutture moderne e minore emigrazione giovanile.

Il punto di partenza politico e finanziario è il 27 maggio 2024, quando a Palermo venne firmato l’Accordo per lo sviluppo e la coesione tra il Governo nazionale e la Regione Siciliana. L’intesa fu presentata come una delle più rilevanti in Italia e mobilitò circa 6,862 miliardi di euro collegati al FSC (Fondo per lo sviluppo e la coesione), con centinaia di interventi destinati a infrastrutture, imprese, ambiente, mobilità sostenibile, riqualificazione urbana e opere strategiche. A queste risorse si sono aggiunti i fondi del PNRR (Piano nazionale di ripresa e resilienza), che al 15 aprile 2026 risultavano assegnati alla Sicilia per 12,6 miliardi di euro, pari all’8,6% del totale nazionale. È una massa di denaro pubblica enorme, probabilmente irripetibile nel breve periodo, ed è proprio per questo che le critiche diventano più dure quando si teme che una parte delle risorse venga dispersa in interventi frammentati, utili alla visibilità territoriale dei singoli gruppi politici più che a un salto permanente della qualità dei servizi.

Nel 2025 il PIL (prodotto interno lordo) siciliano è cresciuto dello 0,6%, con un andamento lievemente migliore (0,1) della media italiana ma più lento rispetto all’anno precedente. L’industria ha mostrato un recupero contenuto, le costruzioni hanno beneficiato della spinta delle opere pubbliche e i servizi hanno rallentato, pur restando il cuore dell’economia regionale. Il turismo ha continuato a muoversi in territorio positivo, ma non ha cancellato i limiti strutturali di accessibilità, manutenzione, trasporto locale, pulizia urbana, rete idrica, depurazione e servizi di supporto. Il dato turistico, da solo, non basta quindi a trasformare una stagione di eventi, spettacoli e presenze in un modello stabile di sviluppo.
Il lavoro racconta la stessa ambivalenza. L’occupazione complessiva è aumentata, ma con un passo meno intenso, mentre è diminuita quella femminile e si sono ridotte le posizioni dei giovani tra 25 e 34 anni e dei laureati. Questo è uno degli elementi più delicati, perché mostra che la crescita sostenuta da cantieri e spesa pubblica non sempre trattiene le competenze migliori. Svimez (Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno) ha continuato a segnalare la perdita di capitale umano dal Sud e, per la Sicilia, il dato dei giovani emigrati tra 2022 e 2024 conferma una frattura profonda: non partono soltanto persone in cerca di fortuna, ma studenti, professionisti, donne e laureati che non trovano nell’Isola opportunità adeguate. È qui che la comunicazione trionfalistica si scontra con la domanda più concreta: se la Sicilia cresce davvero, perché una parte decisiva della sua generazione più formata continua ad andarsene?
La sanità resta il banco di prova più doloroso. Il SSR (Servizio sanitario regionale) si regge su ASP (Aziende sanitarie provinciali), aziende ospedaliere, policlinici universitari, presidi territoriali, consultori, ambulatori e strutture di emergenza, ma il cittadino misura tutto con un criterio molto semplice: quanto deve aspettare per una visita, un esame, un intervento, una diagnosi. Nel 2026 Agenas (Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali) ha avviato una nuova piattaforma nazionale di monitoraggio delle liste di attesa e i primi dati hanno indicato la Sicilia tra le realtà in difficoltà sia per le visite specialistiche sia per gli esami diagnostici. Questo rende fragile ogni rivendicazione politica su una riduzione generalizzata dei tempi, perché gli stanziamenti e gli annunci non equivalgono automaticamente a prestazioni disponibili nei tempi previsti.
Il quadro normativo è diventato più stringente con il nuovo PNGLA (Piano nazionale di governo delle liste di attesa) 2026-2028, collegato al decreto legge 73/2024, convertito nella legge 107/2024. Il sistema impone alle Regioni di adottare piani propri, integrare le agende nel CUP (Centro unico di prenotazione), rafforzare l’interoperabilità con la piattaforma nazionale e rispettare classi di priorità più verificabili. Sulla carta è un passo importante, ma in Sicilia il problema rimane l’attuazione: se mancano personale, organizzazione, sale diagnostiche operative, medici disponibili e controlli sulle agende pubbliche e private accreditate, la norma rischia di restare una cornice corretta dentro una macchina ancora lenta.
Anche gli investimenti sanitari del PNRR mostrano luci e ombre. Le COT (Centrali operative territoriali) risultano attivate, ma case e ospedali di comunità procedono con maggiore fatica, mentre l’ADI (assistenza domiciliare integrata) e il FSE (Fascicolo sanitario elettronico) richiedono un uso più esteso e uniforme. Il nodo non è soltanto costruire o inaugurare strutture, ma renderle funzionanti, dotarle di personale, collegarle ai medici di base e trasformarle in servizi realmente percepiti dai cittadini. La sanità, più di ogni altro settore, dimostra che un’opera finanziata non coincide con un diritto concretamente garantito.
La mobilità ripropone la stessa distanza tra promessa e presente. RFI (Rete ferroviaria italiana) sta portando avanti interventi di ammodernamento e potenziamento sulle direttrici Palermo-Catania-Messina, Messina-Palermo e Messina-Siracusa, anche con fondi europei e PNRR. La parte finanziata o rendicontabile nel PNRR che non risulta compatibile con la scadenza del 30 giugno 2026 rischia di essere cancellata. Nei documenti PNRR la Palermo-Catania rientrava nel target 2026 per 37 km, cioè Catenanuova-Dittaino e Dittaino-Enna, mentre la pagina aggiornata di FS indica per i lotti Enna-Dittaino e Dittaino-Catenanuova l’attivazione nel 2028, e per altri lotti addirittura 2031, 2032 e 2033. Quindi i tempi non coincidono con la chiusura PNRR. Il tema tuttavia è stato oggetto di dibattito sindacale: Filt Cgil, Fit Cisl e Uiltrasporti hanno parlato nel maggio 2025 di esclusione dal PNRR per mancato completamento entro il termine europeo, pur segnalando che il Governo avrebbe annunciato coperture alternative.
Alle criticità ferroviarie si aggiungono quelle autostradali spesso al centro di proteste per cantieri, manutenzioni, sicurezza, pedaggi (solo per A18 e A20 poiché la A19 è gratuita) e tempi di percorrenza. Anche qui il problema non è negare gli investimenti, ma misurare la qualità del servizio durante la transizione. Nel solo giugno 2026 i disagi autostradali più pesanti in Sicilia hanno riguardato soprattutto la A19 Palermo-Catania, arteria gratuita gestita da Anas, lunga poco più di 191 km e fondamentale per i collegamenti tra le 2 principali città dell’Isola attraverso l’entroterra di Caltanissetta ed Enna. Le criticità sono state provocate dall’intreccio tra traffico estivo, incidenti, cantieri e interventi di manutenzione, con code di chilometri e automobilisti rimasti fermi per ore sotto il sole, fino ai casi simbolici delle persone scese dalle auto e riparatesi con gli ombrelloni lungo la carreggiata. I punti più delicati sono stati l’area di Buonfornello, il tratto centrale dell’autostrada e le zone di Tremonzelli e Caltanissetta, interessate da lavori e limitazioni alla circolazione. Va però precisato che l’incidente del 10 giugno nei pressi di Buonfornello, tra un’autocisterna e un mezzo di cantiere Anas, ha causato un ferito e non vittime, mentre altri incidenti mortali hanno riguardato anche la direttrice Palermo-Messina. Disagi significativi si sono registrati pure sulle autostrade A18 Messina-Catania e A20 Messina-Palermo, gestite dal CAS (Consorzio per le autostrade siciliane), dove i cantieri estivi hanno determinato rallentamenti e dove dal 1° giugno 2026 è stata attivata una procedura di rimborso del pedaggio per ritardi, blocchi e limitazioni dovuti a lavori, incidenti o eventi meteo.
Sulla giustizia civile il quadro è più favorevole rispetto al passato, ma non tale da giustificare toni celebrativi assoluti. Gli obiettivi PNRR puntano a una forte riduzione dell’arretrato civile e i monitoraggi ministeriali hanno registrato progressi significativi nei tribunali e nelle corti d’appello. Tuttavia smaltire fascicoli vecchi non significa automaticamente avere una giustizia rapida per le cause nuove. Restano carenze di personale amministrativo, scoperture negli organici, edilizia giudiziaria da migliorare, digitalizzazione incompleta e tempi ancora lontani dagli standard più efficienti. La percezione del cittadino non cambia finché un recupero statistico non diventa udienza più vicina, sentenza più tempestiva e minore costo per ottenere tutela.
Il sistema pubblico regionale è molto ampio e complesso. Comprende i rami dell’amministrazione centrale, gli assessorati, i dipartimenti, gli enti vigilati, le aziende sanitarie, i musei, i parchi archeologici, le soprintendenze, il Corpo forestale, gli uffici per agricoltura, attività produttive, istruzione, formazione, ambiente, infrastrutture, acqua e rifiuti. Nel settore idrico e ambientale operano anche ATI (Assemblee territoriali idriche) e SRR (Società per la regolamentazione del servizio di gestione rifiuti). Questa macchina può produrre risultati soltanto se è coordinata, controllata e valutata. Quando invece prevalgono burocrazia, competenze sovrapposte, nomine di equilibrio politico, ritardi nei pagamenti e responsabilità poco chiare, anche le risorse più consistenti perdono forza.
Le critiche più aspre riguardano proprio la qualità della classe dirigente e il metodo di gestione. Opposizioni, stampa e parte dell’opinione pubblica contestano nomine interne, correnti locali, familismo, nepotismo, controllo politico dell’informazione, vecchie reti di potere e uso clientelare dei finanziamenti. Sono accuse politiche che vanno distinte dai fatti giudiziariamente accertati, ma non possono essere liquidate come semplice polemica, perché si inseriscono in un contesto nazionale in cui la Corte dei conti ha segnalato rischi di frodi, distrazione di contributi pubblici e uso irregolare di risorse europee, statali e regionali, anche in relazione al PNRR. La questione morale non è quindi un tema astratto: diventa concreta quando riguarda appalti, incarichi, consulenze, sanità, enti partecipati e distribuzione territoriale dei fondi.
Il caso dei finanziamenti frammentati, spesso definiti “a pioggia”, rafforza questa sfiducia. Quando centinaia di microinterventi vengono percepiti come strumenti per soddisfare territori elettorali, deputati regionali e reti di consenso, il cittadino tende a chiedersi se l’interesse generale venga davvero prima del ritorno politico immediato. Non tutti i progetti locali sono inutili e non ogni contributo territoriale è clientelare, ma la politica dovrebbe dimostrare con dati trasparenti quali opere producono sviluppo, quali servizi migliorano, quali imprese crescono, quanti posti di lavoro stabili nascono e quali controlli impediscono sprechi o favoritismi.
La digitalizzazione conferma il ritardo. I Comuni siciliani hanno migliorato alcuni servizi online, ma restano sotto la media italiana per piena disponibilità digitale, competenze, adeguatezza delle postazioni e uso delle tecnologie più avanzate. Questo pesa su imprese e cittadini, perché un bando, una pratica edilizia, una prenotazione, una richiesta di accesso agli atti o un pagamento non dovrebbero dipendere dalla capacità del singolo ufficio o dalla pazienza dell’utente. La modernizzazione amministrativa è una delle condizioni per evitare che i fondi straordinari diventino solo spesa e non cambiamento.
Il turismo e la cultura sono un altro terreno di contrasto. La Regione può rivendicare eventi, cartelloni, festival, musei, teatri, parchi archeologici e incremento delle presenze straniere, ma l’attrattività non si misura soltanto con gli spettacoli. Si misura anche con strade praticabili, treni puntuali, aeroporti collegati, bagni pubblici, segnaletica, decoro urbano, raccolta rifiuti, depurazione, acqua disponibile, accessibilità per disabili, sicurezza e capacità di trattenere ricchezza nei territori. Senza questi elementi, l’evento produce visibilità, ma non sempre sviluppo stabile.
La preoccupazione di fondo riguarda il dopo PNRR. Nel 2025 la spesa degli Enti territoriali è cresciuta soprattutto nella parte in conto capitale, cioè negli investimenti, anche per effetto delle politiche di coesione e dei fondi europei. Alla fine dello stesso anno le gare finanziate dal Piano erano circa 17.000, per un valore di 6,4 miliardi, con aggiudicazioni pari a circa il 75% dell’importo bandito e pagamenti vicini a 4,8 miliardi, cioè il 38,6% dei finanziamenti assegnati. Questi numeri indicano movimento, ma anche una fase ancora incompleta. Il vero giudizio arriverà quando si capirà se le opere saranno terminate, utili, manutenibili e capaci di generare produttività.
Il rischio non è automatico, ma è serio: se i fondi straordinari finanziano strutture, apparati e spese che poi richiedono costi permanenti senza aumentare produttività, servizi e base economica, qualcuno dovrà pagare il conto. Potrebbero crescere tariffe, addizionali, imposte locali, tributi regionali, costi comunali o pressione indiretta sui cittadini. A livello nazionale la pressione fiscale nel 2025 è aumentata rispetto all’anno precedente, e le previsioni successive indicano che il sostegno degli investimenti pubblici legati al PNRR tenderà a ridursi. Per questo appare debole una comunicazione politica che parla soltanto di tasse diminuite o di economia in salute senza spiegare come verranno mantenuti gli apparati creati, come si eviteranno sprechi e quale crescita reale resterà dopo la fine della spinta europea.
La Sicilia, dunque, non è ferma e non è priva di risultati. Ha risorse, cantieri, turismo, imprese, università, competenze, cultura, porti, aeroporti, aree industriali e una posizione mediterranea strategica. Ma l’ottimismo istituzionale diventa credibile solo se accetta il confronto con le criticità. Crescere dello 0,6% non basta se i giovani partono, le donne lavorano meno, le liste di attesa peggiorano, i treni vengono sostituiti dai bus, la giustizia resta lenta, i Comuni sono poco digitali e i fondi pubblici vengono percepiti come strumenti di consenso più che come leve di trasformazione.
La vera sfida del Governo regionale non è quindi moltiplicare comunicati, inaugurazioni e narrazioni positive, ma dimostrare che ogni euro ricevuto produce un servizio misurabile. Meno tempi di attesa, meno emigrazione qualificata, più lavoro stabile, più trasporti efficienti, più trasparenza sugli appalti, più controlli sulle nomine, più digitalizzazione, più manutenzione e meno spesa dispersa. Solo allora il racconto della Sicilia che cresce potrà smettere di sembrare propaganda e diventare esperienza quotidiana.
L’opinione
Raccontare vicende soggettive di lettori, purtroppo simili a molte altre già ascoltate, servirebbe a mostrare quanto sia distante la realtà quotidiana di tante persone dalla propaganda secondo cui tutto procede bene, tutti sono soddisfatti, si divertono, viaggiano, spendono e si godono la vita. Per farlo seriamente, però, non basta neanche trasformare i fatti in un racconto quasi romanzato con nomi, luoghi e strutture inventate: servono prove, atti e riscontri se non si vuole incorrere in conseguenze legali. Inoltre le situazioni problematiche sono ormai così diffuse da sembrare quasi scontate, al punto che l’opinione pubblica appare pure assuefatta e spesso reagisce solo davanti a contenuti sensazionalistici, emotivi o costruiti come notizie shock, magari affidati più a immagini e video da interpretare che a un vero approfondimento. Per questo si è ritenuto, attraverso questo riassuntivo articolo, di fare quanto meno emergere la distanza tra la narrazione ufficiale e la vita reale, mettendo in luce le responsabilità della politica, delle istituzioni e di un annoso sistema pubblico che a volte, se non anche spesso, funziona male, mentre media e social allineati contribuiscono a diffondere una verità parziale e rassicurante.
Immagine realizzata con Ia.

Giornalista pubblicista, ex direttore di una precedente testata e attuale direttore di Mediterranea24.









