Sintesi
La vicenda nasce nel 2008, quando nel paese immaginario di Borgo Roccaluce viene avviato un progetto territoriale per un centro digitale destinato a mettere in rete più Comuni e a offrire servizi telematici a cittadini, anziani, disabili e uffici pubblici. Nel 2010 la struttura viene formalizzata come organismo sovracomunale e nel 2013 ottiene un finanziamento di 995.000 euro, poi trasformato in appalto e aggiudicato nel 2014 a un concessionario rimasto unico partecipante. Nel 2015 vengono nominati uffici interni, arrivano atti di collaudo e si certifica l’esecuzione delle attività, mentre nel 2016 la stampa locale inizia a chiedere che fine abbiano fatto fondi, attrezzature, servizi e ricadute occupazionali. Nel 2017 l’amministrazione approva il quadro economico finale, attesta una spesa di 983.782 euro e dichiara il progetto concluso, in uso e fruibile, ma nello stesso periodo emergono l’uso saltuario della piattaforma, i plotter rimasti nei locali dell’ex ufficio pubblico e i servizi promessi solo in minima parte realizzati. Tra 2018 e 2019 intervengono i rilievi delle Autorità che contestano estensioni contrattuali, opacità della gara, indeterminatezza dell’oggetto e profili di incompatibilità. Tra 2019 e 2020 la Regione avvia e poi dispone la revoca del finanziamento, mentre dal 2021 la Guardia di Finanza acquisisce documenti e il Comune tenta di rivalersi sul concessionario. Resta così una signficativa fiaba siciliana nella quale il denaro pubblico non sembra svanire in senso materiale, bensì disperdersi tra carte regolari, servizi deboli, responsabilità rimpallate e una consuetudine amministrativa che trasforma la trasparenza in nebbia.

Articolo
Questa è una storia vera, ma viene raccontata come una fiaba amministrativa ambientata a Borgo Roccaluce, piccolo paese inventato affacciato su una costa altrettanto immaginaria. Anche i protagonisti hanno nomi di fantasia: Elena, Marco, Giorgio, Felix, Marta, Paolo, Salvo, Livia, Nino e gli altri non corrispondono ai nomi reali riportati negli atti e nelle cronache. La scelta serve a trattare una vicenda documentata di oltre un decennio addietro come un racconto esemplare, senza trasformarla in un processo pubblico parallelo. Il punto non è inchiodare simbolicamente singole persone, bensì osservare un annoso meccanismo culturale e istituzionale siciliano tanto notorio quanto edulcorato se non persino ammirato dietro le quinte o in privato dal popolino sovrano: fondi pubblici ottenuti, progetto certificato, servizi promessi, tecnologie acquistate, carte approvate, controlli arrivati dopo e cittadini rimasti con la domanda più semplice, cioè cosa sia davvero accaduto a quel quasi milione di euro e alle strumentazioni informatiche.

Il progetto, nella fiaba, si chiama Comunico. Nella realtà amministrativa i Comunico nascevano per aiutare più Enti locali a condividere servizi digitali, risorse tecniche, strumenti informatici e procedure di e-government (governo elettronico, cioè gestione digitale dei servizi pubblici). Secondo la ricostruzione delle Autorità, queste strutture derivano dall’Accordo di programma quadro sulla società dell’informazione del 2005 ed erano pensate per fornire servizi aggregati, ridurre costi ICT (Information and communication technology, cioè tecnologie dell’informazione e della comunicazione) e sostenere la digitalizzazione dei Comuni. L’Ente capofila, nel caso documentato, gestiva la contabilità economico-finanziaria della struttura, senza che il centro acquisisse autonoma personalità giuridica.

La cronologia comincia nel 2008, quando la precedente amministrazione del paese reale, qui trasformata nell’amministrazione di Giorgio, avvia il contenitore digitale. Nel 2010 l’organismo viene costituito come struttura sovracomunale e, secondo le cronache e gli atti, coinvolge decine di Comuni. Nel 2013, durante la successiva amministrazione di Elena, il progetto riceve un finanziamento da 995.000 euro per “acquisizione di beni e servizi finalizzati all’e-inclusion e sviluppo di forme associative di e-government”, dove e-inclusion significa inclusione digitale, cioè accesso ai servizi informatici anche per cittadini fragili o distanti dagli uffici. I documenti allegati e le ricostruzioni giornalistiche riportano che l’iniziativa avrebbe dovuto produrre strumenti per l’assistenza a domicilio, servizi telematici, piattaforme informative, PEC (Posta elettronica certificata), protocollo informatico, cartografia digitale, supporti urbanistici, recupero crediti e aggiornamento di dati comunali.
Nel 2013 e nel 2014 la macchina amministrativa passa dagli intenti alla gara. Il Consorzio tecnico incaricato svolge le procedure e l’appalto viene aggiudicato a un concessionario privato, che nella fiaba chiameremo Omilos. La determina sindacale del 2017, poi correttiva di un precedente atto del 2016, ricostruisce i passaggi: il Comune capofila riceve il decreto di finanziamento, delega le operazioni di gara, viene nominata una commissione, si arriva all’aggiudicazione provvisoria e poi definitiva, vengono emesse fatture e stati di avanzamento, fino alla certificazione di collaudo del 14 dicembre 2015. In quel verbale si attesta che i lavori sono stati eseguiti secondo il progetto, con personale qualificato, entro i termini e con esito positivo dell’attività di collaudo.
Nel 2015 il paese prova anche a costruire l’ufficio interno dedicato. Un avviso del 2015 invita il personale comunale a manifestare interesse per costituire l’unità organizzativa responsabile del procedimento. La determina del 2015 individua le risorse umane per le aree economico-finanziaria, amministrativa e tecnica, stabilendo che quell’ufficio unico speciale avrebbe dovuto seguire le attività del Comunico. Queste carte dimostrano che almeno sul piano formale la struttura amministrativa esisteva, aveva personale individuato e un percorso organizzativo dichiarato.
Il problema nasce quando la fiaba smette di parlare di carte e comincia a parlare di effetti reali. Già nel 2016 la stampa locale definisce il progetto un “oggetto misterioso” da 1 milione di euro, riportando le domande di un ex candidato sindaco, qui chiamato Felix: che fine avevano fatto i soldi, che esito avevano avuto le gare, quali benefici erano arrivati ai cittadini, quanta occupazione era stata creata e dove fossero finite le attrezzature acquistate. Nel 2016 un’altra testata scrive che il centro digitale era e restava un oggetto misterioso, pur essendo stato pensato per lo sviluppo del governo elettronico di 39 Comuni.
Il passaggio più delicato arriva con l’approvazione del quadro economico finale. La determina sindacale del 2017, che corregge quella del 2016, approva il QEF (Quadro economico finale) e la relazione conclusiva, prende atto che l’importo complessivo speso entro nel2015 è pari a 983.782 euro, ricevuto dalla Regione attraverso mandati da 298.500 euro, 500.000 euro e 196.500 euro, e dichiara che il progetto è concluso, che l’opera prevista, comprese le forniture, è completata, in uso e fruibile dai destinatari. La stessa tabella del documento distingue somme per pubblicazione gara, commissione, pubblicazione esito, fornitura e stazione appaltante, con una voce principale di 700.000 euro a saldo della fornitura relativa al bando. Eppure, appena il racconto esce dagli uffici, la parola “fruibile” mostra tutta la sua fragilità. Nella seduta consiliare e nelle cronache successive, il vice di Elena, qui chiamato Marco, spiega che il Comune capofila non poteva non certificare la regolare esecuzione per inviare la rendicontazione alla Regione. Aggiunge che erano arrivati plotter per stampare tavole progettuali e che era stato creato un sito web-gis (sistema informativo geografico consultabile via rete) con cartografia digitale, utile a sovrapporre concessioni edilizie, titoli di proprietà, frazionamenti, ricerche catastali e certificati urbanistici. Ma la stessa ricostruzione evidenzia che il sito veniva usato solo saltuariamente e che i plotter giacevano inutilizzati da anni nei locali dell’ex ufficio di collocamento, mentre i servizi più ambiziosi promessi alla cittadinanza non erano mai diventati una pratica ordinaria.
Qui la fiaba assume il tono tipico delle storie isolane: tutti sanno qualcosa, molti hanno firmato qualcosa, altri hanno controllato qualcosa, ma nessuno sembra riuscire a spiegare fino in fondo perché un progetto formalmente collaudato e pagato sia rimasto così povero di risultati. Elena, nella relazione ricordata dalla stampa, sostiene che il contenitore fosse stato creato dal predecessore Giorgio e che quest’ultimo, nominato esperto gratuito dopo le elezioni, avrebbe dovuto occuparsene, “spacchettarlo” e renderlo operativo. Il rimpallo è evidente: chi eredita attribuisce l’origine a chi c’era prima, chi subentra trova carte già approvate, chi controlla richiama la regolarità formale e il cittadino resta davanti a una domanda semplice, se i beni erano arrivati e i servizi erano in uso, perché se ne vedeva così poco se non per nulla ?
Dal 2018 la vicenda smette di essere solo polemica locale. In quell’anno la stampa riferisce che sulle anomalie indagano le Autorità. Nel 2019 viene raccontata la rescissione del contratto dopo l’intervento dell’Autorità. Sempre in quell’anno la Regione avvia la revoca del finanziamento, richiamando rilievi su estensioni contrattuali, servizi di riscossione, gara con un solo partecipante, difetto di trasparenza e requisiti del concessionario. Secondo le Autorità, le criticità riguardavano anche l’adesione successiva di amministrazioni non appartenenti all’area originaria, l’effetto di possibile sottrazione all’evidenza pubblica, l’indeterminatezza dell’oggetto e del valore del contratto, l’ambiguità della stazione appaltante e la posizione d’incompatibilità di una figura che aveva avuto ruoli sia nel Comune capofila sia nella società concessionaria.
Sul piano delle norme, la vicenda si colloca nel vecchio quadro del D.Lgs. 163/2006 (decreto legislativo sugli appalti pubblici allora vigente), poi superato dal D.Lgs. 50/2016 e successivamente dal D.Lgs. 36/2023, ma i rilievi vanno letti con riferimento alle regole applicabili al momento dei fatti. L’Autorità richiama principi di trasparenza, concorrenza, determinatezza dell’oggetto contrattuale, stima del valore dell’affidamento, qualificazione corretta tra appalto e concessione, requisiti per i servizi di riscossione dei tributi e limiti dei chiarimenti pubblicati in corso di gara, che non possono modificare sostanzialmente la lex specialis (legge speciale di gara, cioè il complesso delle regole fissate dal bando e dagli atti collegati). Nella stessa delibera compaiono riferimenti alla giurisprudenza amministrativa, tra cui Consiglio di Stato e TAR, richiamati per affermare che non si può correggere una gara con chiarimenti innovativi e che l’assenza di elementi tipici della concessione può incidere sulla validità del rapporto.
La fase successiva è ancora più pesante. Nel 2020 la Regione dispone la revoca del finanziamento da 995.000 euro, contestando gravi irregolarità e violazioni delle norme in materia di appalti pubblici. La stampa riferisce che il provvedimento richiama anomalie già segnalate Dalle Autorità e che il Comune, guidato nella fiaba da Giorgio tornato al governo del borgo, decide di proporre azione legale per tentare di recuperare quanto perduto. Il punto più duro è che la revoca arriva quando il finanziamento risulta già erogato e rendicontato, trasformando quello che sembrava un progetto “chiuso” in una ferita contabile e politica per l’Ente capofila.
Nel 2021 entra in scena anche un’iondagine penale. Le cronache riportano che le Forze dell’ordine si presentano in municipio, ascoltano amministratori e dipendenti e acquisiscono documenti per verificare se il progetto sia davvero partito e se i servizi siano stati attivati. La testata locale parla di possibili risvolti giudiziari, ma qui occorre mantenere prudenza: accertamenti e acquisizioni non equivalgono a responsabilità accertate, e ogni eventuale valutazione spetta alla Magistratura. Nello stesso anno il Comune avvia una nuova iniziativa contro il concessionario, sostenendo di vantare un credito di oltre 100.000 euro, mentre la società risulta in liquidazione e contesta la pretesa. Non si è saputo più nulla sull’esito dell’indagine penale, così come resta poco chiaro l’eventuale seguito del giudizio civile promosso dalla Regione per recuperare il finanziamento revocato. Altrimenti non saremmo in Sicilia, almeno quando si parla di Pubblica amministrazione: lì dove inefficienze, sprechi e opacità spesso restano senza conseguenze, mentre il cittadino comune viene angariato per compensarne la dissimulata compiacenza.
A rendere ancora più paradossale il racconto c’è un dettaglio amministrativo solo in apparenza secondario: mentre il grande progetto digitale lasciava dietro di sé plotter inutilizzati, piattaforme usate poco e servizi mai davvero decollati, il Comune continuava negli anni successivi ad acquistare o riparare computer, stampanti, gruppi di continuità, antivirus, scanner e materiale informatico per i propri uffici. Indicative le determine dal 2015 al 2021 e riguardano acquisti per ragioneria, segreteria, anagrafe, stato civile, polizia municipale e uffici comunali. Non è una prova automatica di spreco, perché un Ente può avere necessità ordinarie diverse da un progetto finanziato, ma è un elemento narrativamente significativo: accanto a un piano da quasi 1 milione di euro per la digitalizzazione, la macchina pubblica continuava a comprare strumenti informatici di base.
Nel frattempo alcune pagine del sito comunale richiamate per delibere e determine collegate risultavano non più accessibili o prive dell’icona di collegamento al PDF. Anche questo, da solo, non dimostra una rimozione dolosa, perché i siti pubblici cambiano struttura, archivi e gestori informatici, ma in una vicenda già segnata da dubbi su fondi, servizi e attrezzature, la sparizione o l’irreperibilità di atti collegati aumenta la sensazione di opacità. Una pubblica amministrazione può essere formalmente corretta e insieme comunicativamente inadeguata, ma quando le carte non si trovano più la fiducia dei cittadini non cresce, si consuma.
Il bilancio politico e civile di questa fiaba non sta nella parola “spariti”, che va usata con cautela. I soldi, dai documenti, non risultano semplicemente evaporati: risultano finanziati, impegnati, rendicontati, spesi secondo un quadro economico, poi revocati dalla Regione per irregolarità e contestazioni sul procedimento. Le attrezzature non risultano necessariamente scomparse in senso materiale: alcune vengono indicate come arrivate e custodite, ma inutilizzate o sottoutilizzate. Il vero scandalo, se così lo si vuole chiamare in senso narrativo e politico, è più sottile: un progetto nato per innovare la pubblica amministrazione sembra essere diventato un labirinto di delibere, determine, collaudi, proroghe, contestazioni, revoche e cause, mentre il cittadino non ha percepito il beneficio proporzionato all’investimento.
La morale, dunque, non è quella della favola nera in cui un tesoro viene rubato di notte e nascosto in una grotta. È peggiore, perché più moderna e più burocratica: il tesoro può perdersi anche alla luce del giorno, dentro atti protocollati, firme regolari, parole solenni, responsabilità distribuite, controlli tardivi e servizi mai diventati vita quotidiana. Borgo Roccaluce è un nome inventato, ma la cultura che rappresenta è reale: quella di una Sicilia politico-amministrativa dove la forma spesso divora la sostanza, la rendicontazione prende il posto del risultato, il collaudo sostituisce l’utilità e la trasparenza viene invocata nei salotti, passerelle ed eventi specialmente estivi, con forbita retorica da appartenenti e assoldati.
Immagine realizzata con Ia.

Giornalista pubblicista, ex direttore di una precedente testata e attuale direttore di Mediterranea24.









