Sicilia. Ex Province: dalla babele dei rinvii e commissariamenti al nuovo piano del voto diretto

Dopo anni di riforme incompiute, rinvii e censure costituzionali, Mpa, Lega e una parte di Forza Italia tentano di riportare ai cittadini la scelta dei vertici degli Enti intermedi

Sintesi

La vicenda delle ex Province siciliane nasce dallo Statuto speciale, che fonda l’ordinamento locale su Comuni e Liberi Consorzi, e si sviluppa dal 2013 in poi con una lunga sequenza di riforme, commissariamenti e rinvii. Nel 2014 la disciplina nazionale ha consolidato il modello di secondo livello, poi recepito e adattato nell’Isola con la riforma del 2015. Nel 2017 un primo ritorno all’elezione diretta fu bocciato dalla Corte costituzionale, mentre nel 2023 e nel 2024 la stessa Consulta ha censurato la catena dei rinvii che aveva impedito per anni il rinnovo degli organi. Il 27 aprile 2025 si sono svolte le elezioni di secondo grado, ma il tema è rimasto politicamente aperto. Ora a luglio 2026, dopo il precedente del Friuli Venezia Giulia e dopo il nuovo impulso dell’assessore Elisa Ingala, Mpa, Lega e una parte di Forza Italia hanno rilanciato un nuovo piano per l’elezione diretta, con Marco Falcone e Vincenzo Figuccia favorevoli e con Renato Schifani prudente sul calendario della riforma.

Articolo

La questione delle ex Province siciliane non è un semplice ritorno nostalgico a un vecchio Ente, ma riguarda il rapporto tra rappresentanza democratica, funzioni territoriali e potere reale degli organismi intermedi. Oggi la discussione ruota attorno ai Liberi Consorzi comunali e alle Città metropolitane, cioè gli Enti che hanno preso il posto delle vecchie Province regionali e che dovrebbero occuparsi di competenze decisive come viabilità, scuole superiori, assistenza, pianificazione e servizi sovracomunali. Il punto politico è se questi organismi debbano continuare a essere guidati con un sistema di secondo grado, cioè scelto dagli amministratori comunali, oppure tornare a essere decisi direttamente dai cittadini.

L’origine è nello Statuto speciale della Regione Siciliana, che all’articolo 15 sopprime le circoscrizioni provinciali e stabilisce che l’ordinamento degli Enti locali si basi su Comuni e Liberi Consorzi, dotati di ampia autonomia amministrativa e finanziaria. Da quella previsione nasce una particolarità siciliana mai del tutto pacificata, poiché l’Isola ha competenza legislativa sull’ordinamento locale, ma deve comunque rispettare i principi generali e le grandi riforme statali.

Il percorso moderno comincia nel 2013, quando vengono avviate le norme transitorie per sostituire le Province regionali con i nuovi organismi di area vasta. Nel 2014 la legge Delrio ridisegna in Italia Province e Città metropolitane, scegliendo il modello dell’elezione indiretta, mentre nello stesso periodo l’Isola istituisce i Liberi Consorzi comunali e le Città metropolitane. Nel 2015 arriva la disciplina organica regionale, che prova a mettere ordine in funzioni, organi e procedimenti, ma da lì in avanti il sistema resta impigliato tra modifiche, impugnative e commissariamenti.

Il passaggio giuridico più pesante arriva nel 2018, quando la Corte costituzionale boccia la legge regionale del 2017 che aveva previsto l’elezione diretta del presidente del Libero Consorzio, del sindaco metropolitano e dei rispettivi consigli. La Consulta ritiene che quel modello si discosti in modo radicale dalla disciplina statale, fondata sull’elezione indiretta degli organi di area vasta e collegata anche agli obiettivi di semplificazione e contenimento della spesa. In sostanza, l’autonomia siciliana è ampia, ma non illimitata.

Il problema, però, non si è chiuso con quella sentenza. Negli anni successivi si è aperta un’altra falla, quella dei continui rinvii. Le elezioni degli organi degli Enti intermedi sono state spostate più volte, lasciando a lungo in vita gestioni commissariali e assetti provvisori. Nel 2023 e poi nel 2024 la Consulta è intervenuta nuovamente, censurando la lunga catena di proroghe e ricordando che gli Enti di area vasta devono avere organi costituiti e dotati di autonomia, non rimanere sospesi in una condizione indefinita.

Dopo queste censure, il 27 aprile 2025 si sono svolte le elezioni amministrative di secondo livello per presidenti e consigli dei Liberi Consorzi comunali e per i consigli delle Città metropolitane di Palermo, Catania e Messina. Non è stato un voto popolare diretto, ma una consultazione riservata agli amministratori locali secondo il sistema vigente. Successivamente, nel dicembre 2025, la Consulta ha dichiarato estinto un giudizio sulle nuove norme di rinvio perché le elezioni si erano ormai svolte e i nuovi organi si erano insediati.

Il nuovo fronte politico si apre nel luglio 2026. Mpa (Movimento per l’autonomia)-Grande Sicilia, area legata a Raffaele Lombardo e Gianfranco Miccichè, annuncia che l’assessore regionale agli Enti locali, Elisa Ingal, commercialista, ha avviato il percorso per ripristinare l’elezione diretta. La scelta di portare il testo in commissione all’ARS attraverso il gruppo autonomista appare anche una mossa tattica, perché trasformerebbe il progetto in una iniziativa parlamentare più che in un atto formale del Governo. Le cronache locali descrivono questa fase come il 3° tentativo dopo 2 stop politici, ma il dato documentale più chiaro resta la bocciatura in Aula del 7 febbraio 2024, quando la riforma cadde con voto segreto, 25 favorevoli e 40 contrari.

La Lega si è inserita subito nella partita con Vincenzo Figuccia, che ha annunciato un disegno di legge per riportare al voto diretto i vertici degli Enti intermedi. La sua posizione è netta: le ex Province devono tornare centrali per scuole, strade provinciali e assistenza ai disabili, con amministratori scelti dai cittadini e non lasciati in una zona grigia di responsabilità indiretta.

Il fatto politicamente più rilevante è però l’apertura di una parte di Forza Italia, in particolare dell’area che ruota intorno a Marco Falcone. L’eurodeputato ha elogiato l’iniziativa dell’assessore e ha ricordato che la Città metropolitana di Catania ha già inserito nello Statuto una previsione per il ritorno all’elezione diretta, subordinata alla futura legge regionale. In questo passaggio pesa anche il riferimento al Friuli Venezia Giulia, dove il Consiglio regionale ha approvato il DDL 86, ripristinando le Province di Gorizia, Pordenone, Trieste e Udine con organi a elezione diretta.

Il paragone con il Friuli Venezia Giulia è politicamente utile, ma giuridicamente delicato. In quella regione il ritorno delle Province è arrivato dopo la modifica dello Statuto speciale con legge costituzionale 1/2026, mentre in Sicilia il precedente del 2018 resta un ostacolo non secondario. Per evitare una nuova impugnativa, il testo siciliano dovrebbe quindi essere costruito con grande attenzione, chiarendo funzioni, costi, organi, rapporti con la disciplina nazionale e compatibilità con lo Statuto speciale. Il nodo politico finale riguarda anche la tabella di marcia di fine legislatura. Il presidente della Regione aveva già indicato nel 2023 la reintroduzione dell’elezione diretta come obiettivo del suo programma, definendola un nuovo modello istituzionale utile alla gestione del territorio. Oggi, però, il tema riemerge all’ultimo momento, con alleanze trasversali dentro il centrodestra e con il rischio di riaprire una frattura tra chi vuole restituire il voto ai cittadini e chi teme un altro scontro davanti alla Consulta.