Sintesi
Il Tribunale di Palermo ha condannato Paolo Arata a 8 anni e 9 mesi di carcere per corruzione propria nell’ambito dell’inchiesta sul settore eolico avviata nel 2019. I Giudici hanno riconosciuto l’esistenza di un sistema di mazzette per pilotare autorizzazioni regionali con il coinvolgimento di funzionari pubblici e imprenditori. Accertato il ruolo di Arata come socio occulto di Vito Nicastri, ritenuto vicino a Matteo Messina Denaro. Condanne e patteggiamenti hanno colpito dirigenti regionali e intermediari. Una parte dell’indagine resta aperta a Roma per il filone politico-istituzionale.

Articolo
Dopo 15 ore di camera di consiglio, i Giudici della IV sezione del Tribunale di Palermo hanno pronunciato la sentenza che chiude uno dei più rilevanti processi sulla corruzione nel settore energetico in Sicilia. Paolo Arata, faccendiere, ex deputato di Forza Italia ed ex consulente della Lega per l’energia, è stato condannato a 8 anni e 9 mesi di reclusione per corruzione propria. La vicenda giudiziaria, avviata nel 2019, aveva già portato all’arresto e alla successiva condanna del figlio Francesco Paolo Arata a 2 anni e 3 mesi per lo stesso reato.

L’indagine, coordinata dal Pubblico ministero Gianluca De Leo, ha ricostruito un sistema illecito fondato su rapporti d’affari occulti, favori e pagamenti indebiti per ottenere autorizzazioni e accelerazioni procedurali nel settore dell’energia eolica. Secondo quanto accertato, Arata era socio occulto di Vito Nicastri, definito “re dell’eolico”, ex elettricista di Alcamo che aveva costruito una fortuna miliardaria grazie agli impianti di pale eoliche ed è ritenuto tra i finanziatori della latitanza del boss Matteo Messina Denaro, deceduto nel 2023. Le dichiarazioni rese da Nicastri agli inquirenti hanno avuto un peso centrale nella ricostruzione dell’impianto accusatorio.

Il procedimento ha messo in luce un articolato giro di tangenti all’interno della Regione Siciliana, con il coinvolgimento di funzionari dell’Assessorato regionale all’Energia. Tra questi figura l’ex dirigente Alberto Tinnirello, condannato a 8 anni per corruzione propria, per aver ricevuto denaro in cambio di atti contrari ai doveri d’ufficio. Nello stesso filone risultano coinvolti Nicastri e il figlio Manlio, che hanno patteggiato dopo numerose ammissioni, il dirigente regionale Giacomo Causarano, condannato separatamente con rito abbreviato a 2 anni, e Antonello Barbieri, condannato a 3 anni. Il processo, durato complessivamente 6 anni, ha confermato l’esistenza di un meccanismo stabile e organizzato di scambio tra pubblico e privato.
Sulla base delle dichiarazioni di Nicastri, gli inquirenti hanno quantificato il prezzo delle autorizzazioni e dei permessi concessi in maniera illecita in circa 500000 euro. Una cifra che, secondo la sentenza, rappresenta il valore economico del sistema corruttivo costruito attorno alla gestione dell’eolico in Sicilia. Gli atti giudiziari descrivono un contesto in cui l’interesse imprenditoriale si saldava con la disponibilità di funzionari infedeli, producendo vantaggi indebiti e alterando le regole della concorrenza.
Una tranche dell’inchiesta resta ancora aperta a Roma per il presunto coinvolgimento dell’ex sottosegretario alle Infrastrutture Armando Siri. Il filone romano riguarda i profili politici e istituzionali emersi nel corso delle indagini e potrebbe portare a ulteriori sviluppi giudiziari. Nel complesso, la sentenza di Palermo rappresenta un punto fermo nella repressione della corruzione nel settore energetico e nella ricostruzione dei rapporti tra affari, politica e contesti mafiosi in Sicilia.
Immagine di copertina realizzata con Ia.

Giornalista pubblicista, ex direttore di una precedente testata e attuale direttore di Mediterranea24.









