Sicilia. Ordini mafiosi dalle celle e carceri sovraffollate: confronto a distanza tra De Lucia e Nordio

Il procuratore di Palermo ha denunciato che i clan impartiscono dalle carceri. Il Guardasigilli ha respinto la generalizzazione. Un boss intimidisce dal carcere una Magistrata. 10 anni di dichiarazioni tra politica, giornalismo e spettacolo davano in arretramento la mafia

Sintesi

Nel febbraio 2025 Giovanni Melillo aveva lanciato l’allarme sulla capacità della criminalità organizzata di conservare gerarchie e potere anche nei reparti di alta sicurezza. Alla fine di giugno 2026 nelle carceri italiane erano presenti 64.773 persone, molte più dei posti disponibili. Tra giugno e luglio 2 operazioni coordinate dalla Procura di Palermo hanno ricostruito intimidazioni, richieste estorsive, disponibilità di armi e presunti ordini trasmessi anche da persone già detenute. Il 24 luglio Maurizio de Lucia ha sostenuto che lo Stato non eserciterebbe più un controllo effettivo sugli istituti di pena e ha collegato il fenomeno alla diffusione dei telefoni cellulari, al sovraffollamento e all’insufficiente assistenza destinata ai condannati con dipendenze. Carlo Nordio ha reagito accusando il Magistrato di avere formulato un giudizio inaccettabile e offensivo nei confronti della Polizia penitenziaria. Lo scontro ha riportato al centro dell’attenzione il rapporto tra sicurezza interna, comunicazioni illegali, potere mafioso, condizioni di detenzione e recrudescenza del racket nel capoluogo siciliano. Negli ultimi 10 anni esponenti di destra, sinistra e area centrista, insieme a giornalisti, opinionisti e personaggi dello spettacolo, hanno descritto la mafia come indebolita, marginale o superata. Le dichiarazioni più nette hanno però riguardato soprattutto la perdita della forza militare e del controllo visibile del territorio, non la definitiva scomparsa delle organizzazioni criminali. Intanto, il boss Madonia chiede l’astensione della Gip Consiglio e richiama vecchie minacce. Il capomafia, detenuto al 41-bis e condannato a 7 ergastoli, sostiene che la magistrata non sarebbe imparziale nei procedimenti sull’omicidio di Piersanti Mattarella. Dopo la lettera, alla Giudice è stata rafforzata la protezione.

Articolo

Il contrasto istituzionale esploso il 24 luglio 2026 non è nato all’improvviso, ma rappresenta l’ultimo sviluppo di un problema antico: la capacità delle organizzazioni mafiose di mantenere rapporti, gerarchie e influenza criminale anche durante la detenzione. La legge 26 luglio 1975, n. 354, che ha riformato l’ordinamento penitenziario ed è entrata in vigore il 24 agosto dello stesso anno, ha stabilito che il trattamento deve essere conforme a umanità, rispettare la dignità della persona e perseguire la rieducazione. A distanza di oltre 50 anni, tuttavia, sovraffollamento, edifici deteriorati, carenze di personale, dipendenze patologiche e comunicazioni clandestine continuano a ostacolare questi obiettivi.

Un primo allarme particolarmente netto è arrivato l’11 febbraio 2025 da Giovanni Melillo (procuratore nazionale antimafia e antiterrorismo), secondo il quale perfino il regime di alta sicurezza era diventato permeabile all’influenza criminale. Il Magistrato ha spiegato che, per un appartenente alla mafia, la detenzione può essere considerata una fase ordinaria dell’esistenza criminale, durante la quale diventa essenziale riprodurre ruoli, rapporti di forza e catene di comando. L’avvertimento ha riguardato dunque non soltanto l’ingresso di telefoni o sostanze vietate, ma la possibilità che il carcere, invece di interrompere i collegamenti con i clan, finisca per conservarli o ricostituirli.

Il quadro materiale ha reso il problema ancora più complesso. Secondo i dati del DAP (Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria) aggiornati al 30 giugno 2026, i detenuti erano 64.773 rispetto a una capienza regolamentare di 51.180 posti, con un affollamento formale del 126,5%. Considerando soltanto i posti effettivamente utilizzabili, sottraendo quelli temporaneamente indisponibili per lavori o altre cause, la percentuale è stata stimata intorno al 139,5%. Il 76,2% degli istituti ospitava più persone di quante ne avrebbe potute accogliere regolarmente.

A Palermo, le criticità sono emerse anche nell’Ucciardone, storica struttura penitenziaria risalente alla prima metà dell’Ottocento e oggi classificata come casa di reclusione. Una visita effettuata il 24 luglio da rappresentanti dell’avvocatura e delle associazioni per i diritti dei detenuti ha descritto diverse sezioni chiuse perché inagibili, condizioni igieniche fortemente compromesse e scarichi fognari visibili nell’area della cucina. Si tratta di problemi che riguardano contemporaneamente le persone recluse e gli agenti costretti a lavorare nella medesima struttura.

Alla crisi degli edifici e degli spazi si è affiancata l’emergenza investigativa. All’inizio di giugno 2026 la Procura palermitana ha disposto 8 fermi nell’ambito delle indagini sulla successione di attentati e intimidazioni avvenuti in città. Il 13 luglio sono stati eseguiti altri 15 provvedimenti, mentre ulteriori 7 persone erano già detenute per altre cause, portando a 22 il numero complessivo delle posizioni coinvolte in quella fase dell’inchiesta. A 9 indagati sono stati contestati, a vario titolo, estorsione, tentata estorsione, porto e detenzione illegale di armi comuni e da guerra, con l’aggravante dell’agevolazione mafiosa. Altri 6 sono stati coinvolti in un procedimento sul traffico di cocaina, hashish e marijuana nei quartieri San Lorenzo e Zen 2, entrambi appartenenti all’area urbana palermitana.

Gli investigatori hanno ipotizzato che alcuni ordini relativi agli attentati siano partiti direttamente dalle celle. Tra i presunti mandanti è stato indicato un trafficante di droga detenuto a Trani (comune della provincia di Barletta-Andria-Trani, in Puglia), che avrebbe utilizzato uno smartphone per comunicare con persone rimaste in libertà. Nel telefono di uno degli indagati sarebbe stato rinvenuto un messaggio attribuito al detenuto. Sono inoltre emersi acquisti di munizioni, richieste estorsive, danneggiamenti e intimidazioni organizzati mediante contatti tra persone ristrette in istituti differenti e soggetti operanti all’esterno.

È in questo contesto che Maurizio de Lucia (procuratore capo della Procura di Palermo) è intervenuto durante un incontro organizzato da Assostampa sul racket del pizzo. Il Magistrato ha affermato che gli istituti di pena “non sono più sotto il controllo dello Stato”, sostenendo che la stabilità interna sarebbe mantenuta anche perché le organizzazioni criminali non avrebbero interesse a provocare una rivolta capace di interrompere comunicazioni e affari. Ha inoltre parlato di conference call alle quali parteciperebbero contemporaneamente persone libere e detenuti rinchiusi in carceri diverse.

Il capo dell’ufficio inquirente ha collegato l’emergenza criminale a un sistema penitenziario sovraccarico e privo di un’assistenza adeguata. Ha osservato che numerose persone con tossicodipendenza continuano a essere ristrette in cella, nonostante avrebbero bisogno di percorsi sanitari, terapeutici e riabilitativi differenti. La disponibilità illegale di cellulari non costituisce pertanto un fenomeno isolato, ma si inserisce in istituti affollati, difficili da controllare e incapaci, in molti casi, di garantire un trattamento individualizzato.

La replica di Carlo Nordio (ministro della Giustizia e deputato di Fratelli d’Italia) è stata immediata. Il Guardasigilli ha sostenuto che sarebbe stato il procuratore ad avere “perso il controllo di sé stesso” e ha giudicato gravissima una dichiarazione ritenuta lesiva dell’intero Corpo di Polizia penitenziaria, i cui appartenenti svolgono il proprio servizio affrontando rischi quotidiani. Secondo il ministro, eventuali situazioni patologiche riscontrate in singoli istituti o territori non possono essere estese automaticamente all’intero sistema nazionale. Ha inoltre richiamato il dialogo istituzionale avviato con la DNAA (Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo), il CSM (Consiglio superiore della magistratura) e l’ANM (Associazione nazionale magistrati).

L’allarme sulle attività criminali condotte dalle celle, tuttavia, non è stato espresso soltanto dalla Magistratura. Il 15 maggio 2026 Aldo Di Giacomo (segretario del Sindacato Polizia Penitenziaria) aveva denunciato la crescente frequenza di estorsioni, minacce e ordini trasmessi da istituti carcerari della Puglia, Campania, Sicilia e Calabria. Aveva attribuito il fenomeno alla diffusione di telefoni di ultima generazione e aveva sostenuto che la sicurezza dei cittadini comincia proprio dal controllo delle carceri. Le sue parole non dimostrano che tutti gli istituti siano diretti dalle organizzazioni mafiose, ma indicano che la preoccupazione è presente anche in una componente sindacale dello stesso personale difeso dal ministro.

Lo scontro ha riguardato anche la sicurezza esterna. Interpellato sull’ipotesi di utilizzare l’Esercito nel capoluogo siciliano, il Procuratore ha sostenuto che i militari devono conservare le proprie funzioni istituzionali e non possono sostituire stabilmente le Forze di polizia. Ha ricordato la presenza di pattuglie militari a Parigi e Nizza (comune della Costa Azzurra, in Francia), ma ha osservato che una soluzione temporanea non deve diventare un pretesto per rinviare interventi strutturali, chiedendo provocatoriamente se, dopo l’Esercito, si dovrebbe ricorrere ai “caschi blu”, cioè alle Forze di pace dell’ONU (Organizzazione delle Nazioni Unite).

Il Magistrato ha inoltre riferito del recente ritrovamento di 2 bombe a mano nell’abitazione di un indagato e della circolazione di fucili d’assalto di tipo Kalashnikov, esplosivi ad alto potenziale e altri armamenti da guerra. Ha ipotizzato che parte delle armi da guerra possa provenire da precedenti conflitti nell’area balcanica e dalle reti illegali alimentate dalla guerra tra Russia e Ucraina. Le dichiarazioni hanno riguardato soprattutto San Lorenzo, dove gli investigatori ritengono che alcuni gruppi abbiano scelto di intensificare la violenza per riconquistare il controllo delle estorsioni.

Sul piano normativo, l’articolo 391-ter del Codice penale, introdotto dal decreto legge 21 ottobre 2020, n. 130 e confermato dalla legge di conversione 18 dicembre 2020, n. 173, punisce l’accesso indebito dei detenuti a telefoni o dispositivi idonei alle comunicazioni. La Corte di cassazione, con la sentenza n. 18797 depositata il 25 maggio 2026, ha stabilito che la conversazione intercettata e il supporto che la contiene costituiscono corpo del reato e possono essere utilizzati nel procedimento contro il detenuto anche quando l’intercettazione sia stata autorizzata nell’ambito di una diversa indagine. La pronuncia ha rafforzato gli strumenti probatori destinati a contrastare i collegamenti telefonici clandestini dalle celle.

Rimane aperto anche il fronte costituzionale delle condizioni detentive. Con l’ordinanza n. 69 del 2026, il Tribunale di sorveglianza di Firenze ha chiesto alla Corte costituzionale di valutare se sia legittimo non consentire il rinvio facoltativo della pena quando la detenzione debba svolgersi in condizioni contrarie alla dignità e al senso di umanità. L’udienza è stata fissata per il 22 settembre 2026 e, alla data del presente articolo, non è stata ancora pronunciata una decisione.

Il Governo ha parallelamente avviato misure rivolte alla formazione e al reinserimento. Il 4 giugno 2026 il Consiglio dei ministri ha approvato in esame preliminare uno schema di decreto del Presidente della Repubblica, destinato a potenziare la formazione professionale, il lavoro penitenziario e le convenzioni con le imprese. Il programma “Recidiva Zero”, sviluppato con il CNEL (Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro), ha previsto anche la sperimentazione del SIISL (Sistema informativo per l’inclusione sociale e lavorativa) in 5 regioni, compresa la Sicilia. Sono interventi indirizzati alla rieducazione e alla riduzione della recidiva, ma non costituiscono da soli una risposta all’ingresso dei cellulari, al traffico di armi o alla trasmissione di ordini criminali.

Il conflitto tra il procuratore e il ministro ha quindi sovrapposto 2 piani differenti. La frase sulla perdita del controllo statale ha rappresentato una valutazione generale e fortemente polemica, non un accertamento giudiziario riferibile indistintamente a tutti gli istituti italiani. La difesa della professionalità e del sacrificio degli agenti è fondata, ma non cancella le indagini che hanno documentato telefoni clandestini, presunti ordini dalle celle e contatti tra detenuti e gruppi esterni. I fatti verificati mostrano una crisi composta da più elementi: pressione mafiosa, sovraffollamento, strutture degradate, carenze sanitarie, difficoltà di reinserimento e insufficienza degli strumenti tecnologici e organizzativi di controllo.

Intanto, il boss Nino Madonia, detenuto al 41-bis e condannato a 7 ergastoli per numerosi omicidi, tra cui quelli di Rocco Chinnici e Carlo Alberto Dalla Chiesa, ha inviato una lettera manoscritta di 3 pagine alla presidente dei Gip di Palermo, Antonella Consiglio, chiedendole di astenersi dai procedimenti relativi all’omicidio di Piersanti Mattarella, poiché nutrirebbe nei suoi confronti una “grande inimicizia”. La Magistrata aveva espresso parere negativo sulla richiesta di gratuito patrocinio presentata dal boss per l’incidente probatorio destinato a confrontare il Dna degli indagati con i residui biologici rinvenuti sulla Fiat 127 utilizzata dagli assassini, poi risultati inutilizzabili, mentre il beneficio era stato successivamente concesso dalla Corte d’Assise d’Appello. Nella missiva Madonia avrebbe inoltre richiamato indirettamente il ruolo del Magistrato Nico Gozzo, marito della Giudice, già destinatario nel 2005 di una lettera contenente minacce rivolte anche alla sua famiglia, concetti riproposti nelle scorse settimane. In seguito all’episodio, la tutela di sicurezza assegnata ad Antonella Consiglio è stata innalzata al terzo livello.

La mafia data in arretramento: 10 anni di dichiarazioni tra politica, giornalismo e spettacolo

Nel decennio compreso tra luglio 2016 e luglio 2026, le dichiarazioni secondo cui la mafia sarebbe arretrata, ridimensionata o non più capace di esercitare il precedente dominio sono giunte da esponenti di schieramenti differenti, ma quasi sempre hanno riguardato la perdita della forza militare e del controllo visibile del territorio, non la scomparsa dell’organizzazione criminale.

Il 29 gennaio 2017 Leoluca Orlando, allora sindaco di Palermo sostenuto da una coalizione di centrosinistra comprendente Partito Democratico, Sinistra Italiana, Rifondazione Comunista e liste civiche, ha affermato che la mafia esisteva ancora ma “non governava più Palermo”, concetto ripetuto nel 2019 quando l’ha descritta come culturalmente marginale rispetto alla società cittadina.

Nel 2019 Vittorio Sgarbi, critico d’arte, personaggio televisivo e deputato eletto nel 2018 con Forza Italia, partito di centrodestra dal quale era già passato al Gruppo misto, ha sostenuto che “in Sicilia la mafia è archeologia”, spiegando che, dopo le rivelazioni di Tommaso Buscetta, il fenomeno si sarebbe trasferito soprattutto dove circolano maggiori ricchezze, come Milano o Mosca: una valutazione particolarmente categorica, che non distingueva adeguatamente tra l’indebolimento della Cosa nostra stragista e la sua trasformazione economica, relazionale e sommersa.

Il 4 ottobre 2022 Tiziana Maiolo, giornalista, opinionista televisiva ed ex parlamentare eletta inizialmente con Rifondazione Comunista, appartenente alla sinistra, e successivamente con Forza Italia, nel centrodestra, ha pubblicato sul Riformista un articolo dal titolo “La mafia non c’è più”, precisando nel sottotitolo che non sarebbe più stata quella tradizionalmente riconducibile all’articolo 416-bis del Codice penale: anche in questo caso la tesi non negava necessariamente qualsiasi presenza criminale organizzata, ma sosteneva il superamento del modello mafioso classico, violento e rigidamente territoriale.

Dopo l’arresto di Matteo Messina Denaro, avvenuto il 16 gennaio 2023, il linguaggio della vittoria e dell’arretramento mafioso è diventato trasversale: Enrico Letta, allora segretario del Partito Democratico e quindi del centrosinistra, ha dichiarato che “la mafia alla fine perde sempre”; Roberto Gualtieri, sindaco di Roma del PD, ha sostenuto che lo Stato è più forte e vince; Antonio Tajani ed Elisabetta Casellati, entrambi di Forza Italia e appartenenti al centrodestra, hanno parlato rispettivamente di vittoria dello Stato e di una battaglia decisiva; Luca Ciriani, esponente di Fratelli d’Italia, partito di destra, ha definito l’arresto un colpo decisivo; Carlo Calenda, leader di Azione e collocato nell’area centrista e liberale, lo ha indicato come una grande affermazione delle istituzioni.

La stessa giornata ha però mostrato una maggiore prudenza in altri interventi: Peppe Provenzano del PD ha chiarito che la cattura non significava che la mafia fosse già sconfitta, ma dimostrava che poteva esserlo, mentre Giorgia Meloni, presidente del Consiglio e leader di Fratelli d’Italia, ha parlato di una grande vittoria senza considerare conclusa la lotta.

Il 21 marzo 2023 Sergio Mattarella, presidente della Repubblica e quindi istituzionalmente estraneo alle coalizioni di destra e sinistra nell’esercizio del suo mandato, ha affermato che potenti organizzazioni erano state disarticolate e intere aree liberate dall’oppressione mafiosa, aggiungendo però che il contrasto alle cosche rimaneva una priorità nazionale.

La verifica complessiva mostra dunque che le formule più nette, come “mafia archeologica”, “culturalmente marginale” o “mafia che non c’è più”, sono state espresse soprattutto a titolo personale da Orlando, Sgarbi e Maiolo, mentre i principali rappresentanti dei partiti e delle istituzioni hanno più frequentemente celebrato singole vittorie dello Stato senza proclamare formalmente la fine del fenomeno.

Questa distinzione è confermata anche dalle valutazioni investigative più recenti, poiché alla fine del 2025 Maurizio de Lucia, procuratore di Palermo, ha descritto Cosa nostra come più debole e in perdita di porzioni del controllo territoriale, ma ancora capace di sopravvivere, modificare strategie, entrare negli affari e cercare relazioni con ambienti economici e sociali esterni.

Ne deriva che è documentabile un arretramento della mafia militare e stragista rispetto agli anni precedenti, ma non la sua riduzione a realtà residuale: le indagini dell’ultimo decennio hanno mostrato piuttosto un’organizzazione meno visibile, più prudente e adattabile, capace di sostituire in molti casi la violenza manifesta con corruzione, investimenti, estorsioni silenziose e collegamenti con l’economia legale.