Sicilia, il delitto Mattarella resta senza DNA: l’impronta sulla Fiat 127 troppo deteriorata non identifica i killer

L’incidente probatorio davanti al Gip di Palermo lo ha confermato. E insieme al guanto in pelle trovato nell'auto, fotografato e poi scomparso: chi premette il grilletto ? L'opinione

Il 6 gennaio 1980 Piersanti Mattarella (fratello maggiore dell’attuale nostro presidente della Repubblica Sergio), allora presidente della Regione siciliana, fu ucciso a Palermo mentre stava andando alla messa dell’Epifania con i familiari. Sulla Fiat 127 usata dal commando per la fuga venne isolata un’impronta, rimasta a lungo inutilizzabile e riesaminata dopo la riapertura delle indagini con tecnologie più avanzate. Nel giugno 2025 la Procura ha disposto accertamenti tecnici per verificare se dal reperto fosse possibile estrarre DNA confrontabile con quello degli indagati Antonio Madonia e Giuseppe Lucchese. La perizia depositata l’1 luglio 2026 e illustrata al Gip il 6 luglio 2026 non ha però prodotto risultati, perché il residuo analizzato non è idoneo a risalire agli assassini. Restano definitive le condanne dei mandanti mafiosi e resta ancora aperto il nodo degli esecutori materiali, mai individuati con sentenza irrevocabile.

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La vicenda nasce nella mattina del 6 gennaio 1980, quando Piersanti Mattarella, presidente della Regione siciliana ed esponente dell’allora Democrazia cristiana (partito nazionale e di Governo che all’epoca si ispirava al movimento politico cattolico Partito Popolare Siciliano fondatonel 1919 da Don Luigi Sturzo sacerdote siciliano), venne assassinato in via Libertà, a Palermo, mentre si trovava in auto con la moglie, la suocera e la figlia per recarsi alla messa dell’Epifania. L’omicidio colpì un amministratore che aveva provato a riformare il Governo regionale, a rendere più trasparenti appalti, urbanistica e pubblica amministrazione, e a limitare quel sistema di interessi politico-mafiosi che le sentenze successive avrebbero indicato come il movente profondo del delitto.

Subito dopo l’agguato, gli investigatori individuarono la Fiat 127 usata dai sicari per allontanarsi dal luogo dell’omicidio. Su uno sportello della vettura fu isolata una traccia, descritta come una strisciata, ma all’epoca venne ritenuta non utilizzabile per identificare chi l’aveva lasciata. A distanza di 45 anni, con la riapertura degli accertamenti e con il progresso della genetica forense, la Procura di Palermo ha tentato una nuova verifica sul reperto, nella speranza che il vetrino utilizzato allora avesse conservato materiale biologico utile.

Il passaggio più recente è cominciato nel giugno 2025, quando sono stati notificati gli avvisi per un accertamento tecnico irripetibile ai familiari della vittima e ai due nuovi indagati, Antonio Madonia e Giuseppe Lucchese. Secondo la ricostruzione dell’ufficio guidato dal Procuratore Capo di Palermo Maurizio De Lucia, Madonia sarebbe stato l’esecutore materiale dell’omicidio e Lucchese l’uomo alla guida dell’auto della fuga, mentre entrambi erano già noti come killer legati all’ala corleonese di Cosa Nostra.

L’esame è stato affidato a specialisti della Forensic Genetic Unit (Unità di genetica forense) dell’ospedale Careggi di Firenze, con il responsabile Ugo Ricci, Elena Carra dell’Università di Palermo e Carlo Previderè dell’Università di Pavia. L’obiettivo era estrarre DNA (acido desossiribonucleico) da quel residuo e confrontarlo con i profili genetici degli indagati, ma la perizia depositata l’1 luglio 2026 ha escluso la possibilità di ottenere un profilo utile. Il 6 luglio 2026, davanti al Giudice per le indagini preliminari di Palermo, i periti hanno confermato che il materiale analizzato non basta per risalire agli assassini.

L’esito non cancella il valore investigativo del tentativo, ma ne riduce drasticamente la portata probatoria. La prova scientifica, che avrebbe potuto rafforzare o smentire l’ipotesi accusatoria sui due presunti esecutori, resta muta per deterioramento e insufficienza del reperto. Il caso dimostra anche il limite delle nuove tecnologie quando il materiale originario è scarso, degradato o conservato in condizioni non più recuperabili.

Sul piano giudiziario, il delitto Mattarella ha già avuto una verità processuale sui mandanti. La sentenza della Corte d’assise di Palermo del 12 aprile 1995, poi confermata in appello il 17 febbraio 1998 e divenuta definitiva in Cassazione nel maggio 1999, ha condannato i vertici della Cupola mafiosa, tra cui Totò Riina, Michele Greco, Bernardo Provenzano, Bernardo Brusca, Pippo Calò, Francesco Madonia e Antonino Geraci. Nello stesso percorso processuale non è stata raggiunta una condanna definitiva per gli esecutori materiali. Insomma si conoscerebbero i mandanti ma non gli esecutori. Valerio Fioravanti e Gilberto Cavallini, collegati alla pista dei Nar (Nuclei armati rivoluzionari), sono stati assolti per insufficienza di prove.

Nel filone collegato ai reperti dimenticati o scomparsi è emersa anche la vicenda del guanto in pelle trovato nella Fiat 127, fotografato e poi non più recuperato. Per questa parte dell’inchiesta è stato indagato l’ex prefetto Filippo Piritore, già funzionario della Squadra mobile di Palermo, ma nel marzo 2026 la Cassazione ha annullato senza rinvio la misura cautelare disposta nei suoi confronti e, con la sentenza n. 13093 del 2026, ha chiarito che il depistaggio dichiarativo richiede la concreta capacità della condotta di incidere sulle indagini, non bastando la sola falsità delle dichiarazioni.

Tra i commenti autorevoli più recenti, il penalista Costantino Visconti ordinario di diritto nell’Università di Palermo, ha invitato a distinguere la pista giudiziaria, chiamata ad accertare responsabilità personali, dalla lettura storico-politica del delitto, perché l’eventuale attribuzione dell’esecuzione a killer mafiosi non esaurisce il tema del contesto in cui maturò l’eliminazione di Mattarella. La nuova perizia conferma proprio questa distanza: la storia processuale ha individuato i vertici mafiosi che vollero l’omicidio, ma l’impronta della Fiat 127 non consegna ancora alla giustizia il nome certo di chi materialmente premette il grilletto.

L’opinione

Anni fa sentivo dire che in Sicilia esistono fili attraversati dalla corrente: alcuni a basso voltaggio, che servono solo a farla percepire; altri a media intensità, per farla capire meglio; e infine quelli che, appena li tocchi, ti fulminano. Non saprei dire se questi fili siano soltanto mafiosi, o politico-istituzionali-statali-regionali, oppure entrambi legati da una simbiosi dissimulata. Le dicerie, tanto nell’Isola quanto nella Penisola, sembrano propendere soprattutto per quest’ultima congettura.