Sicilia. Più occupati ma lavoro povero: pensioni basse e 19 mila lavoratori in attesa

Il Rendiconto sociale 2025 ha registrato una lieve crescita dell’occupazione, senza però ridurre precarietà, divari salariali e fuga dei giovan

Nel 2024 la Sicilia ha perso 25.654 residenti per effetto del saldo naturale e dei movimenti con l’estero, ai quali si è aggiunto un saldo negativo di 10.392 persone nei trasferimenti con le altre regioni. Nel 2025 l’occupazione è aumentata dello 0,5%, ma il relativo tasso si è fermato al 47,3%, la disoccupazione ha raggiunto il 12,2%, gli inattivi hanno sfiorato 1,4 milioni e i giovani che non studiano, non lavorano e non seguono percorsi formativi sono stati circa 174.000. Le nuove assunzioni sono state prevalentemente temporanee, le retribuzioni sono rimaste inferiori alla media nazionale e il 46% delle pensioni previdenziali non ha superato 1.000 euro mensili. Nei primi mesi del 2026 la Regione ha chiesto di prolungare la maggiore capacità assunzionale introdotta dall’accordo del 2023 e a luglio ha ottenuto l’autorizzazione per 724 ingressi aggiuntivi. Nello stesso periodo si sono rafforzate le richieste di circa 4.000 addetti delle imprese che operano negli ospedali e di circa 15.000 dipendenti comunali stabilizzati con orari ridotti. È proseguita anche la contestazione dei sindaci siciliani contro i criteri di distribuzione del Fondo di solidarietà comunale, mentre la prima rata nazionale, inizialmente bloccata oltre la scadenza, è stata pagata il 21 luglio 2026.

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Il Rendiconto sociale regionale 2025 dell’INPS non è stato una rilevazione occasionale, ma lo strumento attraverso il quale il CIV (Consiglio di indirizzo e vigilanza) ha confrontato l’andamento previdenziale, occupazionale e sociale dei territori nel quadriennio 2022-2025. Il documento siciliano è stato presentato venerdì 24 luglio 2026 nel Complesso monumentale allo Steri, palazzo storico di Palermo alla presenza degli organismi di indirizzo e della direzione regionale dell’Istituto. Il rapporto ha offerto un’immagine articolata dell’Isola: alcuni indicatori sono migliorati, ma non abbastanza da colmare le distanze con il resto d’Italia o da modificare la qualità del lavoro disponibile.

Il primo elemento di debolezza è stato demografico. Alla fine del 2024 i residenti sono risultati 4.787.390. Il saldo complessivo derivante dalla differenza tra nascite e decessi e dai movimenti con l’estero è stato negativo per 25.654 persone. In particolare, il saldo naturale ha segnato meno 19.090 unità, mentre quello migratorio estero ha registrato una perdita di 6.564 residenti, con 13.631 espatri e 7.067 iscrizioni provenienti da altri Paesi. A questi dati si è aggiunto, su un piano statistico distinto, il movimento con le altre regioni italiane: 26.060 siciliani hanno trasferito altrove la residenza, a fronte di 15.668 arrivi, determinando un saldo interregionale negativo di 10.392 persone. La Lombardia ha assorbito 7.358 trasferimenti ed è rimasta la destinazione principale, soprattutto per chi aveva meno di 35 anni.

Nel mercato del lavoro il numero degli occupati è cresciuto dello 0,5%, pari a circa 7.250 persone in più, raggiungendo 1.434.241 addetti tra i 15 e i 64 anni. Il miglioramento quantitativo non ha tuttavia modificato il divario strutturale. Il tasso di occupazione si è fermato al 47,3%, contro il 62,5% nazionale, mentre quello di disoccupazione è stato pari al 12,2%, quasi il doppio del 6,2% italiano. Gli inattivi sono stati 1.391.479, con una presenza femminile del 65% e un tasso del 45,9%, rispetto al 33,3% medio del Paese. I NEET (Not in Education, Employment or Training, cioè giovani che non studiano, non lavorano e non partecipano a percorsi formativi) tra i 15 e i 29 anni sono stati circa 174.000, corrispondenti al 22,8% della fascia considerata.

Anche la composizione dei nuovi rapporti ha mostrato la fragilità della ripresa. Nel corso del 2025 sono state registrate 496.512 assunzioni e 471.347 cessazioni, con un saldo positivo di 25.165 unità. Tuttavia, 409.635 rapporti, pari all’82,5%, hanno avuto durata determinata oppure carattere stagionale, intermittente o in somministrazione. I contratti a tempo indeterminato sono stati 86.877, appena il 17,5% del totale. Il part time (tempo parziale) ha rappresentato il 41,2% delle nuove attivazioni, contro il 27,6% nazionale, e ha interessato soprattutto le donne, che hanno costituito il 53,5% dei 239.477 rapporti con orario ridotto.

Alla discontinuità si è sommato il problema delle retribuzioni. Nel settore privato una lavoratrice ha percepito mediamente 63 euro lordi al giorno, rispetto agli 82,60 euro italiani, mentre per gli uomini la media siciliana è stata di 87 euro contro 111,10. Il divario di genere è stato quindi vicino a 26 euro giornalieri. Rapportando le cifre alle giornate effettivamente lavorate, gli stipendi lordi mensili si sono collocati indicativamente tra 1.250 e 1.800 euro, con effetti evidenti sulla capacità di sostenere le spese familiari e accumulare contributi adeguati. Nel pubblico impiego le medie sono risultate più elevate, pari a 112 euro per le donne e 137,90 per gli uomini, ma ancora inferiori ai valori nazionali.

La debolezza delle carriere si è trasferita direttamente sulla previdenza. I pensionati gestiti dall’Istituto sono stati circa 1.147.700, quasi il 23,9% della popolazione. Tra le prestazioni IVS (invalidità, vecchiaia e superstiti), il 46% non ha raggiunto 1.000 euro lordi al mese e il 73,4% dei percettori collocati sotto questa soglia è stato costituito da donne. Nel 2025 sono state liquidate 52.273 nuove pensioni, con un importo medio di 1.291 euro per le lavoratrici e 1.681 per i lavoratori. Rispetto agli assegni già in pagamento, le nuove prestazioni sono risultate inferiori di circa 130 euro per le donne e di 400 per gli uomini, conseguenza delle retribuzioni ridotte, dei periodi non coperti da contribuzione e della diffusione degli impieghi temporanei.

La legge 30 dicembre 2025, n. 199, cioè la legge di bilancio per il 2026, non ha prorogato Opzione Donna e Quota 103 per chi non aveva maturato i requisiti entro le precedenti scadenze. Sono inoltre entrati nel dibattito gli adeguamenti dei requisiti pensionistici collegati alla speranza di vita previsti per il biennio 2027-2028. Nel territorio siciliano, durante il 2025, soltanto 59 nuove pensioni sono state liquidate con Opzione Donna e 272 attraverso Quota 103, numeri che hanno mostrato il progressivo restringimento delle vie di uscita anticipata.

Leonardo La Piana (segretario generale della Cisl Sicilia, articolazione regionale della Confederazione italiana sindacati lavoratori) ha definito quella registrata “una crescita che non basta” e ha sollecitato politiche capaci di creare occupazione stabile per giovani e donne, sostenere famiglie e natalità e rafforzare il welfare (sistema di protezione sociale) e l’assistenza territoriale. Luisella Lionti (segretaria generale della Uil Sicilia, articolazione regionale dell’Unione italiana del lavoro) ha invece osservato che le restrizioni previdenziali possono produrre risparmi immediati per i conti pubblici, trasferendo però il costo sociale soprattutto sulle lavoratrici e sulle nuove generazioni con percorsi contributivi frammentati.

Un segnale di segno diverso è arrivato dalla macchina amministrativa regionale. Nell’aprile 2026 il Governo Schifani ha chiesto a Roma di modificare l’articolo 10 dell’accordo Stato-Regione sottoscritto nel 2023, prorogando fino al 2028 la capacità assunzionale pari al 125% del personale cessato. La richiesta è stata motivata dalle carenze rappresentate dal Codipa (Comitato di coordinamento dei dipartimenti), che ha segnalato difficoltà nello svolgimento delle attività ordinarie dopo oltre 20 anni di limitazioni del turn over (ricambio del personale). La dotazione autorizzabile per il comparto è così passata da 2.704 a 3.377 ingressi, con 673 unità aggiuntive, mentre per i dirigenti è salita da 213 a 264, con altri 51 posti.

A luglio la Ragioneria generale dello Stato ha espresso parere favorevole, consentendo complessivamente 724 assunzioni ulteriori nel triennio 2026-2028. L’Amministrazione siciliana ha collegato il nulla osta al superamento dei disavanzi registrati tra il 2019 e il 2023, agli avanzi conseguiti nel 2024 e nel 2025 e alla diminuzione del debito. Renato Schifani (presidente della Regione Siciliana ed esponente di Forza Italia) ha sostenuto che il recupero della solidità finanziaria permetterà di proseguire il ricambio generazionale, ricordando che dal 2023 sono stati assunti circa 1.300 dipendenti e sono state già svolte prove concorsuali per più di 320 posti.

Molto più incerto è rimasto il futuro di circa 4.000 lavoratori impiegati dalle imprese private alle quali ASP e ospedali affidano assistenza ausiliaria, pulizia, manutenzione e altri servizi. Marcello Caruso (assessore regionale alla Salute ed esponente di Forza Italia) ha chiesto alle aziende sanitarie di verificare la possibilità di riportare direttamente all’interno delle strutture alcune funzioni oggi appaltate. L’internalizzazione, cioè il ritorno di un servizio dalla gestione esterna a quella pubblica, non produce tuttavia un’assunzione automatica del personale che lo ha svolto.

La legge di bilancio nazionale ha modificato l’articolo 1, comma 268, della legge n. 234 del 2021, consentendo agli Enti sanitari di bandire procedure selettive pubbliche e di riservare fino al 50% dei posti al personale impiegato in attività reinternalizzate. Occorrono almeno 6 mesi di servizio maturati tra il 31 gennaio 2020 e il 31 dicembre 2025 e un’anzianità complessiva non inferiore a 18 mesi. Restano inoltre necessari i posti nelle dotazioni organiche, la copertura finanziaria e il rispetto dei limiti di spesa. Proprio queste condizioni hanno indotto diversi manager (dirigenti apicali) a dichiarare di non poter procedere o di non essere interessati all’operazione.

La Fials Confsal (Federazione italiana autonomie locali e sanità aderente alla Confederazione generale dei sindacati autonomi dei lavoratori) ha chiesto che i dubbi delle aziende vengano chiariti e che siano individuati profili professionali compatibili con i servizi da svolgere. Sandro Idonea (segretario regionale dell’organizzazione) ha considerato l’apertura del confronto all’ARS (Assemblea regionale siciliana) soltanto un primo passaggio. La Uiltucs (Unione italiana lavoratori turismo commercio e servizi) ha sollecitato una ricognizione azienda per azienda dei fabbisogni, mentre la Lega e Noi Moderati hanno sostenuto politicamente il percorso. Marianna Caronia (deputata regionale aderente a Noi Moderati e formalmente iscritta al gruppo Misto) ha proposto di trasformare l’attuale ausiliariato in un servizio sociosanitario più strutturato, ma l’esito dipenderà dai concorsi, dai bilanci e dalle scelte delle singole aziende.

Una seconda vertenza coinvolge circa 15.000 dipendenti degli Enti locali provenienti dal lungo bacino del precariato comunale, nato alla fine degli anni Ottanta e progressivamente stabilizzato con contratti spesso limitati a 18 o 24 ore settimanali. Molti uffici dipendono oggi da lavoratori che, pur svolgendo compiti ordinari e indispensabili, percepiscono secondo le diverse situazioni contrattuali circa 700-1.000 euro al mese. A Palazzo Reale, conosciuto anche come Palazzo dei Normanni e sede del Parlamento regionale a Palermo, il Csa Regioni Autonomie Locali, aderente alla Cisal (Confederazione italiana sindacati autonomi lavoratori), ha riunito rappresentanti di circa 100 Comuni e numerosi sindaci per chiedere un aumento progressivo dell’orario. Massimo Bontempo (componente del Dipartimento precari del sindacato e lavoratore comunale) ha evidenziato che una parte consistente della platea rischia di arrivare alla pensione con assegni molto bassi.

Salvo Geraci (deputato regionale e capogruppo della Lega all’Assemblea) ha indicato come primo obiettivo almeno 30 ore settimanali e come traguardo finale le 36 ore con contratti full time (a tempo pieno). Ha inoltre sostenuto che nei municipi siciliani oltre il 90% del personale lavorerebbe con orario ridotto, contro una quota nazionale del 26%, dati politici che dovranno essere riscontrati attraverso la ricognizione in corso. Elisa Ingala (assessora regionale delle Autonomie locali e della Funzione pubblica, area Movimento per l’Autonomia-Grande Sicilia) ha chiesto ai sindaci di quantificare personale, ore mancanti e costi. L’Anci Sicilia (Associazione nazionale comuni italiani, articolazione regionale) è stata incaricata di collaborare alla mappatura, in vista di un possibile intervento nella manovra autunnale o nella successiva legge di stabilità.

Il confronto sugli organici comunali si è intrecciato con quello sulle risorse del FSC (Fondo di solidarietà comunale), istituito dalla legge 24 dicembre 2012, n. 228, in sostituzione del precedente Fondo sperimentale di riequilibrio. Il sistema è alimentato in parte da una quota dell’IMU (imposta municipale propria) e combina criteri compensativi con una componente perequativa. Il passaggio graduale dalla spesa storica ai fabbisogni e alle capacità fiscali standard è iniziato nel 2015 soprattutto per i Comuni delle regioni a statuto ordinario, mentre la particolare disciplina finanziaria siciliana ha continuato a produrre contestazioni.

Secondo i calcoli dell’associazione dei Comuni, l’Isola riceverebbe almeno 200 milioni di euro in meno ogni anno. Il costo teorico delle funzioni fondamentali sarebbe di circa 461 euro per abitante, mentre l’assegnazione del 2026 si sarebbe fermata a circa 137 euro pro capite. Mario Emanuele Alvano (segretario generale dell’organizzazione regionale) ha annunciato la preparazione di un documento con la differenza subita da ogni Ente e una strategia giudiziaria contro il nuovo decreto di riparto. Nell’aprile 2026 è stata inoltre depositata alla Camera dei deputati la petizione n. 1185, promossa con il presidente Paolo Amenta (sindaco di Canicattini Bagni, comune del libero consorzio comunale di Siracusa), per chiedere una revisione dei criteri applicati dal MEF (Ministero dell’Economia e delle finanze).

La protesta è stata aggravata dal ritardo nel pagamento della prima rata nazionale, che avrebbe dovuto essere trasferita entro il 31 maggio. Dopo quasi 2 mesi di attesa, il Ministero dell’Interno ha disposto il 21 luglio 2026 il versamento del 66% del Fondo: 3.676.421.014,67 euro sono stati distribuiti a 5.499 municipi attraverso 10.938 mandati. Il pagamento ha alleviato le difficoltà di cassa, ma non ha risolto la contestazione siciliana riguardante i criteri e l’ammontare delle assegnazioni.

Sul ricorso annunciato nel 2026 non esiste ancora una decisione definitiva. La giurisprudenza costituzionale precedente ha però affrontato il funzionamento del sistema. Con la sentenza n. 252 del 2015 la Corte costituzionale ha respinto una censura della Regione perché non era stato dimostrato in modo sufficiente l’effettivo pregiudizio finanziario prodotto dal meccanismo tra IMU e Fondo. Con la pronuncia n. 197 del 2019 ha riconosciuto la funzione perequativa dello strumento, sottolineando nello stesso tempo la necessità di rendere più razionale e coerente la distribuzione delle risorse. Il nuovo eventuale giudizio dovrà quindi essere sostenuto da calcoli puntuali, Comune per Comune, capaci di provare l’entità del danno lamentato.

I diversi dossier hanno mostrato la stessa contraddizione. La Sicilia ha creato più occupazione e ha riaperto l’accesso alla Pubblica amministrazione regionale, ma continua a offrire troppi lavori brevi, orari ridotti e retribuzioni insufficienti. Le conseguenze si riflettono sulle pensioni, sulla natalità, sull’emigrazione giovanile e sulla tenuta dei servizi pubblici. Le 724 assunzioni autorizzate possono rafforzare gli uffici regionali, ma non risolvono le condizioni dei 4.000 addetti esternalizzati della sanità, dei 15.000 dipendenti comunali con contratti incompleti e dei municipi che rivendicano una distribuzione più equilibrata dei trasferimenti statali.

Nell’immagine di copertina, Palazzo dei Normanni sede dell’Ars e due immagini rappresentative della difficoltà a trovare lavoro dignitoso e della conseguente emigrazione.