Sicilia dentro lo scontro sulla caccia: tra ddl nazionale e ricorso al TAR. Il cacciatore “bioregolatore”

La riforma nazionale della caccia riparte alla Camera mentre in Sicilia il calendario venatorio 2026-2027 è già finito davanti al Tar con il ricorso di ambientalisti, mondo scientifico e associazioni venatorie. L'opinione

Sintesi

La nuova offensiva politica e giudiziaria sulla caccia nasce dalla revisione della legge quadro del 1992, approvata in prima lettura dal Senato il 23 giugno 2026 e ora passata alla Camera, dove dal 7 luglio partono le audizioni in commissione Agricoltura. Il fronte ambientalista contesta un impianto che, a suo giudizio, trasforma la caccia da attività sottoposta a limiti di tutela in strumento di gestione della fauna, amplia tempi, luoghi e specie del prelievo e riduce il peso della valutazione scientifica. Alla mobilitazione nazionale, sostenuta da oltre 400.000 firme e da 57 sigle che chiedono anche l’esame in commissione Ambiente, si affianca il caso Sicilia, dove il calendario venatorio 2026-2027, approvato a maggio, è stato impugnato davanti al TAR di Palermo con udienza fissata al 24 luglio 2026, soprattutto per tortora e allodola. Il mondo venatorio respinge però le accuse e sostiene che la riforma aggiorni norme considerate superate senza cancellare le tutele. Lo scontro resta aperto anche dentro la maggioranza, con richieste di correzione del testo prima del voto definitivo.

Articolo

La vicenda prende le mosse dalla legge 11 febbraio 1992, n. 157, che ha fissato il quadro nazionale per la protezione della fauna selvatica omeoterma e per il prelievo venatorio, riconoscendo la fauna come patrimonio indisponibile dello Stato e subordinando l’esercizio della caccia alle esigenze di conservazione. Su questo impianto interviene il disegno di legge S. 1552, presentato al Senato il 20 giugno 2025 e approvato il 23 giugno 2026 con 80 voti favorevoli, 56 contrari e 2 astenuti, poi trasmesso alla Camera come C. 2984 per il secondo passaggio parlamentare.

Il punto politico più contestato è il cambio di prospettiva. Le associazioni ambientaliste parlano di “sparatutto” poiché ritengono che il testo promuova il cacciatore a “bioregolatore”, spostando l’asse dalla protezione della fauna alla sua gestione attiva, con il rischio di aumentare le specie cacciabili, estendere i calendari e ampliare le aree nelle quali è possibile esercitare l’attività venatoria. L’esame alla Camera ripartirebbe il 7 luglio in commissione Agricoltura con audizioni informali di Lipu, Legambiente, WWF, ENPA, LAC, OIPA, Società italiana di etologia e Centro italiano studi ornitologici, mentre 57 associazioni hanno scritto al presidente della Camera Lorenzo Fontana chiedendo che la proposta sia valutata anche dalla commissione Ambiente.

La protesta non nasce all’improvviso. Il 25 febbraio 2026 Fondazione Capellino, Legambiente, Lipu e WWF Italia hanno annunciato la consegna simbolica in Parlamento di oltre 400.000 firme contro le modifiche giudicate peggiorative della legge 157/1992, chiedendo il ritiro del DDL Malan, il divieto di estendere la caccia a nuove specie, lo stop ai richiami vivi, la centralità della scienza indipendente e una maggiore tutela della biodiversità. Nel testo dell’articolo, WWF (World Wide Fund for Nature, fondo mondiale per la natura), LIPU (Lega italiana protezione uccelli), LAV (Lega antivivisezione), ENPA (Ente nazionale protezione animali), LAC (Lega abolizione caccia), OIPA (Organizzazione internazionale protezione animali) e LNDC (Lega nazionale per la difesa del cane) vengono citate una sola volta come parte del fronte ambientalista e animalista che contesta la riforma.

Il nodo tecnico riguarda soprattutto il ruolo dell’Ispra (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale). Gli ambientalisti sostengono che il disegno di legge trasformi il parere scientifico in un contributo meno incisivo, affiancandolo al Comitato tecnico faunistico-venatorio, nel quale siedono anche rappresentanze legate al mondo della caccia. Per le sigle contrarie, questo riduce il peso della valutazione indipendente proprio quando si devono stabilire periodi, specie e sostenibilità del prelievo. La Commissione europea, attraverso la portavoce Anna-Kaisa Itkonen, ha dichiarato il 29 giugno 2026 di seguire attentamente il caso, di essere in contatto con le Autorità italiane e di voler attendere la conclusione dell’iter prima di esprimere una valutazione formale.

Sul piano giuridico, il confronto si innesta anche sulla riforma costituzionale del 2022. La legge costituzionale 11 febbraio 2022, n. 1 ha inserito nell’articolo 9 della Costituzione la tutela dell’ambiente, della biodiversità e degli ecosistemi, anche nell’interesse delle future generazioni, stabilendo inoltre che la legge dello Stato disciplina i modi e le forme di tutela degli animali. È il riferimento che le associazioni ambientaliste richiamano per sostenere che ogni modifica alla disciplina venatoria debba essere letta alla luce di una protezione rafforzata della natura e della fauna.

La Sicilia entra nella partita con un fronte parallelo ma collegato. Il calendario venatorio regionale 2026-2027 è stato regolato con D.A. (decreto assessoriale) n. 129/Gab del 21 maggio 2026, pubblicato dalla Regione Siciliana il 22 maggio 2026. Il 26 giugno 2026, secondo quanto comunicato dal Consiglio Siciliano, la Federazione nazionale Pro Natura e la LEAL (Lega antivivisezionista) hanno depositato al TAR di Palermo il ricorso n. 202601455, assegnato alla terza sezione, chiedendo la sospensione cautelare del calendario e contestando in particolare il prelievo della tortora in preapertura e apertura generale, oltre alla caccia all’allodola. L’udienza è fissata per il 24 luglio 2026.

Il precedente siciliano pesa nella discussione. Nel 2022 il TAR Sicilia sospese parti del calendario venatorio regionale, con effetti su tortora e coniglio selvatico, e le associazioni ambientaliste rivendicarono quell’ordinanza come una delle prime applicazioni del nuovo articolo 9 della Costituzione in materia venatoria. Nel 2025, invece, il TAR Sicilia, con sentenza n. 39 del 7 gennaio, respinse definitivamente il ricorso ambientalista contro il calendario 2024-2025, ritenendo non provata l’incompatibilità generale della caccia con la situazione climatica e valutando adeguate alcune motivazioni regionali su specie e periodi. Questi due passaggi mostrano che la giurisprudenza non procede in modo automatico, ma valuta di volta in volta dati scientifici, motivazioni amministrative e specie coinvolte.

Il mondo venatorio respinge la rappresentazione della riforma come allentamento indiscriminato. La Cabina di regia del mondo venatorio, che riunisce associazioni nazionali riconosciute e il CNCN (Comitato nazionale caccia e natura), ha sostenuto il 19 giugno 2026 che la riforma non cancella le tutele, non apre la caccia nei parchi o nelle città, non elimina il ruolo dell’Ispra e non consente calendari senza controllo, ma aggiorna un quadro normativo ritenuto non più adeguato alla gestione attuale della fauna, dei danni agricoli, della sicurezza e della sanità animale.

Le tensioni, però, attraversano anche la Maggioranza. Il 5 luglio 2026 in un’intervista, l’esponente di Forza Italia, la deputata Rita Dalla Chiesa, ha espresso la propria perplessità sul disegno di legge: “così com’è non va assolutamente bene” e dovrebbe essere corretto, mentre Laura Cavandoli, della Lega e relatrice del provvedimento, ha difeso l’impostazione sostenendo che si tratti di una legge “a favore dell’agricoltura, non della caccia”. La scadenza per gli emendamenti è indicata al 16 luglio 2026, circostanza che rende possibile una modifica del testo alla Camera, con eventuale ritorno al Senato in caso di cambiamenti.

Il caso non riguarda soltanto la caccia in senso stretto, ma il rapporto tra tutela costituzionale dell’ambiente, autonomia delle Regioni, scienza pubblica, pressione delle categorie venatorie e sensibilità crescente verso fauna e biodiversità. La Sicilia diventa uno dei banchi di prova più concreti, in quanto mentre Roma discute la riscrittura della legge nazionale, Palermo dovrà valutare se il calendario regionale 2026-2027 rispetti i limiti scientifici e giuridici invocati dalle associazioni. Il punto decisivo sarà capire se il legislatore sceglierà una gestione faunistica più ampia affidata anche ai cacciatori oppure se prevarrà una lettura più prudente, fondata sul principio di precauzione e sul rafforzamento delle garanzie ambientali.

Immagine parzialmente realizzata con Ia.

L’opinione

Quando servono voti, la politica riesce a trasformare perfino il cacciatore in un presunto “bioregolatore”.