Sintesi
L’indagine “Oltre al Villaggio” è iniziata dopo la sparatoria avvenuta tra il 16 e il 17 aprile 2022 nei pressi dell’Ecs Dogana di Catania e si è estesa alle piazze di spaccio, agli scontri armati del giugno 2023 e ai presunti canali utilizzati per introdurre droga e telefoni nelle carceri di Agrigento e Noto. Gli accertamenti, conclusi nel 2024, hanno ricostruito l’attività di un gruppo ritenuto collegato, attraverso alcuni componenti, al clan Cappello-Bonaccorsi. Il 3 luglio 2026 è stato emesso il provvedimento cautelare, eseguito il 15 luglio nei confronti di 22 persone, mentre per altre 4 posizioni la decisione è stata rinviata agli interrogatori preventivi. Secondo fonti, sarebbero 19 i destinatari condotti in carcere, 2 hanno ricevuto l’obbligo di presentazione alla Polizia giudiziaria e uno risulta ricercato. L’accusa sostiene che un avvocato avrebbe consegnato stupefacenti nascosti nella salsiccia e tentato di introdurre dispositivi telefonici, mentre un dirigente medico avrebbe favorito il recapito di droga e schede telefoniche occultate in confezioni contenenti pesce e carne. Le contestazioni si trovano ancora nella fase cautelare e dovranno essere verificate nel contraddittorio, nel rispetto della presunzione di innocenza fino a un’eventuale sentenza definitiva.

Articolo
La vicenda giudiziaria prende avvio nella notte tra il 16 e il 17 aprile 2022 nei pressi dell’Ecs Dogana, locale notturno situato nella zona portuale di Catania. Secondo la ricostruzione investigativa, una lite sarebbe degenerata in una sparatoria dopo che alcuni giovani, ritenuti vicini a un gruppo mafioso rivale, avrebbero impedito a un cantante neomelodico di esibirsi insieme a un artista della musica trap. I primi accertamenti condussero il 9 agosto dello stesso anno all’esecuzione di 5 ordinanze di custodia cautelare per ipotesi di rissa, lesioni e reati connessi alla detenzione e al porto di armi.

Il quadro investigativo si ampliò dal 14 giugno 2023, quando nella città etnea venne registrata una sequenza di episodi armati ritenuti collegati ai precedenti contrasti. Gli inquirenti ricostruirono uno scontro tra 2 fazioni interne al presunto sodalizio, avvenuto il 16 giugno, e un’ulteriore sparatoria del 21 giugno, collegata a una controversia per un debito di €500. Le successive reazioni del 22 e del 25 giugno interessarono una palazzina di Camporotondo Etneo (comune della città metropolitana di Catania, Sicilia), raggiunta da numerosi colpi anche di grosso calibro. Le piazze di spaccio sarebbero state distribuite soprattutto tra Villaggio Sant’Agata, Librino e San Cristoforo (quartieri del capoluogo etneo). L’estensione delle attività oltre la tradizionale base territoriale avrebbe suggerito la denominazione dell’operazione.

Gli accertamenti, svolti dall’aprile 2022 al 2024, hanno riguardato una struttura organizzata composta in prevalenza da giovani e ritenuta vicina, attraverso alcuni partecipanti, al clan Cappello-Bonaccorsi. La Procura distrettuale della Repubblica ha contestato, con differenti posizioni individuali, l’associazione finalizzata al traffico di stupefacenti, l’acquisto e la cessione di droga, il possesso e il porto pubblico di armi, le lesioni, le minacce e l’impiego del metodo mafioso. Dorotea Catena (magistrata e GIP del Tribunale) ha emesso l’ordinanza il 3 luglio 2026, eseguita dalla Polizia di Stato il successivo 15 luglio. La nota ufficiale indica 22 destinatari e una decisione riservata su altre 4 posizioni dopo gli interrogatori preventivi. Le ricostruzioni riferiscono invece, nel dettaglio, 19 persone trasferite in carcere, 2 sottoposte all’obbligo di presentazione e 1 ricercata, su un totale di 36 indagati.
Uno dei filoni più delicati riguarda la presunta espansione degli affari all’interno degli istituti penitenziari siciliani. Le investigazioni descrivono un sistema basato sull’introduzione di stupefacenti, telefoni, SIM, corrispondenza contenente sostanze illecite e dispositivi trasportati anche con l’impiego di droni. Nelle abitazioni utilizzate per lo spaccio sarebbe stata praticata anche la modalità indoor (al chiuso). Durante le attività, all’interno sono stati sequestrati crack (derivato fumabile della cocaina), cocaina, hashish (resina ricavata dalla cannabis), marijuana (infiorescenze essiccate della cannabis), materiale per il confezionamento, munizioni e apparecchi di comunicazione. Uno smartphone avrebbe potuto essere rivenduto ai detenuti a un prezzo fino a 15 volte superiore a quello di mercato.
In questo scenario compare G. F. M. P. un avvocato catanese, indicato nell’ordinanza, secondo la ricostruzione pubblicata, come “persona di riferimento del clan”. L’accusa sostiene che avrebbe accettato alcune nomine difensive non per prestare una reale assistenza legale, ma per accedere ai colloqui e consegnare sostanze ai detenuti. Nel carcere “Pasquale Di Lorenzo” di Agrigento avrebbe introdotto diverse quantità di droga nascoste nella salsiccia e destinate alla rivendita interna per conto di Sebastiano M. (indagato ritenuto dagli investigatori una figura apicale del gruppo). Come compenso avrebbe ricevuto denaro o sostanze per uso personale, pur aspirando, secondo gli atti riportati, a un corrispettivo più consistente come una motocicletta. Si tratta di addebiti provvisori, non di responsabilità definitivamente accertate.
Il professionista avrebbe inoltre tentato di far arrivare telefonini nella casa di reclusione “Attilio Bonincontro” di Noto (comune del libero consorzio comunale di Siracusa) a beneficio di Alfredo B. (indagato destinatario di misura cautelare). Un dirigente medico della struttura, il cui nominativo non è stato pubblicato nelle fonti esaminate, avrebbe invece sfruttato il proprio incarico per recapitare sostanze narcotiche e schede telefoniche. Il comunicato istituzionale parla di materiale nascosto in palloncini di plastica collocati dentro pesce e carne. Al momento della pubblicazione dell’articolo, il sanitario non era ancora stato interrogato e non risultava quindi disponibile una sua versione dei fatti.
Le contestazioni relative alla produzione, alla detenzione e alla vendita di stupefacenti trovano il loro principale riferimento negli articoli 73 e 74 del D.P.R. 309/1990 (decreto del Presidente della Repubblica che disciplina le sostanze stupefacenti), riguardanti rispettivamente le condotte illecite e l’associazione finalizzata al traffico. Per i telefoni opera invece dal 2020 l’articolo 391-ter del codice penale, che punisce con la reclusione da 1 a 4 anni chi introduce o rende disponibile a un detenuto un apparecchio idoneo alle comunicazioni. La pena sale da 2 a 5 anni quando il fatto è commesso da un pubblico ufficiale, da un incaricato di pubblico servizio o da chi esercita la professione forense. Su quest’ultima disposizione è intervenuta la Corte di cassazione con la sentenza n. 42941 del 25 novembre 2024. I Giudici hanno stabilito che la semplice introduzione di una scheda telefonica, priva dell’apparecchio necessario a comunicare, non può essere automaticamente ricondotta al reato previsto dall’articolo 391-ter, poiché una norma penale non può essere estesa per analogia. Ciò non rende lecita ogni consegna di una SIM, ma impone di verificare se il fatto possa rientrare in differenti ipotesi di reato sulla base delle concrete modalità e finalità della condotta.
La posizione del legale pone anche una questione deontologica distinta dall’accertamento penale. L’articolo 9 del codice approvato dal Consiglio nazionale forense impone di esercitare la professione con indipendenza, lealtà, correttezza, probità, dignità e decoro. Un’eventuale valutazione disciplinare appartiene agli organismi competenti e non deriva automaticamente dall’applicazione di una misura cautelare. La medesima cautela vale per la posizione del sanitario, rispetto al quale ogni possibile conseguenza professionale o amministrativa richiede l’accertamento dei fatti e delle responsabilità individuali.
Nel comunicato diffuso dopo l’operazione, l’Autorità giudiziaria ha descritto uno scenario caratterizzato da un “impressionante uso di armi”, sottolineando però che gli elementi raccolti appartengono a una fase processuale nella quale le difese non avevano ancora potuto sviluppare pienamente il contraddittorio. Nelle fonti consultate ad oggi, gli interrogatori di garanzia risultavano attesi per il giorno seguente e non erano ancora reperibili dichiarazioni difensive verificate o decisioni definitive sul merito delle accuse. Tutti gli indagati devono quindi essere considerati innocenti fino a un’eventuale condanna irrevocabile.

Giornalista pubblicista, ex direttore di una precedente testata e attuale direttore di Mediterranea24.









