Sintesi
Il decreto regionale del 28 agosto ha autorizzato 1.040 spedizioni verso la Bulgaria per un massimo di 25.000 tonnellate, ma non si tratta di rifiuto urbano indifferenziato appena raccolto. Il codice indicato è quello dei rifiuti combustibili ottenuti dal trattamento meccanico e il materiale è destinato al recupero energetico nel cementificio Heidelberg Materials di Devnya. La spazzatura viene prima lavorata e ciò che parte è già un combustibile derivato dai rifiuti.

Non è neppure un percorso nato quest’anno. Nel 2024 la Regione aveva già autorizzato 20.000 tonnellate dello stesso rifiuto combustibile, prodotte a Termini Imerese e indirizzate allo stesso stabilimento bulgaro per recupero energetico. Le 2 autorizzazioni arrivano così a 45.000 tonnellate potenziali, senza che questo dimostri che siano state tutte effettivamente spedite. Quella verso il cementificio di Devnya è quindi una rotta già sperimentata.

Il dato che continua a non emergere dagli atti pubblici è quello economico completo. Il decreto dice chi spedisce, che cosa parte, quanto materiale può essere trasferito e dove viene utilizzato, ma non indica il prezzo del trasporto, il costo del recupero né l’eventuale valore riconosciuto al combustibile. Non è quindi documentato che il cementificio lo riceva gratuitamente, ma neppure è pubblico il rapporto economico finale. Si conosce il viaggio, non ancora il conto completo.

Negli stessi anni la Regione ha destinato ai Comuni 50 milioni nel 2024, 25 milioni nel 2025 e 20 milioni nel 2026 per sostenere gli extracosti del ciclo dei rifiuti, per complessivi 95 milioni nei provvedimenti verificati. La Regione dà soldi ai Comuni per coprire una parte dei maggiori costi dei rifiuti. Questi contributi dovrebbero ridurre i costi che finiscono nella Tari, ma non esiste ancora un quadro complessivo che mostri Comune per Comune se e quanto quei soldi abbiano realmente fatto diminuire le bollette dei cittadini.
La Corte dei conti ha già aperto un controllo più generale sulla gestione del ciclo dei rifiuti in Sicilia, mentre nelle ultime ore Luigi Sunseri ha chiesto alla Regione di rendere pubblici, flusso per flusso, trattamento, quantità, destinazione e costi. Il Governo Schifani continua invece a indicare nei futuri termovalorizzatori la strada per risparmiare circa 100 milioni l’anno. Il confronto può essere verificato soltanto mettendo sul tavolo cifre omogenee e controllabili.
Articolo
Il decreto dice che cosa parte davvero
L’ultimo provvedimento regionale consente di guardare alla vicenda da un punto diverso rispetto alla formula, molto più generica, dei “rifiuti siciliani spediti all’estero”. Il decreto del 28 agosto 2026 del Dipartimento regionale dell’Acqua e dei rifiuti ha autorizzato 1.040 spedizioni transfrontaliere per una quantità massima prevista di 25.000 Mg, equivalenti a 25.000 tonnellate, dall’impianto di Ecorek Srl fino a Heidelberg Materials Devnya JSC, in Bulgaria. L’operazione indicata è R1.
Il particolare decisivo è il codice EER 19 12 10, dove EER significa Elenco europeo dei rifiuti. La classificazione europea colloca il codice 19 12 tra i rifiuti prodotti dal trattamento meccanico, per esempio selezione, triturazione, compattazione o riduzione in pellet, e definisce espressamente il 19 12 10 come “rifiuti combustibili”, cioè combustibile derivato da rifiuti. Non coincide quindi con il codice 20 03 01 dell’indifferenziato urbano così come viene raccolto.
Anche la sigla R1 ha un significato preciso. La direttiva europea sui rifiuti definisce questa operazione come utilizzazione principalmente come combustibile o come altro mezzo per produrre energia. La Corte di giustizia dell’Unione europea ha inoltre chiarito già da anni che l’impiego dei rifiuti come combustibile nei forni da cemento può essere qualificato come recupero R1 quando l’energia prodotta viene effettivamente recuperata e utilizzata.
Anche dopo il trattamento, per la legge quel materiale continua a essere considerato un rifiuto. Però non è più la spazzatura così come è stata raccolta: è stato lavorato ed è diventato un materiale che può essere usato per produrre energia. È il passaggio che l’approfondimento pubblicato ieri da Mediterranea24 aveva messo in evidenza e che nelle ultime ore è entrato anche nel confronto politico regionale.
Il cementificio utilizza proprio combustibili derivati dai rifiuti
Heidelberg Materials Devnya JSC (società produttrice di cemento con stabilimento a Devnya, città della provincia di Varna nella Bulgaria nord-orientale) descrive sul proprio sito l’impiego dell’RDF, Refuse-derived fuel (combustibile derivato dai rifiuti) nei propri processi produttivi.
Secondo la società, dopo la separazione dei materiali recuperabili e il trattamento della frazione residua, il materiale viene triturato e preparato fino a ottenere un combustibile alternativo utilizzato nell’industria cementiera. È dunque la stessa impresa destinataria a spiegare che quel tipo di materiale serve a sostituire almeno in parte combustibili convenzionali nei processi industriali.
Il punto va però mantenuto nei suoi confini documentali. Il fatto che il rifiuto possieda un valore energetico non dimostra da solo che abbia un prezzo commerciale positivo, né che il cementificio lo riceva gratuitamente. Nel settore dei rifiuti combustibili sono possibili contratti nei quali il produttore paga il recuperatore, accordi nei quali il valore energetico riduce il costo del trattamento o rapporti economici costruiti in altro modo.
Ed è proprio qui che gli atti pubblici disponibili si fermano.
Il prezzo che manca
Nel decreto del 2026 sono indicati il produttore, il notificatore, la quantità autorizzata, il codice del rifiuto, la destinazione e la tipologia di recupero. Non compare però il prezzo del servizio e non è pubblicato il contratto commerciale che consenta di sapere quanto venga pagato per ciascuna tonnellata lungo l’intera filiera.
È invece pienamente fondata una domanda più circoscritta: quanto costa portare fino a un cementificio estero un rifiuto che, una volta arrivato, viene utilizzato come combustibile industriale e quale valore economico viene attribuito a quella funzione energetica? Per rispondere servirebbero almeno il costo del trattamento che precede la spedizione, quello del trasporto terrestre e marittimo, gli oneri della movimentazione transfrontaliera, il corrispettivo dovuto all’impianto di recupero e l’eventuale valorizzazione riconosciuta al materiale.
Questi dati non sono contenuti nel decreto pubblicato.
Lo stesso cementificio compare già negli atti del 2024
La ricerca nei provvedimenti regionali consente inoltre di retrodatare con certezza questa stessa rotta.
Con il DDG n. 1555 del 1° ottobre 2024 la Regione aveva autorizzato 20.000 tonnellate di EER 19 12 10 prodotte da Rekogest Srl nello stabilimento di contrada Canne Masche a Termini Imerese (Comune della Città metropolitana di Palermo, Sicilia) e indirizzate esattamente allo stesso impianto Heidelberg Materials Devnya. Anche allora la destinazione finale era il recupero R1.
Il documento di notifica allegato aggiunge alcuni particolari: erano previste 900 spedizioni, con uscita dall’Italia attraverso Termini Imerese e destinazione portuale Varna. Nello stesso documento il notificatore dichiarava che erano stati assunti gli obblighi contrattuali scritti richiesti dalla normativa, ma il contenuto economico di quegli accordi non è reso pubblico nel fascicolo disponibile online.
Tra il provvedimento del 2024 e quello del 2026 risultano quindi autorizzate complessivamente 45.000 tonnellate potenziali dello stesso codice di rifiuto verso lo stesso cementificio bulgaro.
Va mantenuta una distinzione: una quantità autorizzata rappresenta il limite massimo consentito e non prova automaticamente che l’intero quantitativo sia stato materialmente spedito.
La novità del decreto di agosto non è dunque l’esistenza della Bulgaria come destinazione. La continuità della rotta è già scritta negli atti.
I 100 milioni l’anno non sono il costo delle 25.000 tonnellate
Un’altra distinzione è necessaria per evitare di mettere insieme cifre differenti.
Il presidente della Regione Renato Schifani (presidente della Regione Siciliana e commissario straordinario per il completamento della rete impiantistica dei rifiuti) ha ripetutamente quantificato in oltre 100 milioni di euro l’anno il costo o il denaro che la Sicilia potrebbe risparmiare evitando di spedire i rifiuti fuori dall’Isola. Nel maggio scorso la Regione ha inoltre indicato costi attuali di circa 380 euro per tonnellata per una parte dei conferimenti extraregionali.
Quei 100 milioni non possono però essere attribuiti alle sole 25.000 tonnellate dirette a Devnya. Sono una stima regionale riferita al complesso dei flussi che lasciano l’Isola.
Proprio questa differenza è stata posta al centro dell’intervento di Luigi Sunseri (deputato regionale del Movimento 5 Stelle e presidente della commissione dell’Assemblea regionale siciliana competente sulle questioni dell’Unione europea), che il 1° settembre ha contestato l’accostamento tra l’indifferenziato e il combustibile derivato dal trattamento.
Sunseri ha chiesto che per ogni flusso siano pubblicati codice, trattamento effettuato, quantità, destinazione, costo del trattamento, costo del trasporto e costo finale per tonnellata, sostenendo che soltanto dati omogenei consentano di confrontare la situazione attuale con i futuri termovalorizzatori.
È una richiesta che coincide con il punto documentale rimasto scoperto: le autorizzazioni dicono molto sul movimento fisico del rifiuto, ma assai meno sulla sua economia.
Ai Comuni sono arrivati almeno 95 milioni per gli extracosti
Parallelamente alle spedizioni si è sviluppata un’altra corrente di denaro pubblico: quella dei contributi regionali destinati ai Comuni per compensare o attenuare gli extracosti.
Nel luglio 2024 la Regione ha stanziato 50 milioni di euro, dichiarando espressamente che servivano a compensare l’aumento dei costi sostenuti dai Comuni per il trasferimento dei rifiuti all’estero. Il provvedimento è stato successivamente articolato attraverso i decreti di ripartizione e liquidazione.
Nel novembre 2025 sono stati assegnati 25 milioni per gli extracosti sostenuti dagli Enti locali. Altri 20 milioni della stessa annualità erano invece collegati alla premialità per la raccolta differenziata e non vanno confusi con i contributi destinati specificamente ai maggiori costi.
Nel luglio 2026 la Regione ha destinato altri 20 milioni ai Comuni per i costi sostenuti nel 2025 in relazione ai rifiuti conferiti all’impianto di trattamento meccanico-biologico di Coda Volpe a Catania, le cui frazioni successive al trattamento erano state trasferite fuori regione. Il contributo è stato fissato a 120 euro per tonnellata.
Considerando esclusivamente questi tre interventi specificamente destinati agli extracosti si arriva dunque a 95 milioni di euro tra il 2024 e il 2026.
Anche questa cifra non deve essere sommata o confusa automaticamente con i 100 milioni annui citati da Schifani: rappresenta stanziamenti pubblici effettuati in annualità differenti per sostenere gli enti locali.
Il passaggio dalla Regione alla Tari
Il punto più delicato resta quello delle bollette.
La Tari è costruita per assicurare la copertura dei costi del servizio dei rifiuti. Nel periodo 2022-2025 l’ARERA (Autorità di regolazione per energia reti e ambiente) ha applicato il MTR-2, Metodo tariffario rifiuti per il secondo periodo regolatorio. In sostanza, quando l’Ente locale calcola la Tari, dai costi complessivi del servizio deve sottrarre i contributi pubblici ricevuti. Questo però non significa che, se il contributo arriva dopo che le tariffe sono già state fissate, il Comune debba automaticamente ridurre le bollette già emesse o restituire subito la differenza agli utenti: occorre verificare come quella somma viene contabilizzata negli anni successivi e negli eventuali conguagli. Lo stesso principio è stato mantenuto nel nuovo MTR-3 per il periodo 2026-2029.
Significa però che se quelle risorse vengono contabilizzate come contributi pubblici in conto esercizio riferiti ai costi del servizio, devono essere considerate nella costruzione tariffaria secondo le regole dell’Autorità. L’effetto può manifestarsi nel Piano economico-finanziario (PEF), nelle successive annualità, attraverso componenti di conguaglio o nelle deliberazioni tariffarie.
Per sapere che cosa sia realmente successo occorrerebbe quindi incrociare, Comune per Comune: extracosto sostenuto, importo inserito nel PEF, contributo regionale ottenuto, esercizio nel quale è stato contabilizzato, eventuale conguaglio e successiva Tari applicata agli utenti.
Nella ricerca effettuata non è stata rintracciata una ricognizione regionale pubblica che metta insieme tutti questi dati per ciascun Comune beneficiario.
Questo è un dato diverso dal sostenere che nessuno abbia mai controllato il sistema.
La Corte dei conti ha già guardato al ciclo dei rifiuti
La Corte dei conti, Sezione di controllo per la Regione siciliana, con la deliberazione n. 214/2025/GEST, ha avviato un esame sulla gestione del ciclo dei rifiuti, sull’economia circolare e sulle politiche ambientali regionali, ponendo particolare attenzione anche ai ritardi della programmazione.
Nel contraddittorio sono intervenute Legambiente Sicilia, WWF Sicilia, Zero Waste Sicilia e Federconsumatori, che hanno posto anche la questione dei riflessi finanziari delle scelte impiantistiche e dei costi sostenuti dalla collettività.
Non risulta però, negli atti pubblici sinora rintracciati, che quel controllo abbia prodotto una tabella regionale che ricostruisca il rapporto tra ciascun contributo per extracosti e la Tari effettivamente applicata da ogni singolo Comune.
È su questo passaggio molto più circoscritto che rimane un vuoto conoscitivo.
I termovalorizzatori e il confronto sui costi
Il Governo regionale collega l’uscita dall’attuale sistema alla costruzione dei 2 termovalorizzatori di Palermo e Catania.
Secondo l’ultimo cronoprogramma istituzionale disponibile, le procedure ambientali sono state avviate e la Regione punta alle gare entro la fine del 2026, all’aggiudicazione nel 2027 e all’entrata in funzione degli impianti entro il 2028. La capacità complessiva prevista è di circa 600.000 tonnellate l’anno.
La Regione sostiene che la chiusura del ciclo all’interno dell’Isola dovrebbe determinare circa 100 milioni di risparmio annuo, anche grazie alla vendita dell’energia elettrica prodotta, che nelle stime regionali dovrebbe contribuire ad abbassare la tariffa di conferimento e quindi la Tari.
Legambiente Sicilia mantiene invece una posizione critica. Tommaso Castronovo (presidente regionale dell’associazione) ha contestato sia l’impostazione economica sia il percorso ambientale dei progetti e ha richiamato nelle ultime dichiarazioni la documentazione ancora necessaria nelle procedure autorizzative. Già nel maggio scorso l’associazione aveva indicato una propria stima compresa tra 250 e 300 euro per tonnellata per i rifiuti bruciati nei futuri impianti, sostenendo che i conti prospettati dalla Regione non dimostrassero ancora una riduzione della Tari.
Anche questo confronto, però, può essere sciolto soltanto disponendo delle stesse grandezze per entrambe le alternative: quanto costa preparare il rifiuto, quanto costa trasportarlo, quanto costa recuperarlo, quali ricavi produce e quale tariffa finale ricade sul Comune.
Per l’estero oggi quei numeri non sono tutti pubblici. Per i termovalorizzatori dovranno esserlo prima di poter confrontare seriamente le 2 soluzioni.
Il dato nuovo che rimane dopo aver separato le cifre è quindi più circoscritto ma anche più concreto: una parte dei rifiuti siciliani viene trattata fino a diventare rifiuto combustibile, viene trasportata a pagamento fuori dall’Isola e arriva in un cementificio che la utilizza per recuperare energia.
Non sappiamo ancora, attraverso gli atti pubblicati, quanto valga economicamente quel combustibile nell’ultimo passaggio della filiera e quale sia il costo netto finale dell’intera operazione.
E non è ancora disponibile una ricostruzione unica che consenta ai cittadini di verificare quanto dei contributi regionali destinati negli anni agli extracosti sia stato realmente intercettato nella Tari.
Sono questi, più degli slogan, i 2 conti che restano da aprire.
Nell’immagine di coperti, lo stabilimento Ecorek di Termini Imerese, Heidelberg Materials Devnya, il cementificio bulgaro e impianto di Devnya con la sezione industriale che utilizza combustibili alternativi.

Giornalista pubblicista, ex direttore di una precedente testata e attuale direttore di Mediterranea24.









